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L’Aiea: «Nessun aumento di radiazioni». Teheran: «Criminali, le conseguenze saranno eterne». Missili contro Israele, decine di feriti
- Poco prima delle 2 del mattino, ora italiana, di domenica 22 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato di aver attaccato tre siti nucleari iraniani. Gli Usa sono dunque entrati nella guerra lanciata da Israele contro l’Iran per cancellarne il programma atomico
- L’Iran aveva annunciato che, se gli Stati Uniti avessero attaccato, ogni obiettivo americano nella regione sarebbe stato considerato «legittimo».
- Nella notte di giovedì 13 giugno, Israele aveva lanciato un potente attacco contro l’Iran, dopo che i due Paesi conducevano da tempo un conflitto a bassa intensità. Tel Aviv ha attaccato le infrastrutture nucleari iraniane, decapitato i suoi vertici militari, ucciso scienziati di alto livello, e distrutto radar e postazioni missilistiche, usando aerei da guerra e droni introdotti clandestinamente nel Paese in precedenza. L’Iran ha risposto con diversi attacchi missilistici verso Israele. I bombardamenti tra le due parti sono continui.
Ore 2,04: forti esplosioni a Fordow. Dal decollo dei caccia strategici alle 12 super bombe, l’operazione Usa minuto per minuto
I B2 da Guam, le 12 super bombe «bunker buster», la raffica di missili cruise su Isfahan: così gli Usa hanno colpito i siti nucleari iraniani
GUIDO OLIMPIO
Tutto è iniziato con il decollo, 37 ore prima, di una formazione di B-2 dalla base di Witheman, in Missouri, verso la base di Guam, nel Pacifico. Un trasferimento, hanno precisato le fonti, per motivi difensivi. Ma era solo un piccolo diversivo perché molti hanno sospettato che la meta finale fosse l’Iran e così è stato.
I B-2 hanno sganciato 12 GBU 57, superbombe da 14 tonnellate: dieci su Fordow, il sito più prezioso, e due su Natanz, altro snodo del nucleare.
Una raffica di 30 cruise lanciati dalla Navy ha poi investito Isfahan, il terzo perno del network atomico.
L’incursione dei B-2 è stata accompagnata dall’attività parallela di altri velivoli, come gli EA-18 Growler – per la guerra elettronica e i caccia mobilitati nell’ultima fase (F 35, F 22). Gli americani hanno poi sfruttato i corridoi aperti dall’offensiva israeliana che ha portato ad una riduzione consistente dello scudo anti-aereo già debilitato dai precedenti round bellici.
Questa, secondo una versione locale non ufficiale, la sequenza del raid:
Ore 1:14 del 22 giugno: Segnalati sorvoli di caccia su Shiraz, qualche minuto prima presenza di possibili droni in diverse regioni iraniane.
Ore 1:22: Nuove segnalazioni velivoli nel settore centrale.
Ore 2:04: Udite forti esplosioni nell’area di Fordow dopo passaggio di jet.
Ore 2:13: Altre esplosioni a Kashan, ancora nella zona di Fordow.
Ore 2:29: Il Fire Information for Resource Management System (FIRMS) della Nasa registra la prima traccia di «fuoco». Però potrebbe trattarsi di una postazione anti-aerea colpita.
Ore 2:35: Testimoni parlano di un incendio e detonazioni nelle vicinanze del Mathab Welfare Complex.
Ore 2:38: Ancora un’incursione sul sito nella montagna. Notata colonna di fumo.
Ore 2:59: Il FIRMS capta una seconda traccia di fuoco a Fordow.
Ore 2:41: Attacco all’impianto di Isfahan.
Ore 2:46: Testimoni riferiscono di deflagrazioni potente nel sito di Natanz.
Ore 2:55: Attività di jamming per confondere GPS in tutto il paese.
L’azione ha confermato gli scenari disegnati in questi giorni con i continui riferimenti alla necessità dell’arma speciale per colpire la montagna che racchiude le centrifughe di Fordow.
L’ordigno è stato sviluppato nella prima metà degli anni 2000 pensando a un impiego contro Paesi ostili, dalla Nord Corea alla Repubblica islamica. Ed è stato poi modificato p er accrescere il potere distruttivo con innovazioni mai completamente svelate per ragioni di sicurezza. La GBU deve penetrare nel «guscio» di protezione e poi deflagrare in modo da ampliare gli effetti all’interno del target. Sembra che gli ultimi aggiornamenti abbiano ampliato le capacità anche nel caso non ci siano dati precisi su profondità e posizione di ciò che si vuole spazzare via.
Un articolo del New York Times ha rivelato che numerose esercitazioni svolte dal Pentagono hanno confermato come siano necessari diversi «B-2, ognuno dei quali può portare nella stiva due bombe: un primo «lancio», seguito in rapida successione da altri. Come un martello che «insiste» su un chiodo. A maggior ragione se deve perforare le difese attorno alle centrifughe di Fordow, ospitate — secondo alcuni esperti — a 90-100 metri «sotto».
E secondo Donald Trump il sito di Fordow, dopo l’attacco, è stato «cancellato dalla faccia della Terra». Teheran ribatte affermando che vi sono stati pochi danni. Un ulteriore risvolto da esplorare riguarda i movimenti iraniani tra il 19 e il 20 giugno. Foto satellitari hanno rilevato la presenza di scavatrici e di un gran numero di camion all’ingresso di Fordow, altri mezzi pesanti a Isfahan e Natanz. Hanno spostato qualcosa? Hanno portato materiale di rinforzo? L’agenzia iraniana Mehr, a questo riguardo, ha sostenuto che l’uranio arricchito era stato messo al sicuro in previsione di un attacco.
Tra qualche ora si comprenderà meglio l’esito, anche se trattandosi di una struttura sotterranea non è semplice avere dettagli sugli effetti dello strike. Ci sono poi dubbi, da parte di qualche esperto, sull’efficacia dei cruise su obiettivi robusti: ma forse la Casa Bianca li ha usati per trasmettere un segnale di un’azione circoscritta. Assisteremo ad un day after con valutazioni contrastanti e duelli di propaganda.
La «montagna» di Fordow era fondamentale nello sviluppo del programma ma lo sono anche gli altri due «laboratori».
Il primo è Natanz, attivo fin dai primi anni 2002, garantisce l’arricchimento dell’’uranio arricchito. Ha una sezione in superficie ed una «sotto». Israele, in momenti diversi, ha condotto operazioni per ostacolare i lavori: con sabotaggi cibernetici, sabotaggi e raid. Ora gli Usa hanno inferto un nuovo fendente con le GBU 57.
Il secondo impianto, quello di Isfahan completa una rete sparpagliata sul territorio. Si ritiene che accolga l’uranio destinato alle centrifughe.
Nella stessa zona sorgono industrie per missili e droni. Nei giorni scorsi era stato il target di incursioni israeliane e secondo l’Aiea erano stati rivelate distruzioni importanti.

Il cappellino «Maga», i gesti del generale Caine: le storiche foto dalla Situation Room mentre Trump assiste ai bombardamenti








VIVIANA MAZZA
L’account ufficiale del presidente ha diffuso le foto dalla Situation Room: Trump, con indosso il cappellino «Make America Great Again», aveva intorno a sé il vice presidente Vance, il capo del Pentagono, il Segretario di Stato e i consiglieri-chiave
Ci sono cinque presidenti che si sono trovati di fronte a questa decisione – se usare o meno la forza militare in Iran: Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama, Joe Biden e Donald Trump. Donald Trump è l’unico presidente che ha deciso alla fine l’azione militare e questo – comunque vadano le cose nei prossimi giorni – sarà una parte cruciale della sua eredità politica.
Le immagini scattate nella Situation Room durante l’attacco all’Iran, come quelle di Barack Obama quando nel maggio 2011 guardò il raid contro il compound di Osama bin Laden o come George W. Bush che nel 2003 diede l’ordine di iniziare la guerra in Iraq, resteranno nella Storia.
A differenza di quando Trump ordinò il raid per uccidere Qassem Soleimani, il braccio destro della Guida suprema Ali Khamenei, ieri notte indossava il cappellino Make America Great Again.
Le immagini, pubblicate dalla Casa Bianca, offrono la rara possibilità di entrare in quel momento nella Situation Room, nota anche come la Jfk room, perché costruita durante la presidenza di Kennedy.
In uno degli scatti, Donald Trump, circondato dai suoi ministri, guarda davanti a sé impassibile, monitorando su uno schermo la missione contro tre siti iraniani per l’arricchimento dell’uranio. Trump non è sempre fermo: in un’altra foto è in piedi, accanto al suo capo di stato maggiore congiunto, Dan Caine che sta dicendo qualcosa a Susie Wiles, che è a capo dello staff della Casa Bianca.
Ci sono bottiglie d’acqua mezze vuote sul tavolo, evidenziatori, uno spesso raccoglitore ad anelli davanti a generale. Il vicepresidente J.D Vance e il segretario di Stato Rubio sono seduti più vicini a Trump, indice forse della loro influenza, il capo della Cia John Ratcliffe guarda con le mani congiunte davanti a sé e non viene fotografata Tulsi Gabbard – direttrice dell’intelligence nazionale con cui c’erano state divergenze sull’Iran -, mentre si muovono sullo sfondo l’onnipresente vicecapo dello staff Dan Scavino e l’avvocato della Casa Bianca David Warrington che si alza per dire qualcosa all’orecchio al capo del Pentagono.
Dan «Razin» Caine, il capo di stato maggiore delle forze armate – generale in pensione, ex pilota di F16, nominato da Trump per questo ruolo, che oggi insieme al capo del Pentagono Pete Hegseth spiegherà in conferenza stampa l’impatto dell’attacco – è insieme al presidente il protagonista di questi scatti: lo si vede spiegare, anche a gesti, l’attacco ai presenti. Trump lo ha esplicitamente elogiato più tardi quando ha detto in tv agli americani che adesso la scelta spetta all’Iran e se farà la scelta sbagliata gli americani continueranno ad attaccare.
Il rapporto di Trump con Caine è iniziato durante un viaggio in Iraq nel 2018. Come Trump ha raccontato qualche mese fa al Cpac, la conferenza dei conservatori, il presidente chiese al generale perché tutti gli dicessero che ci sarebbero voluti altri due anni per finire la guerra contro lo Stato Islamico. Caine rispose che lo si poteva fare nel giro di una sola settimana. «Li stiamo solo colpendo da una base temporanea in Siria», gli avrebbe detto, secondo quanto raccontato dallo stesso Trump. «Ma se lei dà il permesso potremmo colpirli da dietro, di lato, dappertutto, Signore. Non sapranno che cosa li ha colpiti». Trump lo ha definito «un generale vero, non un generale televisivo». Parole che illustrano anche il modo in cui il presidente più televisivo della Storia americana guarda alla forza militare.
Non era la scelta in cui sperava una parte del fronte MAGA, che da giorni contestava che intervenire in Iran non rispecchi la dottrina America First di Trump. Il cappellino MAGA di Trump nella Situation Room rafforza tuttavia un messaggio che il presidente aveva comunicato in un’intervista la scorsa settimana all’Atlantic: «America First» significa qualunque cosa dica lui.
«Considerato che sono la persona che ha sviluppato America First e considerato che il termine non è stato usato finché non sono arrivato io, sono io a decidere. A coloro che dicono che vogliono la pace: non potete avere la pace se l’Iran ha un’arma nucleare. A coloro che non vogliono avere nulla a che fare con la situazione se l’Iran ha un’arma nucleare dico: questa non è pace».
Per la maggioranza anche i non-interventisti si sono allineati al presidente dopo l’attacco, sottolineando che si tratta di una azione mirata e limitata. «L’Iran non ha lasciato altra scelta al presidente Trump», ha detto l’attivista Charlie Kirk, una delle voci più giovani del movimento Maga e un critico dei falchi del partito repubblicano. L’ex deputato Matt Gaetz, che Trump aveva scelto come ministro della Giustizia, ha paragonato i bombardamenti della notte al raid che uccise Soleimani: «Nessuna guerra per il cambio di regime. Trump è un mediatore di pace!».
Al Congresso, tra i repubblicani più entusiasti c’è il senatore Lindsay Graham della South Carolina, un «falco»: «È la scelta giusta, il regime se lo merita». Anche tra i repubblicani che avevano espresso dubbi su colpire Fordow, come il senatore Tim Sheehy, del Montana, sono arrivati elogi al presidente: «Ha preso la decisione giusta. Ai critici dico: questo non è iniziare una guerra, è porvi fine. L’Iran è in guerra con gli Stati Uniti da 46 anni, il popolo iraniano dovrebbe sollevarsi e porre fine a questo regime omicida».
Steve Bannon ha condotto per tutta la notte uno speciale live sul suo programma War Room, nel quale ha parlato di rischi di una terza guerra mondiale. «È la più grossa e audace mossa del primo o secondo mandato di Trump» – ha detto – ma ha consigliato al presidente di non farsi trascinare dai falchi «in un modo tale che possa sopraffare la sua intera presidenza» e gli obiettivi di America First. «È una scelta alla Abraham Lincoln perché adesso sei parte di questa guerra, anche se puoi dire che è limitata e che non farai il cambio di regime, sarà sotto pressione» .

