ora faccio pochi concerti e non ho pensione
Lo sfogo dell’ex chitarrista de “Le Orme”: «La mia vita da musicista peggiora sempre di più. A volte passano anche cinque mesi prima di esibirmi. Nessun manager si è mai interessato a me»
Marianna Peluso per

Non basta una carriera stellare per garantire un futuro sereno. Lo dimostra Tolo Marton, virtuoso della chitarra e vincitore di riconoscimenti internazionali, che ha affidato ai social un appello carico di amarezza e speranza: «C’è qualcuno in questo Paese che sia interessato a farmi da manager?». Il musicista, a 73 anni, si ritrova a fronteggiare una realtà che lascia perplessi: poche esibizioni dal vivo, una mancanza di pensione e la difficoltà di trovare figure professionali capaci di supportare la sua carriera. Eppure Marton è un mostro sacro della musica italiana: ha collaborato con Ian Paice e Don Airey dei Deep Purple, si è esibito con due membri dei leggendari Cream, Jack Bruce e Ginger Baker, oltre a condividere il palco con artisti come Jeff Beck e B.B. King. Negli anni Settanta, ha fatto parte della band italiana di rock progressivo Le Orme, per poi intraprendere una carriera solista che lo ha portato al fianco di Bobby Whitlock dei Derek and the Dominos. Una delle sue performance più celebri è stata al Jimi Hendrix Electric Guitar Festival di Seattle nel 1998, dove ha vinto il Voodoo Chile Award.
L’Electric Guitar Competition
«Sono più conosciuto in America che in Italia» osserva con rammarico, facendo eco allo sfogo su Facebook di due giorni fa: «La mia vita da musicista sta peggiorando sempre di più – sono le parole lanciate in rete -. Non ho pensione, le mie serate sul palco sono davvero troppo poche, ma quelle poche entusiasmano sempre il pubblico. Tutti mi conoscono e nonostante ciò lavoro pochissimo. Ho provato molte volte a cercare un manager perché io non sono bravo a propormi, ma nessun manager si è mai interessato. Eppure sono stato premiato dal padre di Jimi Hendrix in America come migliore esecutore in assoluto dell’Electric Guitar Competition. Ma che razza di Italia è questa?». In un mercato musicale che sembra privilegiare dilettanti o musicisti part-time, Marton si interroga su cosa significhi essere un professionista oggi. «A volte passano anche cinque mesi prima di esibirmi – confessa -. Non posso dire di avere difficoltà economiche, ma faccio fatica, soprattutto pensando in prospettiva: cinque anni fa ho venduto la mia casa a Treviso e ora sono in affitto». La pensione è un altro tasto dolente: «L’Inps non guarda quanti soldi ho versato quando guadagnavo bene, ma conta il numero delle giornate lavorative. Quindi paradossalmente, oggi me la passerei meglio se nella mia vita avessi fatto solo piano bar, al minimo sindacale, tutte le sere. Io no, non ho mai suonato tutte le sere, perché avevo bisogno di studiare, scrivere, provare».
In 500 hanno risposto all’appello
La sua riflessione non è solo un grido di aiuto, ma una denuncia di un sistema che sembra dimenticare anche i più grandi. «Negli ultimi anni, è cambiata proprio la musica, chi la fa e chi ne fruisce – dice, con l’amaro in bocca -. Ora i talent regalano visibilità per pochi minuti e al supermercato si sentono solo voci distorte da autotune: si può chiamarli artisti? È tutto piatto, tutto uguale. Ma lo stupore dov’è? E la meraviglia?». Non è più tempo delle poesie di Bob Dylan o dei riff di Keith Richards. «Al mio appello hanno risposto oltre cinquecento persone – conclude –, tra fan, gente che mi conosce, gente che mi vuole bene. C’è qualche gestore di locale che mi ha contattato per fissare delle date dopo le feste. Ovviamente ho accettato e mi fa piacere, ma ancora nessun manager si è fatto avanti. Io non so vendermi, altrimenti so che alcuni brani, come «Alpine Valley» e «One more train», sarebbero da prima serata su Rai Uno. Io non voglio arrendermi, perché ho ancora tanto da suonare».


