I mercati sono immorali? Perché premiano Israele e Trump?

La curva dei mercati ha una sua razionalità, guarda ad alcuni dati fondamentali della performance economica, prescinde dai nostri valori etici o politici: il caso del successo economico e tecnologico di Israele

I mercati sono immorali? Il verdetto degli investitori sta premiando proprio “quei due”: Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Stati Uniti e Israele, pur con le abissali differenze di dimensioni economiche tra i loro due Paesi, figurano tra i vincitori di questa fase dal punto di vista economico-finanziario. Gli indici azionari li promuovono a pieni voti. La cosa è imbarazzante, o peggio è scandalosa, ripugnante, per chi ha l’abitudine di antropomorfizzare l’economia, e attribuisce ai mercati il ruolo di un tribunale che deve sanzionare le politiche sbagliate.

Ma i mercati sono solo un luogo, dove s’incrociano in ogni frazione di secondo milioni di decisioni prese da masse di investitori, piccoli o grandissimi, in base a calcoli di convenienza, previsioni, aspettative. I mercati non stanno dalla parte del bene o del male, non sono di destra o di sinistra, anche se per la verità sono influenzabili da “narrazioni” ideologiche. Sui mercati hanno qualche peso le analisi prodotte dai centri studi dei fondi d’investimento o delle grandi banche, e queste analisi possono essere impregnate di qualche ortodossia, pensiero unico, conformismo ideologico del momento. Però anche se le correnti ideologiche esistono e contano in economia, al massimo riescono a lanciare delle “mode d’investimento” passeggere; fino a quando, prima o poi, la pesantezza dei fatti si prende una rivincita.

Sulle Borse americane ascoltavo 48 ore fa il chief economist di una delle maggiori banche Usa mentre in una videoconferenza faceva una onesta autocritica. «Se mi avessero detto all’inizio dell’anno che Trump avrebbe lanciato il Liberation Day con gli annunci dei superdazi, poi che avrebbe seminato caos e incertezza nell’economia globale, poi che avrebbe bombardato i siti nucleari dell’Iran, forse sarei riuscito a prevedere il calo del 20% delle Borse che c’è stato in seguito al 4 aprile. Ma di sicuro non avrei previsto il recupero del 30% che abbiamo avuto in seguito, non avrei previsto che oggi saremmo saliti rapidamente ai massimi storici assoluti. E infatti non l’ho previsto».

Su Israele, vi propongo una lettura come sempre istruttiva, è la riflessione di Adam Tooze nella sua newsletter Chartbook. Per chi non lo sapesse, Tooze è un autorevole storico dell’economia, autore di saggi fondamentali. Britannico, è un progressista molto schierato: come tale è molto ostile a Trump e ancor più a Netanyahu. Senza nascondere le sue idee, offre comunque uno sguardo profondo e originale. Come in questo caso. Ecco cosa scrive Tooze, a proposito di Israele:

«Ecco un fatto sconvolgente. Se voi aveste acquistato l’indice azionario israeliano il 7 ottobre 2023, avreste guadagnato più che in qualsiasi altro mercato azionario al mondo. Dall’attacco di Hamas in poi, mentre Israele radeva al suolo Gaza, la Borsa di Tel Aviv è schizzata in alto. Nel giro di quattro settimane dopo l’attacco del 7 ottobre, i mercati si erano già ripresi. A luglio 2025, con l’afflusso massiccio di capitali internazionali, l’indice è salito dell’80%. Leggendo il coraggioso rapporto della Relatrice Speciale dell’Onu Francesca Albanese, intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, si potrebbe dire: niente di sorprendente. La furia scatenata dal governo Netanyahu è stata vantaggiosa per gli affari, sia in Israele sia negli Stati Uniti che in Europa. L’occupazione di territori palestinesi è intrecciata con gli interessi delle imprese. L’occupazione e la costruzione di insediamenti illegali sono parte integrante del boom immobiliare israeliano. Altri profitti sono stati ricavati dalla devastazione di Gaza. Nel frattempo, nei media finanziari tradizionali, commentatori come Ruchir Sharma elencano a raffica l’entità degli investimenti in ricerca di Israele e il tasso di crescita della produttività. I benefici derivanti dal settore della difesa hanno reso Israele un leader globale in campi che spaziano dal controllo del traffico aereo fino alla cybersicurezza. Con più start-up pro capite di qualsiasi altro paese, la sua cultura imprenditoriale è più simile a quella californiana che a quella mediorientale. Israele conta 73 start-up nel promettente campo dell’intelligenza artificiale generativa, il terzo numero più alto al mondo. La metà delle sue esportazioni riguarda prodotti tecnologici — una quota che pochi Paesi avanzati possono eguagliare — mentre i suoi vicini esportano ancora principalmente petrolio, una commodity ormai superata. Il risultato è un miracolo isolato di produttività. La produttività totale dei fattori, che misura l’efficacia con cui il lavoro utilizza le nuove tecnologie, è cresciuta in Israele quattro volte più rapidamente che negli altri Paesi sviluppati negli ultimi 25 anni, e questo divario si è allargato negli ultimi cinque anni. Spinto dalla tecnologia, il Pil pro capite è quasi triplicato dal 2000, superando i 55.000 dollari e passando dal 50% al 70% del livello degli Stati Uniti. Nei petro-Stati — e non solo in Medio Oriente — i redditi tendono a crescere, calare e infine ristagnare in base al prezzo del petrolio nel lungo periodo. Il Pil pro capite dell’Arabia Saudita è un terzo di quello statunitense, più o meno lo stesso di 25 anni fa. Per molti osservatori, la situazione geopolitica in Medio Oriente appare ancora precaria. Ma l’ottimismo dei mercati sull’economia tecnologica israeliana si riflette ora anche nelle previsioni economiche, che indicano una crescita vicina al 4% nei prossimi anni. Un dato relativamente forte per una nazione sviluppata. Ciò conferma la visione di mercato secondo cui Israele sta consolidando il proprio status di potenza economica dominante nella regione. La trasformazione di Israele da paese in crisi con inflazione galoppante negli Anni 80 a campione mondiale dell’high-tech, con un reddito pro capite oggi superiore a quello della Germania, è fondamentale per comprendere come rimanga un partner attraente per il capitale globale — anche mentre commette omicidi di massa, pulizia etnica… Osservando da vicino la cronologia degli eventi, il rapporto tra grande strategia e le fortune delle imprese israeliane, come riflesso nel mercato azionario, è molto più complesso e incerto di quanto suggeriscano valutazioni a posteriori degli attuali picchi di Borsa. … Come evidenziato dal rapporto Albanese, la spesa per la difesa è esplosa, creando opportunità di profitto. Ma ciò che è seguito nei mercati azionari non è stato un boom bellico… La mobilitazione imprevista ha destabilizzato l’intera economia. L’estrema violenza israeliana ha fatto notizia ed è stata disturbante persino per i suoi sostenitori. Si può anche guadagnare con le tecnologie di sorveglianza. Ma nel quadro più ampio dei mercati globali — quello in cui gli investitori di Tel Aviv vogliono competere — la questione palestinese e l’irrisolto problema coloniale dei coloni è una ferita aperta. La Palestina non è il motore della storia di successo del capitalismo israeliano… Il palcoscenico su cui si celebra il trionfalismo capitalistico israeliano non è innanzitutto la pulizia etnica, né le sporche battaglie per gli uliveti, ma la corsa all’intelligenza artificiale e i grandi piani infrastrutturali regionali. È questo il terreno degli Accordi di Abramo, concepiti appositamente per relegare la questione palestinese a tema secondario. … La svolta è arrivata con l’estensione drammatica e riuscita della campagna revisionista israeliana oltre Hamas e Gaza: contro Hezbollah in Libano, in Siria e infine contro l’Iran nel giugno 2025. Come altri osservatori, anche i mercati finanziari avevano inizialmente sottovalutato l’ampiezza del vantaggio militare israeliano, sia su Hezbollah che sull’Iran. È la superiorità israeliana in quelle campagne, non la terribile distruzione di Gaza, ad aver acceso i motori della Borsa di Tel Aviv. Se dobbiamo individuare un punto di partenza per il boom del mercato azionario israeliano, è il 17-18 settembre 2024, quando i servizi segreti israeliani hanno fatto esplodere migliaia di piccoli ordigni nei cercapersone e nei walkie-talkie di Hezbollah. Nessuna operazione ha segnalato in modo più chiaro di questa la superiorità schiacciante di Israele nella pianificazione a lungo termine, nella tecnologia e nell’astuzia. Da allora, i mercati non si sono più voltati indietro».

Come si vede Tooze non assolve certo Netanyahu, del quale condanna le politiche in modo netto (e per brevità non ho riportato alcuni brani della sua newsletter dove questa condanna è dettagliata, ferma e inequivocabile). Però questa sua analisi ci ricorda che la curva dei mercati ha una sua razionalità, guarda ad alcuni dati fondamentali della performance economica, prescinde dai nostri valori etici o politici. Peraltro il successo economico e tecnologico di Israele è proprio quello che ha ispirato e spinto all’emulazione diversi paesi arabi del Golfo: Emirati, Qatar, Bahrain, infine la monarchia saudita. Questi attori accettano la contraddizione: da una parte condannano l’azione delle forze armate israeliane a Gaza, o gli insediamenti illegali di coloni in Cisgiordania. D’altro lato continuano a volere – sommessamente – una normalizzazione di rapporti con Israele, per applicarne la ricetta economica a casa loro.