Milanese di Abbiategrasso, 46 anni, ex programmatore per British Telecom
«I primi due anni è stata dura, ho venduto l’auto e dormivo in branda dietro il bancone. Ora fatturo un milione e 200 mila euro»
«Difficile che l’intelligenza artificiale possa erodere il mercato di coni e coppette»
Alessio Di Sauro
A un certo punto il sistema pare stesse iniziando a surriscaldarsi. Per non andare definitivamente in tilt ha pensato di staccare la spina e dare una rinfrescata alla routine delle sue giornate, in tutti i sensi. Era il 2012 quando Gianluca Colaiocco presentò la lettera di dimissioni sacrificando un posto fisso da programmatore informatico per la British Telecom sull’altare delle ambizioni da gelataio: tredici anni, qualche momento di scoramento, due negozi aperti e quattromila follower su Instagram dopo Colaiocco, 46 anni, milanese di Abbiategrasso, fondatore e dominus di «Gelaterie Milanesi», sorride ripensando a quando decise di abbandonare scrivania e software per destreggiarsi in laboratorio tra coni e coppette. «Ho trovato la mia strada – sentenzia -, ce n’è voluto di tempo, ma ora è tutta discesa».
Diciamo che l’ha presa alla larga.
«La routine dell’ufficio non faceva per me, le giornate trascorrevano tutte uguali. Un programmatore di una grande società non ha margine di inventiva. Io volevo creare qualcosa di mio, che mi identificasse. La scrivania non è il mio posto».
E allora come ci era finito dietro quella scrivania?
«Ho studiato ragioneria a Magenta, poi subito dopo il diploma mi iniziai ad appassionare ai primi computer. Erano gli anni ’90, i primi modem 56k, i vecchi Commodore. Mi incuriosiva smontarli e cercare di capire come funzionassero, immaginai potessero rappresentare il lavoro del futuro. Mi iscrissi a un paio di corsi privati poco dopo venni assunto come assistente informatico in una società socio-sanitaria. Avevo poco più di 20 anni, essere economicamente autonomo era una soddisfazione. Un paio di anni dopo mi presero alla British Telecom».
Di cosa si occupava?
«Gestione della sicurezza interna. Avevamo clienti importanti, lavoravamo per conto della Borsa, di Costa crociere. Già da neo assunto lo stipendio era ottimo, ma dopo un po’ iniziai a sentirmi svuotato».
Perché?
«Se ti occupi di sicurezza informatica devi sostanzialmente passare la tua giornata a tappare le falle di un sistema. Dopo un po’ diventa alienante. Iniziai a guardarmi intorno».
Da informatico a gelataio il passo non è proprio brevissimo.
«Al contrario, si tratta di due professioni che non conosceranno mai crisi. Difficile che l’intelligenza artificiale possa erodere il mercato di coni e coppette».
Ma come le è saltato in mente?
«Mia sorella aveva una gelateria a Vigevano, ogni tanto mi capitava di andarla a trovare, sbirciavo il suo lavoro. Mi accorsi che mi incuriosiva. Le preparazioni, lo studio dietro le ricette, il rapporto con i clienti, la possibilità di avviare un progetto imprenditoriale. Sono un appassionato di gastronomia, ma aprire un ristorante avrebbe richiesto un impegno totalizzante, una gelateria è più gestibile. Rimuginai qualche mese, poi trovai un bel locale in via Cadore a Milano e mi decisi. Firmai le dimissioni, avevo 33 anni».
Un salto nel buio.
«I miei genitori mi hanno sempre sostenuto, la mia fidanzata dell’epoca invece temeva l’assenza delle sicurezze del posto fisso e gli orari di lavoro che sarebbero lievitati. Poi però ha capito che ero convinto, mi ha appoggiato anche lei. Certo, i primi due anni è stata dura».
Perché?
«Il locale era costato molto, più di 300mila euro, ero riuscito a risparmiare qualcosa negli anni precedenti: vendetti l’auto, misi in affitto casa mia trasferendomi dalla mia compagna, investii tutta la mia liquidazione, chiedevo dilazioni ai fornitori. Però non potevo certo permettermi di assumere dipendenti: lavoravo in laboratorio e stavo al bancone, talvolta mi aiutavano alla cassa mia madre e mio padre. Ho perso il conto delle volte che ho dormito in branda nella gelateria e di quelle in cui mi sono chiesto se non avessi fatto il passo più lungo della gamba. Poi abbiamo iniziato a ingranare».
In che modo?
«Abbiamo introdotto gusti e formati inediti, come dei piccoli cocktail gelato che ricreano il gusto ad esempio di gin tonic e piña colada, sfruttiamo le potenzialità del delivery e curiamo l’apparato social, anche il gelato deve farsi notare. Pian piano siamo cresciuti fino ad aprire un secondo punto vendita in via delle Legioni Romane, l’anno scorso abbiamo chiuso con un fatturato di un milione e 200 mila euro. Prezzi in linea con quelli di mercato, cono a tre euro».
Adesso non dorme più nella branda del laboratorio.
«Ho 18 dipendenti, tutti dai 20 ai 27 anni. Reperire personale non è facilissimo, ma se paghi uno stipendio onesto non è un problema insormontabile. Semmai la vera difficoltà è far fronte all’inflazione e al rincaro delle materie prime».



I gusti che vanno per la maggiore?
«Le creme dominano sulla frutta, il rapporto è di 70 a 30. Il pistacchio è di gran lunga il gusto più venduto, dopo l’avvento dei social il colore verde lo ha reso perfetto su Instagram. Seguono a debita distanza nocciola e cioccolato. Stiamo anche per vararne uno a tema olimpico, in omaggio a Milano-Cortina» (immagine in apertura).
Prego?
«Sì, con ingredienti che simboleggino l’inclusività: una base di gianduia, unione di cacao e nocciola, con aggiunta di dulce de leche, piatto simbolo della tradizione casalinga sudamericana, infine del cioccolato del Madagascar e del riso soffiato, per celebrare quella che rimane la base dell’alimentazione mondiale».
Si chiede ancora chi glielo ha fatto fare?
«Sì, ma ora mi rispondo sempre che ne è valsa la pena. Un informatico per mestiere si nutre di problemi, deve cercarli e risolverli tutto il tempo, vive in un ambiente che per forza di cose trasuda stress. Un gelataio invece vende un’emozione, avrà sempre a che fare con persone sorridenti. Meglio la seconda».



