Franco Baresi

La leggenda

Morto Franco Baresi, il «piscinin» che divenne «Il Capitano» del Milan. La sua vita in rossonero

Il campione, 66 anni, era da tempo malato. L’infanzia in provincia di Brescia, poi l’esordio con la maglia rossonera. C’era già il 7 novembre 1982, Milan-Cavese 1-2, il punto più basso mai raggiunto dal Milan nella sua storia

di Marco Imarisio

A quei tempi faceva freddo già a ottobre, e il riscaldamento in classe era un lusso. Stavano per cominciare gli anni Ottanta. Con le mani intirizzite ci passavamo da un banco all’altro i bigliettini con il gioco adolescenziale dell’elenca i tuoi cinque idoli, che siano chitarristi rock, personaggi della televisione o sportivi. Al primo posto, molti di noi scrivevano Franco Baresi. E non abbiamo mai cambiato idea, neppure oggi che salutiamo per l’ultima volta il piccolino e poi l’uomo adulto, il campione che è rimasto, che non ci ha mai abbandonato, anche quando avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo.

Perché in quegli anni di un piccolo Milan, quel ragazzo appena ventenne rappresentava la speranza di un futuro migliore, una lontana idea di avvenire, mentre altri vincevano gli scudetti e noi facevamo avanti e indietro con la serie B. Franco era come Giorgio Gaber. Per capirlo, bisognava vederlo. Dal vivo. Solo così si poteva capire la sua furia indomabile, quella spinta interiore che lo portava a recuperi prodigiosi, frutto non solo della velocità delle gambe, ma anche di altri e più antichi valori. «Si accomodi quindi la nuova stella di San Siro» disse Beppe Viola in un indimenticabile servizio per la Domenica sportiva su un Milan-Lazio del 1979, l’anno della stella. «Dicono che sia già il miglior libero d’Italia, esclusi ovviamente Freda e Ventura». Era una delle poche luci di quella Milano ancora cupa per le tensioni, le violenze politiche e i morti del decennio appena trascorso. Era il campione che tutti ci invidiavano, che l’Avvocato voleva a ogni costo, anche se aveva già Gaetano Scirea, ma si sa come sono fatti i ricchi.

Noi eravamo poveri e tutt’altro che belli, il calcio scommesse ci aveva spedito in serie B, la prima volta pagando e la seconda gratis, come ci prendeva per i fondelli il compianto avvocato Prisco. Ma avevamo Franco, e bastava il nome, che sarebbe ben presto sparito, sostituito da Il Capitano, e da allora non c’è mai stato bisogno di aggiungere altro. Noi siamo stati i primi a conoscere e ad amare quel campione che sarebbe diventato poi bene comune dell’Italia intera, com’era giusto che fosse. Era nato a Travagliato, nella pianura bresciana, aveva tirato i primi calci in un oratorio che si affacciava su campi coltivati a perdita d’occhio, grano ed erba medica per foraggiare il bestiame, la soia e altre cose moderne ancora non si sapeva cosa fossero. Era figlio di contadini, il suo papà era morto in un incidente di lavoro, la sua mamma l’aveva seguito poco dopo per un brutto male. Con l’età, e la perdita dei boccoli biondi che gli davano un’aria teutonica, da qui i primi paragoni con Beckenbauer che lo accompagneranno a lungo, era diventato più simile a quello che era in realtà, una figura scavata dalla fatica, quasi un personaggio da Albero degli zoccoli, l’ultimo campione figlio della civiltà contadina e dei suoi valori. E forse fu proprio quella vita della malora, che a lui e suo fratello Beppe e alla sorella che li ha cresciuti non aveva mai risparmiato nulla, fosse l’innesco della sua determinazione, della sua rabbia, e della sua fedeltà.

Perché Franco era in campo quel pomeriggio gelato del 7 novembre 1982Milan-Cavese 1-2, la partita che da allora venne presa a unità di misura del peggio, il punto più basso mai raggiunto dal Milan nella sua storia, ed era in campo nei faticosi anni di mezzo della risalita. Da Colombo a Morazzoni a Farina, presidenze incerte e squattrinate, la Juve che passeggiava a San Siro, e lui rimaneva, lo volevano tutti, e lui si rifiutava di abbandonare la società che per lui era casa e famiglia, ragione di vita. Poi arrivò Silvio Berlusconi e tutto cambiò, la storia del calcio, l’Italia, i costumi. Tutto, tranne lui. Franco attraversò i migliori anni della nostra vita calcistica rimanendo fedele a sé stesso, a quella antica impronta che gli derivava dall’odore di concime dei campi di Travagliato, dalla dignità della fatica, del guadagnarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte.

Non fu mai, glamour, il nostro piscinin. Intanto erano esplosi gli anni dell’edonismo reaganiano, dell’opulenza non solo sportiva portata in dono da Arcore, ma lui non fu mai figlio di quell’epoca, continuava a essere il passato remoto vivente di un tempo lontano, superato dalla modernità. Una persona semplice, che aveva però il dono divino di capire il gioco come nessun altro. Ha sempre parlato poco, convinto che l’esempio fosse l’unica possibile moneta corrente, conservando quella diffidenza guardinga di chi ha imparato sulla sua pelle che basta un attimo, un giorno o un mese, per perdere tutto. 

Paolo, inteso come Maldini, il figlio di Cesare, è stato il campione di quel periodo, prototipo di un altro modello di calciatore, professionista integerrimo e anche lui modello di una serietà oggi perduta, ma in qualche modo è stato un predestinato, ha vissuto gli anni dell’opulenza, dei trionfi, dell’epopea. Franco è stato una cosa diversa. Lui c’era anche prima, è stato l’unica luce nel buio, è stato con noi nella buona come nella cattiva sorte.

Quando la gente si stupì del suo recupero da record per la finale di Pasadena, noi non fummo affatto sorpresi. Non c’era più la scuola media Antonio Fogazzaro, non c’era più quell’Italia. Ma sapevamo chi era Franco, conoscevamo la sua capacità di soffrire, la sua dedizione monacale. Adesso che il viaggio tremendo è terminato, che tutta l’Italia lo ricorda a testa alta, la palla incollata ai piedi e lo sguardo rivolto verso un orizzonte lontano, il condottiero che comandava la squadra di club più forte della storia del calcio e la Nazionale, a noi rimane anche l’immagine di un essere umano diverso, fatto di uno stampo ormai introvabile e non più riproducibile. 

Fino all’ultimo, mai arrendersi, anche quando nel febbraio scorso aveva portato la fiamma olimpica insieme a Beppe Bergomi. Si vedeva che stava male, e quasi veniva voglia di sorreggerlo, e faceva impressione vederlo così fragile, ma ce l’aveva fatta comunque. Un uomo che si assume le sue responsabilità, che rimane a bordo della nave che affonda, che non ci ha mai lasciato. Per questo l’abbiamo amato più di chiunque altro, per questo sarà per sempre il nostro idolo assoluto. Capitano, mio Capitano.  

Il video ricordo di Franco Baresi, il capitano e leggenda rossonera

Una carriera tra il Milan e l’Azzurro della Nazionale. E’ il secondo calciatore con più presenze assolute nel club, dietro al solo Paolo Maldini

Campione del mondo con la maglia azzurra nel 1982 e bandiera del Milan, con cui da difensore ha vinto sei scudetti. Franco Baresi, il Kaiser Franz, ha illuminato San Siro e fatto esaltare i tifosi del Diavolo per 20 stagioni, dal 1977 al 1997. Con i rossoneri ha trascorso tutta la vita sportiva: dall’esordio nelle giovanili nel 1974 fino all’approdo in prima squadra, di cui è stato capitano per ben 15 stagioni. Il primo provino per entrare nel calcio che conta lo sostiene in realtà con l’Inter, che aveva già reclutato suo fratello Giuseppe. Aveva solo 12 anni e venne scartato perché ritenuto troppo gracile. Italo Galbiati lo invita allora a tentare con i cugini rivali e, dopo altri tre provini, Baresi entra nel mondo del Milan, che non ha mai più abbandonato. Le venti stagioni giocate in rossonero lo portano a diventare il secondo calciatore con più presenze assolute nel club, dietro al solo Paolo Maldini. Con Arrigo Sacchi prima e Fabio Capello poi in panchina, Baresi conquista non solo sei scudetti, ma anche tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe UEFA e quattro Supercoppe italiane.

Insieme a Mauro Tassotti, Paolo Maldini Alessandro Costacurta compone una delle migliori linee difensive della storia del calcio, consentendo al Milan di stabilire il record di partite consecutive senza sconfitta (58) nei maggiori campionati nazionali d’Europa. Le ottime prove con la maglia rossonera gli valgono, a soli 20 anni, la convocazione in Nazionale da parte del CT Enzo Bearzot per il campionato d’Europa 1980. Due anni più tardi, è tra i nomi che si coprirono di gloria ai Mondiali del 1982, ma in entrambe le competizioni non scende mai in campo perché riserva del più esperto Gaetano Scirea. 

Insoddisfatto, dopo un litigio plateale con Bearzot alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 non viene più convocato fino all’arrivo in panchina del nuovo Ct Azeglio Vicini, che ne fa un punto fermo della sua squadra sia agli Europei del 1988 sia ai Mondiali di Italia 90. Con Sacchi, ai Mondiali di Usa ’94 è protagonista di un’impresa straordinaria: nonostante un infortunio al menisco contro la Norvegia nella seconda partita della fase a gironi, dopo soli 25 giorni e contro ogni aspettativa il capitano azzurro recupera a tempo di record per la finale contro il Brasile. Baresi gioca una partita straordinaria, ma nel decisivo epilogo ai rigori sbaglia il suo tentativo, afflitto dai crampi. Le sue lacrime e quelle di Roberto Baggio sono la fotografia più emblematica di quella storica partita. 

L’ultima partita in azzurro risale al 7 settembre 1994, il ritiro dal calcio professionistico ha data 28 ottobre 1997. Il Milan però continua a far parte della sua vita: ne diventa prima dirigente, poi come ambasciatore. È stato inserito per sette volte tra i candidati alla vittoria del Pallone d’oro, arrivando a un soffio dalla vittoria nel 1989, quando a trionfare fu il compagno di squadra Marco van Basten. Nel 1999, in occasione della festa organizzata per celebrare i cent’anni del club, è stato eletto dai suoi tifosi ‘Milanista del secolo’.

La fotostoria di Franco Baresi: dal provino con l’Inter fallito alla leggenda col Milan

Da Cascina Sabbionera a Travagliato al provino per l’Inter fallito, alla leggenda con il Milan e a quei Mondiali vinti nel 1982 e persi due volte. La storia del Capitano del Milan, il numero 6 per sempre

Maria Strada

È morto oggi 31 luglio all’età di 66 anni Franco Baresi, ex capitano del Milan. L’annuncio della società rossonera: «Perso un battito del nostro cuore». Il campione era da tempo malato

Franco Baresi, all’anagrafe Franchino, è nato a Travagliato (Brescia) l’8 maggio 1960. Rimasto orfano in giovane età, viene allevato dalla sorella. Nel 1974, all’età di 14 anni, fa un provino per l’Inter insieme al fratello maggiore Giuseppe, ma viene scartato e approda così al Milan, dove farà la storia.

I fratelli Baresi, Franco (D) del Milan e Giuseppe dell’Inter, al termine del derby del 13 novembre 1978 (Ansa)

«El Piscinin», «il Piccolino», debutta in prima squadra in serie A a 17 anni, il 23 aprile 1978, per espresso desiderio dell’allenatore Nils Liedholm. L’anno dopo conquisterà lo scudetto della stella. 

Franco Baresi e Giuseppe Bergomi nel ritiro dell’Italia per i Mondiali 1982 (Italy Photo Press)

Viene convocato in Nazionale per i Mondiali 1982, anche se non gioca mai, diventando campione del mondo con gli Azzurri. Al rientro, a soli 22 anni, diventa ufficialmente il capitano del Milan retrocesso in serie B, guidando la squadra per 15 stagioni. 

11ª giornata di serie B 1982/83: Cremonese-Milan, un gol di Baresi su rigore

Nel febbraio 1986 Silvio Berlusconi compra un Milan sull’orlo del fallimento e l’estate successiva, dall’Arena Garibaldi di Milano, portando i giocatori in elicottero, lancia  un ambizioso programma per scalare il mondo. Con l’avvento di Arrigo Sacchi in panchina, Franco Baresi diventa il perno di una difesa rivoluzionaria, basata sulla zona e sul fuorigioco sistematico, dando vita a un ciclo di vittorie epiche.

Dopo uno scudetto vinto in rimonta sul Napoli nel 1987/88, il 24 maggio 1989 vive una delle notti più importanti per un Milan che solo sei anni prima giocava il campionato cadetto: arriva la prima Coppa Campioni dell’era moderna, con una finale dominata 4-0 sulla Steaua Bucarest (ma soprattutto con cinque reti rifilate al Real Madrid in semifinale). 

Dopo quel successo arriveranno anche il bis a Vienna, le Coppe Intercontinentali, e un trionfo ad Atene contro il Barcellona sempre per 4-0, nel 1994. Ma quello stesso anno è anche l’anno di un grande dolore per Baresi: nella finale dei Mondiali negli Stati Uniti (c.t. Sacchi, al Milan era in corso l’era di Fabio Capello) Franco, reduce da un infortunio al menisco, gioca contro il Brasile. Sarà tra i calciatori che sbaglieranno il rigore dopo 120′ tesissimi. È l’unico al mondo ad aver vinto un Mondiale, perso una finale e raggiunto un terzo posto (Italia ’90). 

Si ritira dal calcio giocato al termine della stagione 1996-1997, dopo 719 presenze ufficiali con la maglia rossonera. Altre lacrime, ma d’amore, quel primo giugno. Il Milan ritira ufficialmente la sua maglia numero 6 in suo onore.

Rimane nel mondo del calcio prima come dirigente e allenatore delle giovanili rossonere (e con un’esperienza anche al Fulham, in Inghilterra), e poi diventando Vicepresidente Onorario del Milan.

L’ultima apparizione pubblica a San Siro risale a febbraio. Già malato, insieme a Beppe Bergomi, compagno di Nazionale e rivale di tanti derby, porta la torcia delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026.

Il palmarès di Franco Baresi

In rossonero ha vinto:

  • 6 Scudetti — 1978-1979, 1987-1988, 1991-1992, 1992-1993, 1993-1994, 1995-1996
  • 3 Coppe dei Campioni / UEFA Champions League — 1989, 1990, 1994
  • 2 Coppe Intercontinentali — 1989, 1990
  • 3 Supercoppe Europee — 1989, 1990, 1994
  • 4 Supercoppe Italiane — 1988, 1992, 1993, 1994
  • 2 Campionati di serie B — 1980-1981, 1982-1983.

Noi che abbiamo visto il Capitano. Sempre fedele, anche in serie B. C’è solo un modo per salutarlo: alzare il braccio, come quando comandava la difesa più forte del mondo

Luca Gelmini

Ma perché piangi per Franco Baresi? Hai cinquantatré anni, tre figli, non sei più il ragazzino che si commuove davanti al poster appeso in cameretta. Il calcio non è la tua famiglia, Baresi non è un parente. L’hai incontrato una volta sola e quel selfie scattato a San Siro, diventato la tua foto profilo su WhatsApp, lo avranno in archivio altre migliaia di tifosi. 

Eppure piangi. Piangi a lungo. Perché ci sono uomini che finiscono per diventare compagni di strada senza che tu te ne accorga. Non li frequenti, non li conosci davvero, ma attraversano la tua vita. Per chi è cresciuto milanista, Franco Baresi non è stato semplicemente il capitano più vincente. È stato il Milan.

La sua grandezza non era scontata. Franco non era un predestinato come Gianni Rivera o Paolo Maldini. Se l’è sudata la gloria. Quel sorriso appena accennato, quello sguardo sempre serio, quasi sofferente: in campo si percepiva che stava giocando di più che una semplice partita di pallone. E ti immedesimavi all’istante. La sua maglia (la leggendaria 6) era la tua maglia, la sua fatica era la tua fatica.

Perché Franco da Travagliato aveva il senso di responsabilità. Se Buzzati l’avesse visto giocare avrebbe coniato solo per lui la definizione di doverista, il dovere prima di tutto. Non spariva quando la nave imbarcava acqua, non «schettinava» via. Restava sul ponte, anche a costo di affondare. 

Le sconfitte se le caricava sulle spalle. E gli è capitato di affondare. Con il Milan, nelle due retrocessioni in Serie B, quando avrebbe potuto andarsene e invece rimase. E con l’Italia, nella notte di Pasadena. Giocò una finale immensa contro il Brasile, da Pallone d’Oro. Poi arrivarono i rigori. 

Il primo lo calciò lui. Alto. L’immagine che resta è quella di Franco in lacrime, consolato da Arrigo Sacchi. Piangeva perché sentiva di aver tradito i compagni. Era fatto così: il capitano non si attribuiva i meriti, si prendeva la colpa. È stato un’autorità naturale, senza il bisogno di tanti discorsi e manfrine. Un leader lontano dalla teatralità di un generale. Ma dove lo trovi un altro così?

Tecnicamente entusiasmava per l’anticipo, il senso dello spazio, l’audacia folle di guidare la linea altissima del Milan di Sacchi. Bastava un errore di sincronismo e l’avversario andava in porta. Baresi viveva costantemente sul filo del rasoio. Ha azzerato i più forti attaccanti del mondo, quelli grossi- grossi, quelli velocissimi, quelli super-tecnici. Solo Maradona gli sgusciava via, ma stiamo parlando di Maradona.

E allora grazie, Franco. Il modo giusto per salutarti è quello che ci ha insegnato tu: un braccio alzato, come quando comandavi la difesa più forte al mondo. Perché in fondo i milanisti si dividono in due categorie: noi che abbiamo visto Baresi e quelli che lo scopriranno dai nostri ricordi.

un video speciale dell’omaggio di Paolo Maldini al Capitano…….

Il ricordo del mister Fabio Capello, di Beppe Bergomi, di Alessandro Costacurta e dei Federico Buffa

«Bandiera, Capitano, Leggenda: 6 per sempre!».

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