Gli Stati Uniti compiono 250 anni

Le spallate trumpiane a un esperimento di democrazia unico

L’America che festeggiava il bicentenario usciva dal Watergate ferita ma rinfrancata: i suoi anticorpi avevano funzionato. Mezzo secolo dopo abbiamo un presidente che ricopre d’oro la Casa Bianca

Massimo Gaggi

C’è chi confronta gli Stati Uniti che domani compiono 250 anni con quelli del Bicentenario di mezzo secolo fa, nel ’76, mentre altri, sulla stampa internazionale, provano a immaginare come sarà, nel 2076, l’America del Tricentenario, tra auto volanti e basi su Marte.

Nel 1976, giovane giornalista, vissi i giorni del Bicentenario negli Usa, ospite del governo insieme a centinaia di altri giornalisti di tutto il mondo, invitati a conoscere il Paese attraversandolo, in carovana, da costa a costa (nella mia ero con cronisti tedeschi, coreani, pachistani, giapponesi, turchi). Un’esperienza che, ripescandola nella memoria, fa venire in mente almeno tre differenze tra l’America di allora e quella di oggi.

Intanto l’apertura al mondo di un Paese orgoglioso di quello che aveva costruito, desideroso di farlo conoscere, di condividerlo con generosità. Poi era sempre America number one, certo. Ma non sbattuto sotto il naso con risentimento o arroganza. Quella leadership l’America ce la mostrava come legata alla solidità delle sue istituzioni democratiche: le idee dell’Illuminismo europeo portate Oltreatlantico e trasformate dai Padri fondatori nella carne e nel sangue di un esperimento democratico senza precedenti al mondo. 

Che ora noi vedevamo ulteriormente trasfigurato nel marmo candido dei tempi della Repubblica sparsi per Washington: la Corte Suprema, il Campidoglio, la Casa Bianca, il Lincoln Memorial, la Federal Reserve e tanti altri.

Quella, poi, era l’America che aveva messo alla porta Richard Nixon, travolto dallo scandalo Watergate: violata la Costituzione col tentativo di spingere la Cia a bloccare le indagini dell’Fbi, era stato abbandonato anche dal suo partito. Ci trovavamo davanti una democrazia ferita ma anche rinfrancata: i suoi anticorpi avevano funzionato. 

Nei cinema trionfava Tutti gli uomini del presidente, uscito poche settimane prima. Film che celebrava la stampa «cane da guardia» delle istituzioni con Dustin Hoffman e Robert Redford nei panni dei giornalisti del Washington Post che avevano denunciato il caso. Una svolta storica, il tentativo sventato di fare un uso criminale dei servizi segreti che ora il vicepresidente JD Vance derubrica a episodio insignificante: «Roba che oggi farebbe notizia per 12 ore, folle che abbia fatto cadere un presidente».

Dal suo punto di vista non ha torto: al riparo della sentenza della Corte Suprema che gli ha concesso un’immunità pressoché totale, Trump ha dato alle istituzioni spallate forse più violente di quelle di Nixon. Vance non ha torto ma è smemorato: non si ricorda più di quando diceva «non so se Trump è un altro Nixon o un Hitler».

Infine Gerald Ford, il presidente chiamato a ricucire la ferita Nixon. Un politico mediocre, preso in giro per la sua goffaggine: pochi mesi dopo sarebbe stato sconfitto alle presidenziali da Jimmy Carter. Modesto ma onesto. Lasciata la Casa Bianca, lo ritrovai, un paio d’anni dopo, che sbarcava il lunario come consulente della Lehman, stringendo mani ai party organizzati a Washington, durante la settimana del Fondo Monetario, da quella banca allora sulla cresta dell’onda. Finito di distribuire convenevoli, Ford si infilava il cappello e se ne andava a piedi, seguito da un solo agente di scorta, mentre gli ospiti si chiedevano, interdetti: scena umiliante o prova di trasparenza di un sistema nel quale i presidenti alla Casa Bianca ottengono fama e un modesto stipendio? Altri tempi. Mezzo secolo dopo abbiamo un presidente che ricopre d’oro la Casa Bianca. E sé stesso.

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Per Jill Lepore, una delle maggiori storiche americane, docente a Harvard, vincitrice del Pulitzer con il suo ultimo saggio We the People: A History of the U.S. Constitution che uscirà in Italia edito da Rizzoli in autunno, le celebrazioni del 4 luglio in America non sono mai state un vero momento «neutro» di unità e c’è sempre l’aspettativa che siano politicizzate. «Nella storia americana persone diverse, con diversi programmi politici hanno dichiarato di essere i legittimi eredi della tradizione della Rivoluzione americana. Intorno al 1790, quando divenne dominante la tradizione delle parate del 4 luglio, era anche il periodo in cui gli Stati Uniti sperimentarono per la prima volta le divisioni dei partiti politici: emersero i due partiti, Federalista e Repubblicano, e avevano celebrazioni rivali del 4 luglio, con idee diverse sul significato della rivoluzione, delle sue motivazioni e di chi ne rappresentasse meglio gli ideali. Queste occasioni sono state semmai l’opportunità per gli americani di presentare le loro divergenze in modi nuovi, ma c’è sempre un certo disappunto perché, nonostante tutto, esiste l’idea che questi dovrebbero essere momenti in cui mettiamo da parte le divisioni». Ma quello che rende particolarmente «folle» questo 250° anniversario è, secondo la storica, il modo in cui l’amministrazione Trump pretende di decidere il significato della Storia americana.

Si celebra il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. Qual è la parte più importante del testo?
«Penso che sia il consenso dei governati. Stabilisce come diritto naturale il fatto che tutte le persone hanno il diritto ad acconsentire al loro governo e ad alterarlo o abolirlo quando non rende più possibile per loro perseguire la felicità, essere liberi, vivere nell’uguaglianza… È l’architettura del governo democratico».

Quanto significato ha per gli americani?
«Le parole contenute nella Dichiarazione di indipendenza sono importantissime e sono anche parole su cui gli americani si sono scontrati. Nel XIX secolo gli americani che amavano la Dichiarazione di indipendenza cercarono di costituzionalizzarla. Gli abolizionisti neri dicevano che il linguaggio di uguaglianza della Dichiarazione di indipendenza si applica al nostro ordine costituzionale e significa che la schiavitù non è nella Costituzione. “Noi riteniamo queste verità di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali”. E quindi in vari modi la Guerra Civile fu combattuta sulla base dell’insistenza che la Dichiarazione di Indipendenza fosse parte della Costituzione, mentre i proprietari di schiavi del Sud dicevano che non è vero, che non è quello che significa la Dichiarazione di Indipendenza e comunque non è nella Costituzione. Non so se il 250° anniversario sia un’occasione in cui gli americani dibattono su queste cose. Sicuramente lo si chiede ai bambini a scuola, ma per la maggior parte degli americani questo anniversario è qualcosa di cui ti accorgi perché la lattina di Coca porta la scritta “Buon anniversario America”. Avevo nove anni nel 1976 e ricordo molto bene il bicentenario, era ineludibile era dappertutto, c’erano cose divertenti e buffe, c’erano cose controverse, ma era dappertutto. Non è così quest’anno, sembra in scala molto ridotta al di fuori della roba ridicola che sta succedendo a Washington».

Il bicentenario fu meno politicizzato?
«Nel 1965 Lyndon Johnson organizzò una commissione per il bicentenario perché voleva usarlo per promuovere la Great Society: voleva presentare il suo programma legislativo, la guerra alla povertà, come una sorta di nuova scena della Rivoluzione americana, distribuendo fondi e finanziando programmi in memoria della rivoluzione, ed era una cosa di parte. Quando Nixon prese il posto di Johnson, nominò la sua Commissione per il bicentenario e nel 1969 la usò come fonte di fondi illeciti per la sua campagna di rielezione e per i repubblicani, come rivelato nel 1972 dal Washington Post. La Commissione fu smantellata, Nixon si dimise e Ford, quando prese il suo posto, fu abbastanza saggio da dire che non ci sarebbe stata una Commissione per il bicentenario e che avrebbero dato fondi federali agli Stati, alle città e ai paesini, per fare ciò che volevano. Non avrebbero detto a nessuno cosa significhi la Storia americana o il 200° anniversario. La gente poteva fare quel che voleva. Una gara di bici? Ok. Una parata? Ok. Un museo? Ok. Colorare la scuola di rosso, bianco e blu? Ok. Ed è per questo che il bicentenario si salvò. E molti soldi andarono ai musei e alle istituzioni storiche, grandi e piccole che interpretavano il passato».

Cosa è diverso oggi?
«Il modo in cui l’amministrazione Trump ha detto “Decidiamo noi il significato della Storia americana e lo facciamo con un ordine esecutivo…” Uno dei primi ordini esecutivi di Trump è stato quello per “Ripristinare la verità e il buon senso nella Storia americana”, ovvero per attaccare ogni Storia che metta in dubbio qualsiasi cosa nella versione di Trump in cui gli Stati Uniti non hanno mai fatto nulla di sbagliato in patria o all’estero, non c’è mai stata alcuna tragedia, sofferenza, miseria o diseguaglianza e tutto è una marcia di libertà, progresso e prosperità. Questo è totalmente nuovo. Anche le amministrazioni di Johnson e Nixon non dichiaravano il significato della Storia americana e non punivano la gente che dissentiva dalla loro versione del passato, del futuro e del presente della nazione. È grottesco, è una parodia, è imbarazzante, esasperante. Non ha nulla a che fare con la Storia, ha tutto a che fare con la politica e non durerà».

Non durerà?
«Trump può costruire tutti i monumenti che vuole a se stesso, come può farlo Obama con la sua biblioteca monumentale. Ma nessuno di loro può decidere come verrà ricordata la loro presidenza».

Alla vince la Storia?
«Sì, è inevitabile».