Un collaudo sbagliato poco prima del lancio ha causato la vulnerabilità di un serbatoio che poi è esploso, portando così alla citazione che è diventata iconica (anche grazie a Hollywood)
Velia Alvich per

Certe frasi lasciano un segno così profondo nell’immaginario collettivo da diventare espressioni di uso comune. Prendiamo per esempio «Houston, abbiamo un problema»: un momento carico di tensione durante una missione spaziale. L’espressione è stata immortalata da Hollywood e alla fine è diventata quasi un modo di dire.
Ma alla realtà storica dell’Apollo 13, che proprio 55 anni fa ha affrontato il «problema» durante il viaggio verso la Luna, si accompagna una piccola inesattezza storica legata proprio a questa espressione. Non è la prima volta che le citazioni vengono modificate o attribuite alla persona sbagliata, ma il famoso incidente della missione Apollo ha lasciato un segno nell’immaginario comune anche nella sua (piccola) inesattezza.


La missione Apollo 13
Appena nove mesi dopo il primo allunaggio e nel pieno della corsa allo spazio, gli Stati Uniti si preparavano per portare i propri astronauti — John Young, Fred Haise e Jack Swigert — sulla Luna per la terza volta con la missione Apollo 13. L’allunaggio era previsto vicino al cratere Fra Mauro e uno degli obiettivi della missione era quello di raccogliere il materiale derivante dall’impatto di un meteorite con il nostro satellite all’inizio della sua vita.
Il 13 aprile 1970, dopo più di due giorni di viaggio e a 330 mila chilometri dalla Terra, l’equipaggio aveva appena terminato una diretta televisiva (poco seguita dagli spettatori, visto il calo di interesse degli americani nei confronti delle missioni) e si stava preparando per alcuni controlli di routine.
Dal centro di controllo — il nome per intero è Centro di controllo missione Christopher C. Kraft Jr., ma nelle comunicazioni radio era chiamato semplicemente con il nome della città texana dove si trova, cioè Houston — l’astronauta Jack Swigert aveva ricevuto delle indicazioni precise: attivare i mescolatori dei serbatoi, un sistema che serviva a mescolare l’ossigeno liquido per mantenere una temperatura uniforme e delle misurazioni più precise. Un’operazione ordinaria di monitoraggio che fino a quel momento non aveva dato nessun problema, ma che in quella sfortunata occasione ha scatenato un pericoloso incidente.
L’esplosione del serbatoio
Per capire cosa ha causato il problema di bordo bisogna tornare sulla Terra e indietro di poco più di 56 ore. Durante i test prima del lancio i tecnici si erano accorti che il tubo di svuotamento dell’ossigeno non funzionava correttamente. Per non rischiare di perdere la preziosa finestra di lancio (evitando così di rimandare la missione) e non trattandosi di una parte fondamentale per la missione, l’equipe aveva deciso di svuotare l’ossigeno usato per i test riscaldandolo oltre la sua temperatura di ebollizione. Per farlo, furono accese le resistenze interne al serbatoio. In quel momento il termostato, progettato per funzionare a 28 volt, venne esposto a una corrente a 65 volt e per questo danneggiato.
Quando Swigert ha acceso l’interruttore della ventola di mescolamento, un cortocircuito ha generato una scintilla, accendendo così l’ossigeno puro. Questo ha causato l’esplosione del serbatioio 2 — che si è completamente distrutto — e la perdita di pressione nel serbatoio 1.
La celebre frase
«Okay, Houston … we’ve had a problem here». Questa è la frase originale pronunciata da Swigert. «Abbiamo avuto un problema qui», una frase che si riferisce al passato, nonostante fossero passati poco più di venti secondi da quando avevano sentito la forte esplosione. «Qui è Houston che parla. Ripetete, per favore», dicono dal centro di controllo. «Houston, abbiamo avuto un problema. Abbiamo avuto un calo di tensione sul pannello principale B», risponde Lovell.
Un po’ diverso rispetto all’espressione che è diventata famosa. Il merito (o la colpa) è del film che porta lo stesso nome della missione spaziale. Nella scena clou, Tom Hanks (che interpreta il comandante Lovell) ripete la frase al centro di controllo, “trasformandola” però al presente per renderla cinematograficamente più intensa.


Un incidente che si sarebbe conclusa in una tragedia se non fosse stato per l’esperienza e il sangue freddo dell’equipaggio. La missione ufficiale, cioè l’allunaggio, doveva essere annullata. La nuova priorità era diventata il ritorno in sicurezza sulla Terra. Il modulo lunare, che sarebbe servito per la missione sul satellite, venne trasformato così in una «scialuppa di salvataggio» seguendo una procedura d’emergenza che era stata messa a punto proprio per un’eventualità simile (considerata improbabile in fase di progettazione). Per riuscire a tornare sulla Terra, però, non potevano fare semplicemente marcia indietro. Per questo usarono l’orbita lunare (e una piccola spinta data dal meno potente Sistema di Propulsione di Discesa) per «immettersi» nella traiettoria di ritorno libero.
Neanche la discesa verso il nostro pianeta (durata quattro giorni) fu semplice. Il modulo lunare non era pensato per ospitare tre persone e comunque l’energia elettrica e acqua scarseggiavano. Per questo il viaggio di ritorno avvenne al freddo (la temperatura del modulo rimase costante attorno ai 3° centigradi) e con poca acqua da bere.
La fase finale è stata altrettanto carica di tensione quanto i quattro giorni precedenti. Alla fine, dopo sei minuti di silenzio radio (dovuta alla ionizzazione dell’atmosfera attorno al modulo di comando con la quale stavano rientrando) la missione di salvataggio si è conclusa comunque con un successo: il modulo lunare aveva completato l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico meridionale, dove gli astronauti vennero recuperati e riportati alla «normalità» della Terra.
L’incidente, intanto, aveva risvegliato l’attenzione mondiale nei confronti della corsa spaziale. E oggi, dopo 55 anni, continuamo a fare riferimento a una frase che ha segnato un momento fondamentale nell’esplorazione spaziale.

