«Gli insulti a Capodanno? Una vergogna, qui siamo rinati»

Lo sportivo italo tunisino:«Abito nel quartiere di Dergano, dove sto benissimo. Vedo energia, mescolanza ed è un bello spettacolo per la città»

Andrea Galli per

Nome Akrem e cognome Aouina, trent’anni, milanese – si è milanesi anche senza la cittadinanza italiana – originario di Kabaria, un quartiere per niente facile di Tunisi, una periferia molto povera, nuda e cruda, di professione pugile e campione italiano della categoria dei pesi Welter, a domandargli di questa città qui, dove vive, lavora e vuol rimanere, gli vengono in mente due temi. Partiamo dal secondo, che per certi versi sottintende il primo o comunque vi è connesso.

Dice dunque Aouina: «Quanto avvenuto la notte di Capodanno in piazza del Duomo, con alcuni miei giovanissimi connazionali e insieme a loro altri ragazzi, questi marocchini ed egiziani, che hanno insultato gli italiani e la polizia, che hanno lanciato altre offese, ecco, mi ha parecchio deluso. Non si tratta in questo modo una nazione che ci ha accolto e ha dato una vita migliore. Per colpa di questi maleducati, senza rispetto, la gente generalizza e pensa che siamo tutti quanti uguali. E poi quella sera sventolavano anche una bandiera tunisina… Ma, dico io, eri lì a nome tuo, con la tua faccia, non in rappresentanza dell’intero Paese… Ascolta, la bandiera la prossima volta lasciala a casa… Hanno sbagliato, profondamente sbagliato, lo ripeto, mi pare evidente che abbiano sbagliato; ma allo stesso tempo hanno sbagliato quelli che non aspettavano altro che comportamenti di questo tipo per inondare i canali social di insulti a loro volta tipo “tunisini di merda tornate a casa vostra” eccetera, come se noi tunisini fossimo tutti in piazza Duomo a comportarci da idioti». 

Senta Aouina, quale altra riflessione le ha generato, l’episodio? 

«Che vi sia, fra i ragazzini, e forse non soltanto fra di loro e non soltanto a Milano, un certo fermento, anche una certa tensione, in queste settimane, in relazione alla morte di Ramy, credo sia innegabile. Allo stesso tempo la questione delle seconde e terze generazioni, delle famiglie miste, dei processi di integrazione sono, come dire, un qualcosa di fisiologico in corso ormai da trent’anni, e in perenne evoluzione, legato ai tempi, ai luoghi, alle situazioni stesse, quindi serve un comune impegno, una collaborazione fra tutte le parti, una piena consapevolezza anche degli italiani, una matura lucidità nel riuscire a cogliere ogni segnale, negativo o positivo che esso sia, in quanto può anticipare il futuro». 

E Milano? Eccoci al primo tema: «Abito nel quartiere di Dergano, dove sto bene, benissimo. Per allenarmi, mi capita spesso di muovermi alle sei del mattino, le sei e mezza, e ogni volta, anche nelle giornate che magari sei un po’ giù o c’hai dei pensieri in testa, resto ammirato dalla gente già in circolazione per mille motivi ognuno lungo la propria strada. C’è mescolanza, c’è energia diffusa, ci sono migliaia di storie che camminano, e questa cosa qui, questa forza di Milano, la si respira, la si vede, la considero ogni mattina un bello spettacolo, fa bene, insegna: ci sono già in giro, tutte affannate, persone che faticano per davvero, a vivere, che sudano per davvero nei loro mestieri difficili, che magari sono state in piedi l’intera notte e adesso stanno andando a fare un secondo mestiere».

Il papà di Akrem lavorava al porto di Tunisi come operaio, la mamma teneva insieme lui e i cinque fratelli; la cosiddetta Primavera araba, da quelle parti, anche da quelle parti, non è affatto stata un festival pacifico per incontrare un nuovo domani ma una lunga stagione cupa, di pesanti infiltrazioni dei terroristi dell’Isis, di coprifuoco, di guerra civile, di omicidi e stragi, di una diffusione estesa d’ogni sorta di droga che aveva ulteriormente eccitato le milizie, le bande, i predoni; scappare, laddove possibile, era quasi una spinta obbligata, e infatti anche Akrem se ne andò, per mare come chiunque approdando a Marsala; da lì in avanti pellegrinaggi per l’Italia, dormire per terra, non mangiare. Aveva tirato pugni per sport in Tunisia, era stato campione nazionale, ha ripreso la pugilato qui e si è rimesso in pari con l’esistenza. Nell’ambiente dicono di lui che sia il «pugile intellettuale» perché pensa tanto e parla con saggezza, legge, si documenta, studia, non vuol assurgere a simbolo di nulla e nessuno ma nei fatti lo è, un emblema della comunità tunisina in Italia, un riferimento per gli adolescenti: questo Akrem lo sa e a maggior ragione propaga concetti quali gli insegnamenti della famiglia, le regole che ogni ospite deve rispettare da immigrato, la capacità di non abbassare mai la testa dinanzi al razzista ma replicargli, l’abitudine – l’attitudine – a non lasciar perdere le ingiustizie nella convinzione che tanto non cambierà mai niente, ma opporsi, sempre.