Gianluca Gazzoli e i segreti del suo Bsmt

«Ho un defibrillatore attaccato nel cuore e 60 paia di sneakers. Gli haters? Sono un buon segno»

Nato a Vigevano, in provincia di Pavia, 36 anni fa, racconta i retroscena del suo podcast registrato in un luogo (segretissimo) di Milano: «Ci sono passati anche Valentino Rossi e Andrea Bocelli, Matt Damon e Ben Affleck»

Federica Bandirali per

Quattro lettere, BSMT, che racchiudono il lavoro di anni. E che hanno portato Gianluca Gazzoli, 36 anni, nato a Vigevano, a essere una voce inconfondibile nel modo del podcast con il format «Passa dal BSMT». Il BSMT, che sta per basement, è un luogo segreto, quasi magico. In pochissimi conoscono l’indirizzo. Si sa solo che è a Milano, vicino alla stazione Centrale. Ed è lì che Gazzoli intervista e chiacchera con i più diversi ospiti ogni settimana. E al BSMT ci sono passati proprio tutti. Da Valentino Rossi a Selvaggia Lucarelli (sua la puntata più vista e ascoltata del 2024), da Matt Damon ad Andrea Bocelli, da Ben Affleck a Federico Dimarco. Tutti che si raccontano a cuore aperto.

Lei, insieme con i suoi ospiti, racconta storie. Ma la sua storia da dove inizia?
«Nel raccontare le storie, sto raccontando la mia. Attraverso le testimonianze di tante persone, scelgo di raccontare dei punti di connessione con la mia vita e di conseguenza riesco a raccontarla di riflesso. E la mia credo che parta da quando sono nato, il 18 agosto 1988, a Vigevano, in provincia di Pavia. Con tutti questi otto, che ho scoperto – tanti anni dopo – avere un significato. Per la tradizione cinese è un numero sacro».

Ma lei è scaramantico?
«In realtà sì, vorrei dire no, ma lo sono».

Una cosa che fa scaramanticamente prima di iniziare una registrazione?
«Ho una piccola pietra che mi porto dietro da quando ho fatto un viaggio in India nel 2012, è un topazio che mi diede uno sciamano a cui avevo fatto leggere la mano. L’ho fatta incastonare in un bracciale e nei momenti importanti ce l’ho sempre con me, o addosso o nello zaino, o comunque vicino».

Che cosa ricorda della prima volta che è entrato nei locali che oggi ospitano il suo BSMT?
«La prima volta che sono entrato in quello che sarebbe poi stato il BSMT è stata molto emozionante. Adesso è pieno di cimeli, regali degli ospiti e cose che mi caratterizzano, ma all’inizio naturalmente era vuoto. Nemmeno le porte c’erano. Siamo entrati io, il mio amico Alberto e Sara, che è mia moglie. E sai quando entri in un posto e senti quel qualcosa…? Ci siamo commossi e abbiamo capito di aver trovato il posto in cui realizzare il mio sogno. Ovvero un luogo contenitore di esperienze, di racconti di vita, di energie».

Che rapporto ha con gli haters?
«Li sto scoprendo ora, mi viene quasi da dire finalmente. Fortunatamente sono pochi. Rispetto al bacino di utenza sono una minoranza. Quando tu hai degli haters vuol dire che stai facendo davvero qualcosa di rilevante. Chiacchierando con grandi personaggi che hanno fatto cose immense e che a loro volta hanno degli haters, ti dicono per primi che averli è un buon segno, è una cosa buona».

Nelle tue conversazioni racconti le storie positive ma anche i fallimenti.
«È uno degli aspetti che mi interessa anche un po’ di più. Nel senso che la cosa che sto imparando è proprio che tutte le volte che vediamo un grande successo tendenzialmente nasce da un insuccesso».

Un tuo fallimento?
«Ce ne sono più di uno. Fortunatamente il mio percorso è stato molto lento o veloce, dipende dai punti di vista, ma continuo. Però all’interno di questa salita ci sono stati tanti momenti in cui una cosa magari non ha funzionato. Lo stesso BSMT è nato mentre in parallelo stavo facendo un format che avevo provato ma che non aveva funzionato magari come avrei voluto, perché era troppo macchinoso, non mi rappresentava. Poi è arrivata la radio ma il mio progetto stava cambiando forma, e in quattro anni si è evoluto nel migliore dei modi».

E gli ospiti?
«L’idea è proprio quella di ospitare un giorno un professore dell’università di Yale, e il giorno dopo magari Cassano, e il giorno dopo ancora uno youtuber. Tutte persone che sembrano apparentemente distanti ma che hanno un filo conduttore legato al percorso, a quello che hanno fatto, quello che rappresentano. E c’è sempre un insegnamento che si può ricevere ascoltando le loro parole».

Un’intervista possibile che sogna?
«Alessandro Del Piero. È stato uno dei miei idoli».

E un’intervista impossibile?
«Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lui che parla con i giovani potrebbe capire che – nonostante i giustissimi mezzi istituzionali che usa per comunicare – il messaggio dal BSMT arriverebbe ancora più forte alle nuove generazioni».

I colleghi sono gelosi del BSMT?
«Magari qualcuno può aver pensato: “Bello, avrei potuto pensarci io”. Però le cose poi credo che accadano per un motivo. Venivo addirittura preso in giro da alcuni colleghi perché facevo questa cosa qui, che sembrava una cosa senza senso. Ti parlo di quattro anni fa, e invece adesso…».

Il suo selfie preferito?
«Con Renato Zero qui al BSMT. È una foto spontanea – con lui che odia le foto – in cui sembriamo due amici di vecchia data».

Ma cos’è il BSMT?
«Il BSMT è un’entità, è un luogo fisico, ma allo stesso tempo un grande contenitore di idee, di storie, di progetti, di format».

Perché a Milano?
«Una scelta strategica e naturale. I miei genitori si sono separati presto, quando ero piccolo, io neanche li ricordo insieme, e mia mamma si è spostata a Cologno-Monzese, dove già stavano i miei nonni. Qui sono cresciuto: Milano è sempre stata una terra da conquistare, un concetto molto legato a chi abita in periferia. A cui però non rinuncio, perché oggi abito a Cernusco. Qui ho appunto la mia famiglia, il verde, il campetto per andare a giocare a basket, ho quel baretto dell’amico che era a scuola con me».

Un’infanzia segnata anche da un defibrillatore impiantato nel cuore…
«Me l’hanno messo a 15 anni. I primi anni l’ho vissuta malissimo: non potevo più fare sport e tutto ciò che volevo, basket in primis. Ero insicuro e non lo accettavo. E facevo spesso cose come se non lo avessi: superavo il limite e partiva la scossa. Era pesantissimo. E ho sofferto anche di attacchi di panico».

Si narra che lei abbia una passione per le scarpe da ginnastica…
«Lo ammetto, ho oltre 60 paia di sneakers».

Il suo primo paio memorabile?
«Avevo 12 anni, erano di tendenza le Jordan, scarpe top anche per chi giocava a basket. Ma non ce le potevamo permettere: i miei mi hanno portato all’outlet della Nike a Aosta. Un viaggio apposta. Ho preso l’unico paio che c’era. Ma erano oggettivamente bruttissime. E allora mi hanno pure preso in giro. Oggi non le ho più, ma le ho riviste da un collezionista…».