Giuseppe «Pepito» Rossi: «Mi volevano Guardiola e la Juve»

Pepito sabato, alle 18, disputerà al Franchi di Firenze la partita di addio al calcio: «Ho sempre cercato di giocare con felicità e integrità. Papà era il mio eroe. Quando è morto volevo spaccare il mondo»

Simone Golia per

Come ha conosciuto sua moglie Jenna?
«A una festa, grazie a un amico. Avevo 25 anni, mi ero fatto male al ginocchio e giravo con la stampella. “Dai, andiamo sulla spiaggia!”, mi sollecitò. Zoppicavo, non volevo. Per fortuna mi ha convinto. La prima volta l’ho vista lì».

Oggi avete due figli.
«Liana Sophia, 4 anni, e Bianca Isabella, un anno. Li ho avuti tardi, non volevo fare contemporaneamente il calciatore e il papà. “Ma come fate?”, chiedevo ai compagni già genitori. Pensavo che solo il calcio mi potesse emozionare. Invece con loro torno a casa e tutto sparisce. Mi hanno dato tanta felicità».

Giuseppe Rossi parla raffreddato, le figlie gli hanno attaccato un po’ di influenza. In carriera ha segnato 132 gol, 30 le presenze con l’Italia ma anche oltre mille i giorni da infortunato. Oggi ha 38 anni, si è ritirato nell’estate del 2023 ma sabato, alle 18, giocherà ancora una volta al Franchi di Firenze per la sua partita di addio al calcio.

Chi ci sarà?
«Batistuta e Toldo, Toni e Cassano, poi Grosso, De Rossi, Mario Gomez e non solo. Anche due grandi allenatori come Ranieri e Ferguson».

Ferguson?
«Non lo sentivo da molto tempo ma mi ha detto subito di sì. Speriamo non faccia come quella volta a Birmingham…».

Cioè?
«Quarti di Coppa di Lega, io in attacco con Louis Saha. 0-0 dopo il primo tempo, all’intervallo mi sgrida davanti a tutti. “Devi darti da fare”. Mi sostituisce e dopo 5’ facciamo due gol».

Come ci è finito al Manchester United?
«A 17 anni, dopo un allenamento col Parma. Al campo si presenta un emissario del club che mi chiede di aprire la mano porgendomi una spilla con il logo della squadra. Firmai il contratto in un ristorante, con me c’era papà».

Dopo ogni gol esultava con le braccia al cielo. La dedica era per lui?
«Si ammalò nell’inverno del 2009, un tumore. Mamma mi nascose tutto per un po’, voleva proteggermi. Ricordo il giorno in cui mi chiamò per raccontarmi tutto, crollai a terra. Era inizio febbraio, tornai negli Stati Uniti per salutarlo. Dopo qualche settimana morì. Era il mio eroe».

Il primo ricordo che ha di lui?
«Le partite in giardino, nella nostra casa di Clifton, nel New Jersey, dove i miei genitori erano emigrati dall’Abruzzo. Quando avevo due anni e papà tornava da lavoro, sistemava dei conetti che io dovevo dribblare. Tutto quello che sono adesso lo devo a lui».

Anche la carriera da calciatore?
«A 12 anni ho lasciato gli Stati Uniti per trasferirmi in Italia, al Parma. Lui mollò tutto e partì con me. La cultura era totalmente diversa, non parlavo bene la lingua, a scuola i ragazzi non erano accoglienti e mi sentivo solo. Piangevo molto, dopo un mese e mezzo venne a trovarci mamma. Ricordo ancora la forza di quell’abbraccio».

E papà?
«Non volevo fargli vedere le mie difficoltà, non volevo deluderlo. Ma lui aveva capito tutto. Più avanti mi ha confessato che aveva tenuto pronte le valigie per un mese e che mi avrebbe voluto bene anche se fossimo tornati in America».

Dopo la morte di suo padre lei segna 35 gol in un anno al Villarreal.
«Volevo spaccare tutto per realizzare il suo sogno. Perdiamo 3-1 al Camp Nou contro il Barcellona di Guardiola ma giocando un grande calcio contro una delle squadre più forti di sempre. Il giorno dopo i miei agenti vengono contattati da alcuni uomini del club che volevano sondare la mia disponibilità. Andarono perfino a Clifton per parlare con chi mi aveva visto crescere per conoscere le mie abitudini».

E poi?
«Ero in vacanza ad Acquaviva d’Isernia, montagna molisana, il paese d’origine di mia mamma. Trecento abitanti, il cellulare non prendeva. Giravo per strada con le braccia al cielo in cerca di una tacca. Poi Villarreal e Barcellona non trovarono l’accordo e Guardiola prese Sanchez».

È stato l’unico treno perso?
«Mi voleva la Juventus, dovevo essere il post Del Piero. Ero in macchina con mio zio, lui che guidava e io dietro che parlavo al telefono con Marotta e Conte. Offrirono quasi 30 milioni ma il Villarreal era appena tornato in Champions e aveva già venduto Santi Cazorla. Il club non se la sentì di cedere anche me».

Nel 2013 con la maglia della Fiorentina segnò 3 gol alla Juve in 15′.
«Ma con Buffon non ci ho mai scherzato, neanche nei ritiri con la Nazionale. Avevo paura che mi tirasse due schiaffoni. Una partita storica, un boato che tutti i calciatori vorrebbero sentire. Sono stato fortunato a trovarmi lì». 

Nel momento migliore della sua carriera, al Villarreal, si rompe il ginocchio. Sarà solo la prima volta.
«A livello psicologico è dura, infortuni così ti tolgono un anno e io in carriera ne ho dovuti affrontare cinque. Devi sempre tenere vivo il sogno pensando che tutto è ancora raggiungibile. Ma il dolore è tanto, come il tempo da trascorrere da soli. Il calcio è un mondo falso. Fino al giorno prima mi volevano tutti, poi più nessuno».

Giovedì gioca la Nazionale. Per lei gioie e dolori.
«Nel 2010 Lippi non mi portò al Mondiale. Avevo giocato sempre, qualificazioni e amichevoli. Dopo la morte di papà restai a casa un mese e mezzo e lui non mi ritenne pronto a livello psicologico. Ma è acqua passata, l’ho invitato alla partita di sabato. E poi Prandelli mi tenne fuori da quello del 2014. Non mi vedeva bene fisicamente, però i test dicevano altro».

Ha dei rimpianti?
«Quello che potevo fare l’ho fatto. Non tutto dipende da se stessi, bisogna capirlo. Due o tre lacrimucce e ripartivo sempre».

Le vogliono tutti bene, perché?
«Ho vissuto il calcio in maniera semplice, senza fare il personaggio. Ho sempre cercato di giocare con felicità e integrità, senza dimenticare le virtù principali dello sport e senza guardare ai sold. Oggi si guarda solo quelli, un capriccio che fa allontanare la gente».