I limiti della «superpotenza gentile» e le troppe previsioni sbagliate
La «superpotenza gentile», così è stata definito l’Europa al Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio, è caratterizzata anche da una dose di depressione
La «superpotenza gentile», così è stata definito l’Europa al Forum The European House Ambrosetti di Cernobbio. Un grande osservatore del mondo presente e passato, uno degli esperti più acuti e autorevoli che da anni frequenta il Forum, ha aggiunto però che alla gentilezza si accompagna una dose di depressione. L’Eurobarometro rileva ampie maggioranze di cittadini convinti che i rispettivi paesi siano sulla cattiva strada: dal 75% degli italiani fino all’88% dei francesi, l’86% dei tedeschi e il 77% degli inglesi. Europessimismo è un’espressione che nacque molti anni fa e in genere aveva una connotazione un po’ diversa: all’origine descriveva soprattutto la sfiducia verso il progetto di integrazione. Oggi è un pessimismo più generalizzato, sullo stato di salute e sul futuro del Vecchio continente. L’esperto in questione – che evoco senza citarlo per rispettare la Chatham House rule che impone riservatezza sul Forum – ha il vantaggio di essere europeo ma residente negli Stati Uniti da molti anni, con uno sguardo critico su entrambe. Per difendersi in un mondo violento, agitato e instabile, ha detto, l’Europa ha troppi diplomatici e pochi soldati.
Lui stesso ricorda di essere stato pessimista sull’America subito dopo l’11 settembre 2001, l’attacco terroristico di cui ricorre il venticinquesimo anniversario tra pochi giorni. Allora vedeva tre deficit fatali per l’impero americano: finanziario, umano, e di attenzione. Per poter dominare il mondo l’America è troppo indebitata; non ha il personale adeguato per «gestire le colonie»; e il suo elettorato è troppo volatile. Sono tutti deficit veri. Per certi aspetti sono peggiorati. E tuttavia, ha ammesso il grande esperto, il declino americano dopo il 2001 non c’è stato, anzi. L’economia Usa ha sorpreso tutti in senso contrario: la sua quota sul Pil mondiale è addirittura salita.
Le relazioni degli Stati Uniti col resto del mondo sono pessime in questa fase; quelle transatlantiche sono in crisi. Ma questa – ha osservato basandosi sull’analisi storica di questi 80 anni – non è una «malattia», essere in crisi è nella natura stessa della relazione transatlantica (diseguale, pertanto turbolenta, attraversata da rancori e risentimenti). La nostalgia del passato è costruita su fantasie. La sua conclusione è ottimista sull’America ma non sull’Europa. La superpotenza gentile? «Un ossimoro».
Il chief economist di una grande banca è stato severo con tutte le previsioni sbagliate di un anno fa, gli scenari allarmisti e catastrofisti mai avverati. La resilienza dell’economia globale è stata notevole: non l’hanno fatta deragliare né le guerre guerreggiate né le guerre dei dazi e dei protezionismi.
Un noto economista che si era conquistato fama di Cassandra si è unito al coro: lo shock dei dazi era senza precedenti dagli anni Trenta; eppure, l’economia mondiale ha continuato a crescere a una velocità di crociera più che rispettabile, +3,5% nel 2025 e +3% nel 2026. Anche lo shock della chiusura di Hormuz si è rivelato transitorio e molto meno disastroso di quanto era stato previsto. Tra le spiegazioni: l’economia di mercato è flessibile; i consumi energetici sono sempre più diversificati; Trump è meno ideologico di quanto si temeva e ha fatto marcia indietro su diversi fronti per ridurre i danni; infine e soprattutto è partito il boom di investimenti nell’AI e in altre tecnologie, un traino per la crescita. Se si vuol capire perché i tassi d’interesse salgono, ha concluso, non bisogna guardare né all’inflazione (in aumento ma non di molto) né ai debiti pubblici (come sopra: in aumento ma secondo un trend già familiare da anni), bensì alla voracità con cui il settore privato assorbe risparmio per finanziare investimenti nella rivoluzione tecnologica del nostro tempo.
Quest’ultimo tema è stato al centro dell’intervento di uno dei più grandi investitori mondiali. Ha parlato dell’AI come di una forza «trasformativa a tutto campo, a 360 gradi», con ricadute anche sull’economia «fisica», per esempio sul fronte dell’elettrificazione. Pure lui è stato severo sull’Europa: la gara dell’AI oltre ai due campioni che sono America e Cina vede affacciarsi altri inseguitori interessanti come Giappone e Corea del Sud, ma per trovare dei soggetti europei di stazza bisogna scendere molto nella classifica.
Il mega-investitore ha sfidato anche uno degli argomenti favoriti degli europessimisti: la demografia. Il fatto che l’Europa invecchia non è un alibi per giustificare che sia paurosa, timida e prudente, restìa a innovare, avversa al rischio. La longevità in aumento non è un problema, anzi: «Aumenteremo la produttività ancora di più, in modo da creare più ricchezza con meno persone». Questo d’altronde è l’atteggiamento con cui affrontano la maggiore durata della vita umana nazioni pur diversissime tra loro come l’America, la Cina, il Giappone. E sarà il tema del mio prossimo libro…
La resilienza si costruisce anche combattendo i cattivi maestri, i profeti di sventura: il pessimismo è la classica profezia che si autoavvera, perché fomenta passività e depressione. Mentre si svolgeva il Forum è uscito un dato confortante sull’occupazione americana. Il mega-investitore ha commentato: io non sono ottimista per partito preso, sono uno che guarda al lungo termine, e nel lungo termine i trend sono tutti positivi.




