Il re dei telecronisti sportivi, 57 anni, romano trasferito a Milano 2 dal 1994
«Con Biscardi mi imbucai ai Mondiali negli Usa»
Anna Gandolfi per

Fabio Caressa, è vero che la sua carriera di giornalista è iniziata con «Cioè»?
«Verissimo. Avevo più o meno 16 anni».
E come arriva al magazine culto degli adolescenti degli anni ‘80?
«A Roma studiavo al liceo classico e dicevo agli amici: vorrei scrivere. Qualcuno era nell’editoria, mi hanno indirizzato: cercavano giovani leve. Il mio compito erano le lettere. “Sono tal dei tali (erano quasi sempre firme femminili), ho incontrato il vip tal dei tali”. Tutto rigorosamente inventato».
La più grossa che ha sparato?
«Quella della ragazza che incontra Bono Vox a Trinità dei Monti, “un po’ mascherato per non farsi riconoscere”. Come no!? Se Bono in quel periodo si fosse presentato a Trinità dei Monti sarebbe stato il delirio. A modo mio inventavo storie. Comunque ho fatto anche interviste vere: la prima ad Alberto Fortis».


Fabio Caressa, 57 anni, è uno dei telecronisti più seguiti e amati dal pubblico. Voce di Sky dal 2003, è un romano a Milano «ormai da 34 anni». E sulla sua Milano ha pareri ben precisi, a partire da uno dei temi caldissimi con cui si apre il 2025: il futuro dello stadio Meazza. Entro febbraio Milan e Inter devono presentare il piano finanziario sulla nuova arena. «Cosa penso io? San Siro bisognerebbe rifarlo da zero. Anche a costo di abbatterlo. È bellissimo, ma antico. E oggi la priorità è avere impianti al passo con i tempi».
Partiamo dall’inizio. A Milano sbarca per Telepiù.
«Nel 1991, sul finire della Milano da Bere, portato da Rino Tommasi che è appena mancato: un maestro della cronaca sportiva e dell’uso dei numeri. La mia prima telecronaca è stata il Trofeo Luigi Berlusconi. Con i colleghi Marco Nosotti, Fabio Guadagnini e Giorgio Porrà abitavo al residence «Futura» di via Mecenate, allora frequentato in modo – diciamo – colorito. Lavoravamo e la sera andavamo a ballare: Beau gest, Lizard. Che tempi».
Primo impatto?
«Arrivo il 19 agosto: in ufficio c’è addirittura l’aria condizionata, il traffico è più ordinato che a Roma. Non solo: la gente è puntuale e io, che ci tengo, finalmente mi trovo nel mio elemento (a Milano dici: appuntamento alle 9.30, a Roma: appuntamento tra le 9 e le 10). Insomma, un uomo felice. Poi inizia l’autunno ed ecco il mio ricordo traumatico. Una mattina apro la finestra in piazza Udine, dove mi ero spostato: nebbia, nebbione. Non si scorgeva nemmeno il lampione nel mezzo dello slargo. Io la nebbia non l’avevo mai vista e guidare era impossibile».
Oggi è perfettamente naturalizzato. Tema dibattuto in città è San Siro, che lei conosce benissimo lavorandoci spesso. Cosa farne?
«Ribadisco il mio parere: San Siro bisognerebbe rifarlo. Mancano i servizi e invece un impianto deve essere fruibile. Al Bernabeu ci puoi vivere una giornata intera, al Meazza no. Non ci sono dotazioni adeguate, ristoranti».
Rifarlo anche a costo di abbatterlo?
«Non sarebbe uno scandalo. Dicendo “gli stadi non si toccano” non si va da nessuna parte: la Roma dovrebbe giocare al Colosseo. In Italia c’è un enorme problema di impianti».
Le società in passato avevano valutato l’hinterland.
«Idem, non sarebbe stato un problema. A Milano serve uno stadio moderno, ovunque sia, sia».
Oggi dove abita?
«A Milano 2: io mi sono trasferito nel 1994, Benedetta (Parodi, sua moglie e volto tv, ndr) nel 1998».
Da allora ha fatto pace con la nebbia?
«Non c’è quasi più. Comunque nebbia o no mi sono innamorato subito della città».
Siamo ancora puntuali?
«Sì».
Difetti di Milano.
«L’area B mi sembra classista e sa un po’ di ponte levatoio che viene alzato dal castello: per lo smog sarebbero state meglio altre soluzioni. Inoltre oggi Milano non è una città che si possa definire sicura: dopo le 20 non puoi prendere la metropolitana. Vuoi il taxi? Non lo trovi. Ciò non va bene e lo dico da padre di tre figli di 22, 20 e 15 anni (Matilde, Eleonora e Diego, ndr) che vogliono uscire la sera ma poi sono in difficoltà».
Ha raccontato che a essere «politicamente corretto» sta imparando proprio dalle sue figlie.
«Assolutamente sì. Ne ho parlato anche nel podcast “Scomodiamoci” (Caressa è uno dei sei “maschi famosi” che hanno dialogato con l’attrice Carolina de’ Castiglioni, ndr) dedicato alla violenza di genere. Per la mia generazione certi atteggiamenti sono normali, certe battute sono simpatiche, fanno ridere, sono complimenti mentre per le mie figlie sono fastidiose. Da loro ho imparato, in questo ambito, che qualcosa che sembra innocuo per altri non lo è».
Come i fischi per strada.
«Non ho mai assistito a fischi verso le mie figlie, perché se accadesse non finirebbe bene. Lo so: ho detto una cosa “patriarcale”, Matilde ed Eleonora mi riprenderebbero. Ma ci sta».
A sua moglie Benedetta è successo?
«Chi fischia non finirebbe bene con Benedetta, ci penserebbe lei a metterlo a posto. È tostissima».
Nello stesso podcast ha parlato dei vostri stipendi. Benedetta guadagna più di lei?
«Dipende, va a periodi: spesso è capitato che lei guadagnasse più di me».
Da uomo come la vive?
«Benissimo. In famiglia entrambi partecipiamo alle spese e se è un periodo in cui guadagno di più io, mi faccio carico di più spese io, se invece guadagna di più Benedetta, se ne fa carico di più lei. È sacrosanto però c’è chi ancora si stupisce».



Vi siete conosciuti al lavoro.
«A Telepiù. Sposi nel 1999».
In famiglia cosa si tifa?
«In famiglia non si tifa…».
Impossibile.
«Cosa si tifa non si dice».
Questo è più credibile.
«Solo Diego segue il calcio. Benedetta, Matilde ed Eleonora zero».
Niente partita, si guarda un film insieme: capita anche a casa sua?
«Io guardo il calcio. Anche a costo di finire da solo in una stanza».
Delle inchieste ultrà intorno a San Siro cosa dice?
«Non parlo di cose che non conosco a fondo».
Allora parliamo di cose che conosce. Tre pronostici secchi: chi vince la Champions?
«Potrebbero vincere l’Inter o il Liverpool».
Lo scudetto?
«Se vincesse l’Atalanta – che investe sui giovani e sta facendo grandi cose grazie all’allenatore e alla società – farebbe bene al calcio italiano».
Il Mondiale dei club?
«Mah. Forse il Real Madrid».





Ai Mondiali per due edizioni la Nazionale non è arrivata. Ne risente il suo lavoro?
«Non è il mio lavoro il problema ma il fatto che così i giovani non si avvicinano al calcio».
A proposito di Mondiali: si è imbucato a Usa 1994?
«Imbucato no perché pagavo il biglietto. Ma sì, con Aldo Biscardi, non avevamo i pass. Tutti tranne uno: il mitico collega Gianni Federico che si presentava con un foglio bianco con stampata la sua foto, il Tricolore e la scritta “Italian special security”. Incredibilmente con quello andava dappertutto».
È vero che pensa alla metrica dell’Eneide quando fa le telecronache?
«Eredità del Classico. Ho smesso di usare le virgole e messo i punti. Serve musicalità».
È il pioniere della telecronaca emozionale: «Vogliamoci tanto bene» nel Mondiale 2006 è storia.
«L’ho detto: per me l’emozione è fondamentale».
Oggi in quanto a pathos è stato superato a destra.
«Servirebbe un po’ più di aderenza alla realtà. Concordo con Fabio Capello: non puoi fare la cronaca della Serie C pensando che sia la Champions».
Ci dica un pregio e un difetto di interisti e milanisti.
«Il difetto è uguale: quando ci sono loro lo stadio è bellissimo ma hanno una certa tendenza al mugugno, con i loro stessi giocatori a cui chiedono molto. Li senti: buuuuuuuuuuuuu».
Il pregio?
«Sono abituati a chiedere il meglio quindi sanno spingere la squadra».
Caressa salomonico.
«È il mio lavoro».
L’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori è di famiglia (marito della cognata Cristina Parodi, ndr). Ci dica allora pregi e difetti degli atalantini.
«Quando si tratta di Atalanta tutta la città è con la squadra. Però certe volte, quando i bergamaschi parlano, io non capisco niente…».





Nel libro Calcio e pepe, scritto a quattro mani, e in questa intervista la coppia si racconta come non ha mai fatto prima. «Se Benedetta non ci fosse, mi mancherebbe come l’aria», fa sapere lui. «La gelosia è un sentimento che non mi piace», dice lei
Mario Manca per
Benedetta Parodi e Fabio Caressa sono in due posti diversi ma è come se stessero nella stessa stanza. Benedetta è in un negozio di Milano insieme alla figlia Eleonora per comprare un regalo di compleanno mentre Fabio è a casa: ha appena visto la cheesecake di yogurt e panna con sopra del cioccolato al latte che Benedetta ha preparato la sera prima e non riesce a resistere. «Stai mangiando la mia torta?», gli chiede al telefono Benedetta che, a casa, dice di preparare sempre delle cene pantangrueliche «in maniera che rimangano molti avanzi» o, come in questo caso, un buona torta. Il rapporto che lega Benedetta Parodi e Fabio Caressa, in libreria con il loro libro scritto a quattro mani Calcio e pepe (Sperling & Kupfer), sta tutto qui: nella dolcezza di due metà che si completano e battibeccano creando quel tipo di rapporto (e di matrimonio) che tutti sognano, fatto di tanti alti e pochi bassi.
Per i vostri 25 anni di matrimonio avete deciso di aprire per la prima volta il cassetto della vostra intimità e della vostra storia: perché proprio adesso?
Benedetta Parodi: «Pensavamo che alla gente non interessasse, ma poi l’anniversario ci ha portato a scrivere questo libro per lanciare un messaggio di gioia, di allegria e di positività in un mondo in cui tante volte si racconta sempre e solo quello che va male».
Fabio Caressa: «Senza presunzione e senza voler insegnare niente a nessuno, penso che sia bello condividere un momento di felicità, di speranza, di comunione e di gioia come un matrimonio che dura da così tanto tempo».
Mi sembra di capire, dopo aver letto il libro, che era Fabio quello più interessato all’inizio della relazione.
Caressa: «È proprio così. Ero l’unico interessato alla relazione anche se, la prima volta che siamo usciti, non cercavo neanche una storia. Poi ho capito, e le ho detto che secondo me era la donna della mia vita».
Parodi: «Lì mi sono detta: ”questo è matto”».
Benedetta, però lei lo ha invitato a un battesimo di famiglia pochi appuntamenti dopo.
Parodi: «Ma perché ero matta un po’ anch’io e cercavo di impostare un rapporto con una persona che non conoscevo ancora tanto bene. Non avevo valutato che quell’invito potesse avere anche un significato e un peso specifico».
In Italia, quando si parla di una coppia che dura da tanto e che un po’ si battibecca e un po’ si vuole bene, diciamo sempre che è come Sandra e Raimondo: vi ci trovate?
Caressa: «Di loro condividiamo il bisogno di dare più peso a una battuta che a una litigata, visto che il successo del loro rapporto era non prendere le cose in maniera troppo seria. Stiamo, però, parlando di due icone assolute da tutti i punti di vista, anche se ammetto che quando ci paragonano a loro provo sempre una grande tenerezza perché sono cresciuto guardando la trasmissione Tante scuse con Vianello e Mondaini a casa dei miei nonni».
Immagino che, per scrivere questo libro, abbiate dovuto riaprire diversi cassetti della memoria: ci sono state delle cose che avete riscoperto?
Parodi: «Io, per esempio, non ricordavo assolutamente che Fabio mi avesse chiesto di sposarlo su un aereo di ritorno dagli Stati Uniti».
Caressa: «Una cosa da niente, insomma».
Parodi: «È solo perché su quel volo ero molto impaurita e non ricordo bene cosa mi stesse dicendo. E poi mi ricordavo che Fabio me lo avesse chiesto a Natale. Mi diceva sempre: ”Ma se io ti regalassi un anello come la prenderesti?”. Poi mi è arrivata questa scatoletta in mano e ho dovuto fingere di essere molto stupita».
Caressa: «Il problema è che se chiedi a una persona di sposarti, quella non risponde e poi non torna sull’argomento per altri due mesi il dubbio ti viene».
Parodi: «Tu scherzi, ma davvero non ti avevo sentito la prima volta. A parte questo, scrivere il libro è stato come una terapia di coppia perché abbiamo ripercorso tutti i motivi per cui ci siamo innamorati e stiamo ancora insieme».


In tutti questi anni in cosa sentite di essere cresciuti come coppia?
Parodi: «Ci siamo fatti del gran bene, vero Fabio?».
Caressa: «Questo lo diciamo sempre: stare insieme ci ha sempre completato e migliorato fin dall’inizio. Non è un caso che ”insieme è meglio” sia il sottotitolo del libro: è proprio la sintesi perfetta del nostro rapporto perché ognuno di noi ha aiutato l’altro a limare certi angoli del proprio carattere».
Parodi: «Aggiungo che siamo cresciuti insieme anche sul piano lavorativo, visto che Fabio mi ha insegnato tantissimo e, specie all’inizio, quando ero stagista, mi sono appoggiata tanto a lui».
Caressa: «Benedetta nel lavoro è sempre stata il mio equilibrio. Io tendo sempre a esagerare e a prendere le cose di petto, mentre lei mi ha insegnato a ragionare molto prima di agire. Incluso il momento in cui mi ha fatto capire che il ruolo del direttore non faceva per me».
Parodi: «Lui, d’altro canto, mi ha molto spronato quando ho mollato tutto per seguire la cucina, che era un triplo salto mortale. Insomma, ci siamo consigliati nella maniera giusta».
Dopo questa risposta faccio fatica a credere che Fabio sia quello romantico e Benedetta quella sostenuta: erano due ruoli che avete interpretato, per caso?
Parodi: «Sono dei ruoli che ci sono venuti naturali perché siamo proprio così: l’accettazione della diversità è non cercare una cosa uguale a te, ma qualcosa che ti arricchisca».
Caressa: «È vero, siamo diversi in tante cose ed è proprio in quello che ci completiamo: non ci annoiamo mai, c’è sempre lo sforzo di avvicinarci per trovare un punto d’incontro. E questo aiuta molto in un rapporto perché ti permette di non solidificarti nelle tue posizioni».
I vostri figli hanno letto il libro?
Parodi: «Non ne possono già più. Già siamo dei genitori abbastanza ingombranti: almeno questo glielo risparmiamo. Tanto ci conoscono meglio di noi stessi».
In cosa pensate di essere ingombranti come genitori?
Parodi: «Diciamo che siamo molto presenti perché siamo anche molto amici dei nostri figli, anche se mai nella maniera sbagliata».
Caressa: «Il genitore deve essere una guida, per carità, ma facciamo tante cose insieme, anche se è normale che debbano vivere la loro vita».
Quando i figli diventano grandi la coppia deve trovare un nuovo equilibrio: temete quel momento?
Parodi: «Un po’ sì. Ancora non è arrivato, ma incominciamo a sentire che è vicino».
Caressa: «La soluzione potrebbe essere prendere un casolare in cui vivere tutti insieme con le famiglie”.
Parodi: «Non glielo auguro, però. È giusto che camminino con le loro gambe e facciano quello che li rende felici. Io, per esempio, mi sono trasferita a Milano per l’università anche se loro qui sono completamente indipendenti».
A proposito di indipendenza: in che cosa nella vostra vita pensate di essere dipendenti l’uno dall’altro?
Caressa: «Dal fatto che non posso pensare di vivere senza di lei. Se Benedetta non ci fosse, mi mancherebbe come l’aria. In tutti i momenti di tensione e di lontananza, cose così».
Parodi: «Viviamo in maniera abbastanza indipendente le nostre passioni e il nostro lavoro, ma non possiamo prescindere dal legame che abbiamo creato 25 anni fa».
È una risposta molto romantica. Spesso si dice che l’amore, con il passare degli anni, si trasformi in qualcos’altro: in un’amicizia, in una tenerezza. Per voi è stato così?
Parodi: «Il trucco è stato non essere mai stati particolarmente romantici. Mi viene in mente quella scena di Harry ti presento Sally in cui si dice che inizia un rapporto quando la vai a prendere all’aeroporto. Bene, noi non siamo mai venuti a prenderci all’aeroporto. L’ho fatto forse solo nel 2006».
Caressa: «Esserci risparmiati fin dall’inizio questi rituali ci ha permesso, secondo me, di migliorare nel tempo ritagliandoci i nostri spazi di tanto in tanto».



L’abitudine non vi ha mai spaventato?
Parodi: «No, anzi: io adoro l’abitudine, è l’ossigeno per me. Sono una persona molto abitudinaria e Fabio mi serve proprio per scardinarmi perché, disordinato com’è, mi porta a reinventarmi e a darmi sempre da fare. E poi a lui piace giocare a tutto: ai videogiochi, a carte».
Caressa: «Alla lunga, facendo un lavoro dinamico come il nostro, la routine serve anche a ricaricarti, quindi va bene così. Senza contare che Benedetta ama la routine, ma non è pigra a differenza mia. Lei, in questo, mi stimola molto. La mattina si alza e si allena e io, vedendo lei, cerco di darmi una mossa».
In ambito letterario quando una coppia è unita da molto tempo si dice che «resiste» o «sopravvive»: a cosa siete sopravvissuti voi?
Caressa: «A tanti cambiamenti nel lavoro che sono stati importanti nella nostra vita e che avrebbero potuto portarci fuori dai binari. Nel nostro lavoro capita spesso che si rimettano in discussione certe priorità quando subentra una promozione o un nuovo titolo, ma questo non ci ha mai sviato, facendoci capire di non poter prescindere l’uno dall’altro».
Parodi: «In momenti diversi siamo sempre stati di supporto l’uno all’altro, non c’è mai stata invidia o gelosia di nessun tipo. Questo ci ha permesso di restare con i piedi per terra in qualunque situazione, vivendo i momenti altalenanti della nostra carriera insieme, senza allontanarci».
Dobbiamo credervi quando dite che non siete gelosi?
Parodi: «Zero. Non lo siamo proprio».
Caressa: «Forse qualche volta in passato può essere capitato, ma sarà stato appena un momento».
Parodi: «La gelosia è un sentimento che non mi piace e che, per fortuna, ci ha fatto trovare bene: se ci fosse stata forse il nostro rapporto non sarebbe potuto esistere».
Alcune coppie di Hollywood e di casa nostra, per tenere in vita il matrimonio o la passione, ricorrono all’escamotage delle camere separate: avete mai valutato questa opzione?
Caressa: «Forse solo quando russo».
Parodi: «Anche se Fabio guarda la televisione fino a orari assurdi mentre io crollo prima, non mi piacerebbe avere camere separate: ci mancherebbe quel tipo di intimità che vorremmo mantenere».
Caressa: «Dormire separati potrebbe voler dire anche condurre vite separate».
C’è qualcosa che prima avevate e che ora vi manca?
Parodi: «Il tempo di stare insieme e di fare delle cazzate, di stare tutto il giorno a guardarci una serie o fare una gita. Ma, forse, quando i ragazzi andranno via di casa, qualcosa, in questo senso, potremmo recuperarla».
Caressa: «Adesso è un po’ difficile incastrare tutte le cose, dobbiamo programmare tutto prima e non possiamo improvvisare».
Adesso è arrivato il libro. Immagino, però, che in passato vi abbiano cercato per proporvi dei progetti televisivi insieme: in futuro li valutereste?
Parodi: «La verità è che vorremmo tanto lavorare insieme, ma nessuno ce lo ha proposto. Noi lanciamo appelli a tutte le piattaforme televisive, i giornali, i social, la Rete. Anche con i nostri figli ci piacerebbe creare una sorta di storia di famiglia. Chi lo sa».
Caressa: «Siamo aperti a tutte le opzioni. Magari in una prossima intervista le racconteremo un nuovo progetto tutto nostro».
Pensate che la gente abbia capito chi sono Benedetta Parodi e Fabio Caressa?
Parodi: «Secondo me sì, perché siamo due persone che hanno una vita normale e che non potrebbero mai apparire diverse da quelle che sono».
Caressa: «Anche secondo me. Il messaggio che ci piace trasmettere è che ci si può amare e si può condurre una vita insieme senza per forza dimostrare di essere qualcosa di diverso da sé. Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che mi accetta per quello che sono nel bene e nel male: di più non avrei potuto chiedere».
Parodi: «Ci siamo scelti bene, dai. 25 anni fa ci abbiamo visto fortunatamente lungo».




