Hamilton (e Leclerc) in Ferrari nell’anno in cui il pilota conta

Domenica all’alba la Ferrari ripartirà all’inseguimento del titolo mondiale

Ci sono circa tre chilometri in linea d’aria fra la Rod Lever Arena dove Jannik Sinner 47 giorni fa ha vinto gli Australian Open, e la linea di partenza del circuito di Albert Park, dove domenica all’alba la Ferrari ripartirà all’inseguimento del titolo mondiale. 

Nei primi mesi dell’anno Melbourne e l’Australia sono il centro di quel mondo sportivo che corre sempre dietro all’estate, e l’inizio è sempre il tempo della speranza, quando si ricomincia da zero e ogni orizzonte sembra raggiungibile. La Ferrari manca il mondiale piloti dal 2007 e quello costruttori dal 2008: sono i vuoti più lunghi della sua storia, eppure il luccichio negli occhi di Lewis Hamilton al momento di scattare le prime foto a Maranello e la cura con la quale ha tenuto a presentarsi ai suoi nuovi tifosi ci dice che non un grammo del fascino della Rossa è andato smarrito in questi anni di digiuno. Accade perché niente come la Ferrari riassume l’incontro fra tradizione, passione e tecnologia che è il segreto dell’eterno successo della Formula Uno. L’anima artigiana con la quale Enzo Ferrari si oppose negli anni eroici a un’industria come la Ford, e una capacità innovativa nella galleria del vento e nei software di sviluppo che ciclicamente riemerge. Si sa da tempo che la vera svolta arriverà nel 2026, col regolamento nuovo, le macchine più leggere e un’altra serie di diavolerie che non mi sogno nemmeno di affrontare. 

Questo però significa che ci troviamo alle porte di una stagione senza domani, dove l’assenza di prospettiva ha avvicinato le macchine: se intere squadre di progettisti sono già al lavoro sulle monoposto del 2026, nel 2025 si farà con ciò che proviene dal passato più qualche sviluppo che a un certo punto riguarderà solo chi sarà in lotta per il titolo. In Formula Uno non si retrocede: se a metà stagione sei troppo staccato, ti dedichi all’anno successivo e amen.
La conseguenza di questo scenario è che in una stagione tecnologicamente livellata l’abilità del pilota conterà più del solito, e in quest’ottica è ovvio che l’ingaggio di Lewis Hamilton e il suo affiancamento a Charles Leclerc abbia scaldato le aspettative oltre ogni limite. Si parlava giusto ieri di Goat, l’acronimo con cui lo sport definisce il più grande di sempre in una disciplina: premesso che la sensazionale storia agonistica e purtroppo il suo tragico finale hanno posto Ayrton Senna lì dove difficilmente qualcun altro mai arriverà, è chiaro che Hamilton compete su una Ferrari per diventare il più vincente della storia. Oggi si divide il primato dei 7 Mondiali con Michael Schumacher  e per aggiungere al suo status di secondo vincitore di titolo più giovane (lo precede Sebastian Vettel) quello di terzo più anziano dietro i nomi ingialliti dalla leggenda di Fangio e Farina. Dice chi frequenta il paddock che le malignità sull’operazione di marketing si sprecano, ed è ovvio che l’unione di due brand straordinari come la Ferrari e Lewis Hamilton abbia ricadute commerciali rilevanti. Ma visto che quest’anno conterà di più il pilota, l’operazione entusiasma in ogni sua forma: compreso lo stimolo su Leclerc, che forse ne aveva bisogno per finire di sviluppare il suo potenziale. Buona sveglia a tutti, domenica all’alba.