Gianni Cervetti: L’oro di Mosca non era in rubli ma in dollari

di Giangiacomo Schiavi

Gianni Cervetti, un compagno del secolo scorso, un pezzo di storia del Pcicompie novant’anni e quando si volta indietro cerca di non farsi travolgere dal pessimismo: «Alla mia età sarebbe facile, ma preferisco l’ottimismo della volontà». Guarda al passaggio d’epoca che segna una regressione della cultura politica che ha conosciuto, ma riconosce due fatti di grande rilievo, per le donne: una è premier, l’altra segretaria del Pd.

Un giudizio su Giorgia Meloni?
«Non credo che meriti giudizi di parte come i miei. Guardando alle radici delle persone e agli orientamenti internazionali vedo però scelte assai dubbie per i rapporti con alcune forze europee che guardano a un passato che non deve riemergere».

Ed Elly Schlein?
«Non amo le pagelle. Sarà valutata attraverso l’azione politica che riuscirà a realizzare».

Da riformista storico, come giudica il disagio e l’abbandono di esponenti di quest’area con il nuovo corso pd?
«Il destino di un partito non dipende da loro, o non solo da loro. Penso che oggi manchi un impegno sufficiente per affermare una vera forza riformista. La coerenza dovrebbe essere un punto fermo».

C’è troppa «volatilità nel bar Italia», ha detto Bersani. Ma anche nella sinistra ci sono troppi personalismi…
«L’incoerenza è un male della politica. Ma la coerenza non deve essere cieca, va adattata al mutamento dei tempi. Vedo crescere troppi egoismi».

Nella sua storia, come quadro del Pci negli anni di Mosca, la segreteria milanese e lombarda, il Parlamento e l’Europa, certi strappi non sono stati anche incoerenza?
«Se allude alla Nato e a Berlinguer, era giusto prendere le distanze dall’Urss e dall’involuzione brezneviana. Io ero a Mosca con il segretario del partito quando deflagrò lo strappo dopo l’intervista di Pansa al Corriere. Parlò al congresso del Pcus e nella sala si alzò un brusio. Uscimmo insieme: è giusto così, gli dissi. Berlinguer aveva ragione».

Un altro strappo fu quello dello stop ai finanziamenti, il flusso di denaro che da Mosca arrivava nelle casse del Pci e che lei in un libro ha chiamato l’oro di Mosca…
«Non era incoerenza, era la svolta per non subire più l’influenza sovietica nella politica del Pci. La riunione decisiva avvenne verso la fine del 1975. Eravamo in tre: Chiaromonte, Berlinguer ed io. Ci trovammo in segreto alla Camera per stare lontano da orecchie indiscrete. Proposi di chiudere quei rubinetti…».

Lei allora era l’uomo dei rubli, si diceva che pensava in russo e traduceva in italiano.
«Quella scelta resta un piccolissimo fatto storico, utile per avviare il partito verso l’Europa. Non a caso la visione europeista di Berlinguer portò alla candidatura nel Pci di Altiero Spinelli, uno dei padri degli Stati Uniti d’Europa».

Davanti all’azione aggressiva della Russia, l’Europa si è comportata come l’Unione che lei difende e sostiene?
«È stato giusto difendere l’Ucraina, i russi hanno le colpe maggiori. Ma anche gli ucraini hanno qualche responsabilità. Bisogna lavorare tutti per una conclusione positiva di questa guerra insensata».

Qual è l’errore che imputa alla sinistra, che ha perso voti e governo del Paese?
«Uno, fondamentale. Non essere stata coerente nell’organizzare un partito di massa. Espressione un po’ datata per dire che se una forza vuole essere democratica e riformista deve anche essere estesa come un guanto che aderisce alla mano. La mano è la società».

Nella società crescono le diseguaglianze: anche nella sua Milano aumenta il divario tra ricchi e poveri. Le piace la città di oggi?
«Non si può chiedere questo a un milanese che ha amato e ama la sua città, la sua cultura e la sua azione politica e sociale. Milano ce l’ho sempre nel cuore, dalle radici alle realtà che si sono succedute negli anni. È città nazionale e democratica. Non deve sentirsi trascurata da Roma, la trascuratezza è un obiettivo che va superato dai milanesi stessi».

Ieri sera ha festeggiato il compleanno con un concerto all’Auditorium Mahler. Ama la musica e i libri. È vero che colleziona Divine Commedie?
«Ne ho più di duecento, è una passione».

E nel mondo dantesco, dove sarebbe oggi l’Italia?
«Non so se collocarla nel Limbo o all’inizio del Purgatorio».

L’incontro con D’Alema e Cicchitto: così hanno ucciso i partiti

di Aldo Torchiaro del 13 Novembre 2021

La presentazione del romanzo Il tesoriere, di Gianluca Calvosa edito da Mondadori, è l’occasione per Massimo D’Alema di tornare a dire la sua, in un confronto pubblico che cade a Roma nelle giornate dello showdown dei partiti verso il Colle. Perché è chiaro a tutti che D’Alema è il kingmaker di una buona parte della classe dirigente attuale dem, da Zingaretti al sindaco romano Gualtieri, prima di Bettini.

L’appuntamento del suo ritorno in campo è organizzato da quelli di Formiche, sempre attenti a rispettare gli equilibri bipartisan, ed ospitato in quella terra di tutti e di nessuno che è il Centro Studi Americani. Fa gli onori di casa Chicco Testa, e sul palco accanto all’autore e a D’Alema ci sono Anna Finocchiaro, fondazione Italia Decide, e il più intellettuale dei socialisti ancora oggi attivi, Fabrizio Cicchitto.

Il romanzo racconta, affabulandola, la storia di Gianni Cervetti, colonna del Pci (tendenza migliorista milanese) e tesoriere dal 1975, quando successe nell’incarico ad Armando Cossutta. E il racconto di quella storia rievoca subito la grande divisione tra le due sinistre dai fatti di Praga alla fine degli anni Ottanta, e pesca a piene mani in una vicenda mai del tutto chiarita. La dipendenza di Botteghe Oscure da una bottega più oscura di tutte, ma dalla cupola dorata.

L’Oro di Mosca, come Cervetti definiva il flusso di denaro (per l’esattezza: di dollari) che dall’Urss è arrivata nei forzieri del più grande partito comunista occidentale, quanto e come ha influenzato le scelte strategiche del Pci.

Moltissimo se, a guardare la verità storica, il segretario Enrico Berlinguer decise nel 1976 di interrompere motu proprio questo flusso, bloccando il “conto sovietico” e facendo sapere a Mosca di doversi ritenere tutti a mani libere. «Il nostro partito sapeva, perché fino al 1956 partecipò anch’esso, che Mosca sosteneva con cifre impressionanti la sinistra italiana», spiega Cicchitto. E va oltre: Per questo fare la scelta autonomista per noi fu particolarmente impegnativo, perché per decenni sapevamo che gli Stati Uniti pagavano la Dc e l’Unione Sovietica manteneva il Pci. Noi lì in mezzo, da soli, senza finanziamenti, abbiamo dovuto contare sulle nostre sole risorse».

Ma non si tratta di un simposio accademico; i protagonisti dell’incontro lavorano sull’oggi. La legge sul finanziamento pubblico ai partiti è la vera vittima di un decennio populista dominato dalla scure dei Cinque Stelle. Tutti concordano. «Vanno ritrovati gli strumenti per la democrazia, perché non può esistere politica senza risorse», taglia corto Anna Finocchiaro. D’Alema cattura il microfono per rievoca i suoi viaggi a Mosca, i suoi rapporti con i tesorieri, a partire proprio da Gianni Cervetti. Ma il tema è come si va avanti adesso.

«Abbiamo un disperato bisogno di ritrovare la politica vera. Le idee, le storie, le posizioni chiare. Trovo aberrante che un editorialista abbia scritto che finalmente abbiamo un presidente del Consiglio di cui si ignora che cosa ha votato». E continua: «È ora di avere una legge chiara sul finanziamento della politica, una legge sulle lobby, una sul conflitto di interesse».

Altrimenti si dà adito a troppi errori interpretativi sui quali si può insinuare un potere diverso, non democratico. «La magistratura – dice infine D’Alema – a un certo punto ha perfino inventato un reato, quello della concussione ambientale. La bestia nera dalla quale si doveva liberare l’Italia era la politica, erano i partiti», dice con un filo di orgoglio. «Un gioco che ha fatto comodo ad altri, a interessi e poteri che stanno fuori dall’Italia», concorda sul punto Cicchitto. «I primi a usare la parola casta furono le Brigate Rosse», ricorda D’Alema. «Poi divenne il titolo di un libro e da lì in poi lo slogan dei populisti».

Scintille fra D’Alema e Cicchitto alla presentazione del “tesoriere” di Calvosa

Di Alessio Postiglione del 12 Novembre 2021


Scintille (ma del pensiero) tra Massimo D’Alema e Fabrizio Cicchitto al Centro Studi Americani di Roma in occasione della presentazione del romanzo d’esordio di Gianluca Calvosa ‘Il tesoriere’ (Mondadori), organizzata da Formiche. Insieme ai due ex esponenti del Pci e Psi c’erano Chicco Testa e Anna Finocchiaro, che hanno animato un dibattito appassionato davanti a un pubblico numeroso.

Il romanzo di Calvosa è infatti un affresco brillante, cesellato da una prosa fresca e ricercata, del Pci negli anni 72/76, che ruota attorno alla figura di un oscuro funzionario, per l’appunto il tesoriere: un romanzo storico, una grande spy story ambientata negli anni che hanno cambiato l’Italia. Un mix riuscito fra la narrativa di spionaggio e un resoconto politico italiano degli anni Settanta, tra realtà e fantasia, ambientato prima dell’omicidio Moro, che svela le dinamiche politiche sottese alla logica di Yalta, quando la DC era finanziata dagli Stati Uniti, e il PCI da Mosca.

Gli anni in cui Roma era il proscenio di avvincenti trame internazionali fra CIA, KGB e Vaticano. Nonostante il libro si occupi ‘tangenzialmente’ di finanziamenti illeciti – e che anzi sia il racconto dell’emancipazione del PCI dall’Urss, dalla conventio ad excludendum fino alla conquista del potere -, la serata è stata anche l’occasione per un garbato, colto e stimolante dibattito sul finanziamento pubblico che ha visto duellare soprattutto Cicchitto – tetragono nel demolire, a suo dire, una certa compiacenza agiografica verso il PCI, correo nel finanziamento illecito come tutti i partiti della prima Repubblica secondo la logica della Guerra Fredda -, e D’Alema, sostenitore della ‘differenza antropologica’ della sinistra.

Particolarmente riuscite una serie di battute al vetriolo di Cicchitto, quando dice che il PCI è un partito azienda, come Forza Italia, con la differenza che quest’ultimo è una azienda che si è fatta partito, mentre il primo è un partito che si è fatto… cooperativa. Dunque la questione del conflitto d’interessi del PCI era identica a quella di Berlusconi.

O, ancora, quando l’ex socialista argomenta che Antonio Di Pietro era arrivato alle soglie di Botteghe oscure e non poté procedere contro il PCI solo perché non sapeva a chi Raul Gardini avesse materialmente consegnato la bustarella; complici anche “le casematte della sinistra” – giornalisti e magistrati – che essenzialmente salvarono solo i comunisti dal naufragio della Prima Repubblica. Osservazione condita da un pizzico di veleno, quando Cicchitto ricorda che la sinistra candidò proprio Di Pietro nel collegio blindato del Mugello. Conclude Cicchitto: “Avete distrutto il PSI e vi ritrovate a governare con il M5s”, è la nemesi; a questo punto, “spero che Draghi rimanga fino al 2050”.

A questi attacchi, D’Alema ha risposto sornione che “era più elegante farsi finanziare da un partito (il PCUS, ndr), piuttosto che dalla CIA”; “a capo delle cooperative, c’erano socialisti e repubblicani”; quando c’erano i trasferimenti, “i finanziamenti non rilevavano come reato secondo la Procura della Repubblica di Roma”, e anzi, dopo, quando scattò la normativa anticorruzione, “i finanziamenti erano versati contro Berlinguer”.

Per D’Alema, invece, il libro di Calvosa non è sui finanziamenti illeciti, ma sulla progressiva indipendenza da Mosca del PCI. Gli ha fatto eco Anna Finocchiaro, quando ha con forza sottolineato come i finanziamenti non hanno a che vedere con la corruzione, ma con la partecipazione democratica.
D’Alema ricorda anche un gustoso aneddoto per sottolineare la natura ‘europea’ e non asiatica del PCI, pur riconoscendone la cultura militare. Quando venne scelto come segretario della Figc da BerlinguerPecchioli e Chiaromonte (solo dopo i Compagni avrebbero votato plebiscitariamente, nota Testa), Cacciapuoti prende un foglio da mostrare al giovane Massimo con i nomi di chi lo aveva appoggiato e contrastato e Chiaromonte sbotta: “Qui non siamo in Russia, qui c’è stata la rivoluzione francese”.

O, ancora, osserva D’Alema, in quel PCI, c’era la libertà di “poter volere Chicco Testa, che era osteggiato dalla Commissione centrale di controllo”, o di dare vita ad un esperimento editoriale come “Civiltà futura, con AdornatoRampini e Lucio Caracciolo, che siglavano corsivi contro i dirigenti”. Salvo dover ammettere che “dopo due anni, ce lo chiusero”, tra le risate divertite del pubblico.
D’Alema ha infine posto un problema di “ricostruzione del sistema democratico”, ricordando come la stagione del finanziamento illecito sia passata come un problema solo della politica, mentre c’era una responsabilità anche del nostro capitalismo. Non a caso, “i primi a utilizzare il termine Casta furono le Br […] e poi il termine ha avuto fortuna grazie al Corriere della Sera”.

La serata, iniziata con il saluto della direttrice della rivista Formiche Flavia Giacobbe, è stata inframezzata dalle letture dal libro ad opera di Maria Pia Calzone e si è conclusa con l’intervento di Gianluca Calvosa, sino a quel momento spettatore entusiasta, come il pubblico, delle battute dei relatori. Protagonisti della serata, ma anche de “Il tesoriere”.