La Germania accusa la Russia: «I droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia sono stati un atto di guerra ibrida sul suolo tedesco». Identificati due sospetti
Si alza il livello di scontro tra Berlino e Mosca. Il governo tedesco rompe gli indugi e accusa direttamente Mosca: l’azione in tre fasi ha tentato di colpire un aereo ucraino carico di armi e un cargo della Dhl. La Nato: «I tentativi di intimidirci falliranno». E Meloni parla di «piena solidarietà»
Mara Gergolet

Il governo tedesco rompe gli indugi e punta il dito contro il Cremlino. Il misterioso episodio di Lipsia — un attentato fallito con droni ed esplosivo all’aeroporto dei cargo — è stato un atto di guerra ibrida, un attacco commissionato dalla Russia su suolo tedesco. Intanto gli investigatori hanno identificato due sospetti, con legami con Mosca: come riportano la Sueddeutsche Zeitung, la Ndr e la Wdr, si tratta di un uomo di origine russa con passaporto lettone e di un uomo bielorusso con passaporto russo. Ma non solo: secondo quanto riporta la Bild, il bielorusso con passaporto russo sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto italiano. Le autorità tedesche «hanno accertato che il documento è stato rilasciato da un’ambasciata italiana a Minsk alla fine di aprile», aggiunge la testata.
Sono i due ministri affiancati, Alexander Dobrindt degli Interni e Johann Wadephul degli Esteri, a dare l’annuncio. «Nel loro insieme — ha esordito Dobrindt — le indagini della polizia, le modalità dei reati e le informazioni dei servizi di intelligence dimostrano la responsabilità russa nel tentato attacco all’aeroporto di Lipsia». Fin dal mattino si erano susseguite voci che il governo avrebbe finalmente parlato: per giorni, i media avevano speculato sull’intenzione del cancelliere Merz di indicare a Mosca i mandanti, come le ricostruzioni giornalistiche e degli investigatori avevano già concluso.
Berlino prende così delle «punizioni» immediate, e indurisce anche la propria retorica. Sarà chiuso il consolato generale di Bonn e la Casa di Cultura a Berlino: due schermi, soprattutto la seconda, per operazioni di intelligence moscovite. Inaspriti i controlli sui cittadini russi e la pressione sulla flotta ombra — che trasporta il petrolio — sarà intensificata. Il ministro Wadephul ha detto che «con il fallito attentato di Lipsia, la leadership russa ha deliberatamente scelto di danneggiare in modo significativo le nostre già tese relazioni bilaterali. Il governo tedesco agirà pertanto contro la Russia in quanto responsabile dell’attacco ibrido e renderà più difficile attuare ulteriori attacchi in Germania e in Europa».
Mosca, dal canto suo, ovviamente rigetta ogni addebito, si dice stupefatta come se simili operazioni fossero al di là dell’ordine dell’immaginabile, e poi prontamente sfodera il manuale delle contro-accuse: «Berlino sponsorizza il terrorismo». Va da sé: aiutando Kiev a difendersi dalla sua aggressione.
L’attacco in tre fasi
È stato Dobrindt a fornire dettagli sulle indagini. Dell’incidente di Lipsia del 4 agosto si è saputo, infatti, solo con una decina di giorni di ritardo. L’azione ha avuto almeno tre fasi.
In un primo tempo, è stato trovato un drone con materiale esplosivo accanto a un Antonov ucraino: l’hub di Lipsia, usato dalla Nato, è una delle principali rotte di rifornimento militare di Kiev. Era probabilmente quello l’obiettivo primario. Poi, dopo la chiusura dello scalo e la riapertura, un altro drone ha colpito un cargo della DHL, fortunatamente senza danni: si trattava probabilmente di un velivolo di ricognizione. Infine, dieci giorni più tardi è stato ritrovato un terzo drone e, non lontano, altro esplosivo militare, il RDX. Sono questi «reperti» inesplosi che sono serviti a identificare la matrice dell’operazione.
Gli autori «di basso livello»: «Forse persino a loro insaputa»
Sempre Dobrindt ha lasciato trapelare queste informazioni: «La configurazione del drone, i componenti, la tecnologia di detonazione e gli esplosivi sono noti da altre operazioni russe. La tecnologia identificata sul posto indica un alto livello di competenza tecnica». Più interessante, quel che dice degli autori: «Si tratta di agenti di basso livello, ovvero privati cittadini non addestrati reclutati online da servizi segreti stranieri per spionaggio, propaganda o sabotaggio. Gli autori hanno agito per conto delle autorità statali russe». E questa è una modalità ormai collaudata, tanto che giorni fa un esperto tedesco, Nico Lange, si è spinto a dire che gli operatori dei droni avrebbero potuto agire «a loro insaputa». Ma siccome, dall’inizio della guerra in Ucraina — con le espulsioni della rete di spie, in parte camuffata da diplomatici — la Russia è rimasta a corto di agenti «ufficiali», del GRU o FSB, il reclutamento di manovalanza criminale di basso livello è all’ordine del giorno. In tutta Europa, non solo in Germania. In Gran Bretagna, fu questa la modalità con cui fu fatto un triplice attacco/sabotaggio incendiario contro le proprietà del premier Starmer: i responsabili erano criminali comuni. Sempre ieri, in Brandeburgo, un altro misterioso episodio di sabotaggio alle infrastrutture: dell’esplosivo è stato trovato vicino alla più grande centrale elettrica, a Jänschwalde. Ma nessuno ha fatto supposizioni sui possibili autori: anche gruppi anarchici/ecologisti in passato hanno messo a segno questi attacchi.
La reazione unitaria (e la «guerra ibrida in casa»)
Berlino ha concertato la propria «messa in accusa» di Mosca con gli alleati della Nato. E infatti, è uscita allo scoperto mentre in Irlanda si riunivano i ministri degli Esteri della Ue. Da qui, una diffusa solidarietà, che Berlino ha nei fatti richiesto. Rutte, segretario della Nato, ha parlato di «prove inequivocabili», sostenendo che «i tentativi della Russia di intimidirci falliranno». Ursula von der Leyen ha raccontato di aver parlato con Merz. Giorgia Meloni: «L’Italia è in piena solidarietà con la Germania dopo l’attacco ibrido russo a Lipsia. La sicurezza dei nostri Alleati è la sicurezza di tutti noi».
E in un certo senso, la Germania sa di non poter procedere da sola. Ha spiegato che cercherà il consenso Ue per nuove sanzioni. Ma soprattutto, mentre sale il livello dello scontro con il Cremlino, dopo che per 4 anni di guerra in cui ha sì fornito armi a Kiev, rafforzato il confine orientale, ma cercato in ogni modo di segnalare a Putin di voler evitare l’escalation, non può più negare di avere la guerra ibrida in casa. E su quell’asse, Berlino-Mosca, lo scontro geopolitico nei prossimi anni è inevitabilmente destinato a crescere.


CI SONO VOLUTI QUATTRO ANNI DI GUERRA E DECINE DI ATTACCHI IBRIDI, MA ANCHE I TEDESCHI L’HANNO CAPITO: LA RUSSIA È UNA MINACCIA PER L’EUROPA, NON UN’ALLEATA CON CUI FARE AFFARI – L’ACCUSA ESPLICITA DEL GOVERNO MERZ, CHE HA ACCUSATO MOSCA DELL’ESPLOSIONE DI UN DRONE ALL’AEROPORTO DI LIPSIA, È UN “VAFFA” ALLA MORBIDEZZA DI SCHROEDER E MERKEL: PER ANNI I LEADER TEDESCHI HANNO COCCOLATO PUTIN, CONVINTI DELLA TEORIA DELLA “PACE ATTRAVERSO IL COMMERCIO”. COSÌ, HANNO REGALATO A “MAD VLAD” IL MONOPOLIO ENERGETICO SULL’EUROPA, PER POI SCOPRIRE CHE GLI SERVIVA PER DESTABILIZZARLA E DISTRUGGERLA – PER PUTIN C’È ANCORA UNA SPERANZA: I POST-NAZI DI AFD…


Ma per Berlino il rapporto con Mosca resta la prova del fuoco
Il rapporto con la Russia divide ancora la politica tedesca
Paolo Valentino

Sono stati necessari più di quattro anni, perché la Grande Illusione giungesse veramente al suo epilogo. In fondo, non c’era riuscita neppure l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con il crollo di tutte le certezze e i presupposti che avevano sorretto il modello politico ed economico della Germania per quattro decenni. Ancora fino a un anno fa, era infatti opinione diffusa tra politici, diplomatici e imprenditori tedeschi che, una volta passata la tempesta, prima o poi negoziata una tregua se non una pace tra Kiev e Vladimir Putin, allora tutto o quasi sarebbe potuto tornare all’antico con la Russia: il gas, le esportazioni, i rapporti politici in nome dell’ordine europeo, le relazioni culturali.
Certo, c’era stata la Zeitwende, la svolta epocale del cancelliere Scholz che per primo aveva avviato il riarmo della Germania. Era stata brutalmente troncata la dipendenza economica, con la definitiva chiusura dei gasdotti del Mare del Nord. Mentre Berlino aveva decisamente assunto la guida degli europei, nelle sanzioni e nello sforzo degli aiuti militari ed economici all’Ucraina.
Ma sotto traccia rimaneva, almeno in una parte della classe dirigente, una segreta speranza che non tutto fosse perduto della lunga storia di odio e amore che lega i due Paesi: da Caterina II, la principessa tedesca che si fece zarina; a Vladimir Lenin, il padre della Rivoluzione d’Ottobre, riportato in patria dentro un vagone blindato dai servizi segreti di Berlino per rovesciare il regime zarista; al Patto Molotov-von Ribbentrop che vide Stalin allearsi con Hitler, salvo poi sfuggire all’abbraccio mortale nazista al prezzo di 27 milioni di morti. C’erano state poi la Ostpolitik di Willy Brandt, i rapporti di buon vicinato con l’Est e l’Urss durante la Guerra Fredda e, dopo la caduta del Muro, il Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, di cui Gerhard Schröder, poi passato al libro paga del Cremlino, e Angela Merkel erano stati i più ferventi assertori.
Ora l’inganno è finito. Il cancelliere Merz e il suo ministro degli Esteri prendono il coraggio a quattro mani e accusano pubblicamente il Cremlino di essere dietro il drone pieno di esplosivo, trovato e disinnescato ai primi di agosto nell’aeroporto di Lipsia, uno degli hub usati per portare gli aiuti a Kiev.
Quello della Sassonia è l’ultimo e forse più grave episodio di una lunga ordalia che nel solo 2025 ha visto ben 320 tentativi di sabotaggio a infrastrutture fisiche, come quello del 3 ottobre scorso quando droni non autorizzati bloccarono il traffico sopra l’aeroporto di Monaco di Baviera, lasciando a terra più di 10 mila passeggeri.
Nello stesso anno, i servizi contro la criminalità informatica hanno individuato 334 mila casi di attacchi cibernetici, in massima parte attribuibili a organizzazioni di hacker collegate ai servizi e altre entità statali della Russia. Il danno economico causato all’economia tedesca da queste incursioni è stato stimato intorno ai 200 miliardi di euro. Fra gli obiettivi preferiti, i sistemi di controllo del traffico aereo, alterati e messi sotto stress con gravissimi rischi per la sicurezza.
Ma non è solo questo. Come e più che in altri Paesi, il Gru, l’intelligence militare russa, ha condotto sofisticate operazioni di disinformazione, tese ad influenzare i cicli elettorali tedeschi a livello federale, regionale e locale, puntando a polarizzare l’opinione pubblica sugli aiuti all’Ucraina.

Che queste attività non cadano in un vuoto politico è evidente nella linea e nelle promesse di Alternative für Deutschland, il partito dell’ultradestra nazionalista che i sondaggi danno largamente in testa nelle elezioni di domenica prossima in Sassonia Anhalt e al primo posto nelle rilevazioni nazionali. La leader di AfD, Alice Weidel, sostiene apertamente non solo la fine degli aiuti a Kiev, ma anche il ripristino di legami economici e di rapporti politici con la Russia di Putin.
In verità, come ha notato in una recente intervista Joschka Fischer, il rapporto con la Russia è la vera prova del fuoco che la Germania dovrà affrontare nei prossimi mesi e anni. Secondo l’ex ministro degli Esteri, l’identità europeista e occidentale, forgiata da Konrad Adenauer e che ha definito il Paese negli ultimi sette decenni, si trova di nuovo minacciata da quella prussiana e nazionalista, in cui si riconosce AfD, che si pensava sepolta sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale. Ma, avverte Fischer, se questa seconda identità dovesse prevalere, significherebbe la fine dell’Europa e di ogni progetto di integrazione. E la Germania tornerebbe a guardare a Est.


La lunga estate dei sabotaggi: così i paesi amici dell’Ucraina sono finiti nel mirino di Mosca
La guerra “ibrida” diventa sempre più esplosiva. E punta direttamente alle industrie che forniscono aiuti militari a Kiev
L’agosto di fuoco è cominciato con il rogo nei depositi della Emco, la fabbrica bulgara che dal 2014 rifornisce l’Ucraina di munizioni. È stato l’inizio di una raffica di attentati, messi a segno o sventati all’ultimo minuto, che hanno costretto l’Europa ad aprire gli occhi: l’Unione è il campo di battaglia di una nuova guerra, che viene chiamata “ibrida” ma è sempre più esplosiva. Nella notte di ferragosto in Estonia c’è stato un incendio alla Milrem, leader mondiale nei robot terrestri da combattimento, da sempre al fianco di Kiev. Dieci giorni dopo l’intelligence slovacca ha arrestato tre persone che volevano colpire la filiale locale della Skyeton, la prima azienda ucraina a produrre droni a lunghissimo raggio. Lunedì scorso in Polonia è bruciata la WB Electronics, che realizza componenti per le bombe volanti lanciate sulla Russia.
Tutte le agenzie di intelligence ritengono che sia l’inizio di una nuova fase: un’offensiva sempre meno nell’ombra. «Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità di attacchi più diretti, più violenti contro il nostro territorio», ha dichiarato Celine Berthon, direttrice del controspionaggio francese. Gli assalti vengono condotti reclutando sabotatori fai-da-te: cittadini non russi ingaggiati su Telegram in cambio di un pagamento in criptovalute.
Ma rispetto alle manovre ibride degli scorsi anni, l’obiettivo è stato modificato: non si cerca solo di incrinare la fiducia nella solidità delle democrazie europee mettendo in crisi gli aeroporti con sorvoli di droni, le ferrovie con interruzioni delle linee, le reti elettriche e informatiche con gli hackeraggi. Adesso c’è il tentativo esplicito di interrompere le consegne di materiali che permettono alle industrie belliche ucraine di sopravvivere. La strategia del Cremlino è sempre più esplicita: punta a piegare la resistenza ucraina spezzando la catena di solidarietà economica e militare della Ue.
Stanno aumentando pure i cyber-attacchi; e i timori per le operazioni di influenza politica – sostenendo con finanziamenti e con la propaganda social i candidati più vicini a Mosca – sono al massimo livello. Le statistiche però indicano una sfida ancora più serrata: provocazioni e incidenti sulle frontiere sono diventati praticamente quotidiani. Dall’inizio dell’anno ci sono stati 84 decolli su allarme dei caccia dell’Alleanza, che hanno abbattuto quattro droni; 25 casi di velivoli russi penetrati senza preavviso nelle rotte del traffico aereo; 68 droni e un missile precipitati nel territorio della Ue. Sono numeri raddoppiati o triplicati rispetto al 2025.
E l’Italia? Le cause dello scoppio della fabbrica di munizioni di Colleferro non sono state ancora chiarite: fino al 2023 l’impianto ha venduto direttamente proiettili a Kiev, poi è stato acquistato dal colosso franco-germanico Knds che da giugno appartiene per il 40% allo Stato tedesco e che è uno dei big degli aiuti bellici all’Ucraina.
Ma gli Eurofighter dell’Aeronautica sono in prima linea nel Baltico e le fregate della Marina della missione Ue Irini ispezionano le petroliere della flotta ombra di Mosca. Molti analisti ritengono che da noi la pressione crescerà sotto le elezioni: il momento perfetto per cercare di condizionare il voto, con le buone o con le cattive, con i soldi o con la paura degli attentati.


Cos’è un atto di guerra ibrida? Un attacco con droni (spesso anonimi) e con azioni di sabotatori, spie e hacker
Le tattiche di guerra ibrida sono state iniziate dai russi con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 e poi adottate anche da Usa, Iran e Israele. Presentano minacce più sfumate e non richiedono una risposta immediata
Guido Olimpio

La guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini. I russi l’hanno iniziata su vasta scala in parallelo all’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022, anche se in realtà ci sono episodi ben precedenti a quella drammatica decisione. Si è creata una fattura dove si sono inseriti gli ucraini e successivamente abbiamo assistito a tattiche analoghe nello scontro Usa-Israele-Iran.
L’attacco ibrido arriva supiù livelli. L’incursione con droni non sempre «identificabili» con certezza: colpi con i quali crei danni, provochi allarme ed interrogativi. Chi lo pilota può decidere se innescare un’esplosione o semplicemente dimostrare di «saper arrivare» sul target. In alcune occasioni si punta alla provocazione, meglio se in serie e in luoghi diversi.
C’è poi l’opzione sabotaggio, affidata a specialisti ma sempre di più a mercenari neppure troppo esosi con i loro committenti. Marionette dirette da remoto e pagate con cripto valute. Non si contano più ormai le distruzioni in fabbriche/depositi di munizioni in Occidente, impianti che aiutano lo sforzo bellico di Kiev. L’ultimo caso, pochi giorni fa, in Polonia. Il primo molti anni prima, ancora ad Est.
Nella mischia entrano le spie, in modo diretto, gestendo network di reclutati, assoldando agenti di «influenza». A quest’ultimi affidano compiti sul campo, campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai paesi considerati ostili. Ecco le teste di maiale davanti alle moschee in Francia, gli sfregi su monumenti dedicati alle vittime dell’Olocausto ma anche diffusione di false informazioni, utili però a squassare le società. Facile, sotto questo aspetto, cavalcare il tema immigrazione, il pericolo del terrorismo, la paura della criminalità. Tutto serve, tutto aumenta la confusione. Se necessario ricorrono all’omicidio per eliminare un oppositore, un esule, una voce di dissenso. Non meno efficace l’intervento degli hackers, capaci di intrusioni suscettibili di conseguenze gravi.
La battaglia si svolge in terra, coinvolge il settore marittimo (cavi tranciati, strane navi) e la vasta ragnatela subacquea (dalle pipeline alle comunicazioni), mette in fibrillazione il trasporto aereo, rivela la debolezza delle spedizioni cargo (almeno tre gli eventi per i quali è stata accusata Mosca). Ma, come detto in precedenza, in tanti si muovono nell’area grigia. Gli israeliani hanno incalzato gli iraniani con ognuno di questi sistemi da anni. Teheran ha fatto lo stesso inseguendo bersagli fino in Europa. Gli ucraini hanno dato la caccia alle petroliere ombra dall’Africa al Mediterraneo mentre i loro servizi (o una parte di essi) sono considerati responsabili dell’esplosione al gasdotto Nord Stream. Così come hanno eliminato esponenti russi di alto livello.
E’ una realtà, a volte, sfumata. Un attacco può essere denunciato in modo chiaro, indicando il colpevole. Ma esiste la possibilità di prendere tempo, sia per indagare che per valutare la reazione più appropriata. Instaurare un meccanismo di risposta immediata rischia di portare ad una guerra vera.


