WALTER VELTRONI
Il presidente americano e il rischio del colpo di mano: rinviare le elezioni di Midterm. La tentazione di piegare le regole degli Stati Uniti
«Il Presidente cambierà la legge elettorale, dichiarerà una emergenza nazionale tra qualche settimana. Le premesse vengono costruite alla perfezione. Tenetevi libera l’ultima settimana di agosto, perché sta arrivando. Spero si sbrighi». Sono parole di Steve Bannon che raccontano ancora una volta l’intenzione del Presidente degli Stati Uniti di intervenire per impedire il regolare svolgimento delle elezioni di Midterm, a novembre.
Martedì il conduttore di un programma televisivo vicino alle posizioni della destra estrema ha spinto Trump a dichiarare «un’emergenza di sicurezza nazionale» e Trump non ha escluso di volerlo fare.
Il pretesto sarebbe il blocco in atto al Congresso del Save American Act e l’accusa, mai provata, alla Cina di aver sottratto i database elettorali di 18 Stati federali e di 220 milioni di elettori. Su questa base Trump, con un atto d’imperio assolutamente non previsto dalla Costituzione americana, vorrebbe cambiare in senso più favorevole a lui la legge elettorale. Più volte i giudici hanno bloccato suoi ordini esecutivi considerandoli in contrasto con la carta fondamentale della democrazia americana.
Ma Trump sa che la sua popolarità è al punto più basso e che dunque il rischio non solo della perdita del controllo della Camera, dato per certo, ma anche quello, oggi secondo i sondaggi sul filo, del Senato avrebbe due conseguenze: la prima di renderlo per i prossimi due anni un’anatra zoppa, il secondo di rendere possibile la pratica di impeachment per la quale esistono molteplici ragioni di accusa.
E dunque io non sottovaluterei, come troppo spesso si è sbagliato a fare, le minacce di Steve Bannon che, seppure tenuto per ragioni di opportunità lontano dalla casa Bianca, ha una forte conoscenza e influenza sulle decisioni che nello Studio Ovale vengono prese.
È da un anno che ambienti vicini a Trump lavorano per determinare questa scelta irresponsabile. Sono gli stessi che armarono ideologicamente la campagna per dichiarare illegittima l’elezione di Joe Biden fino allo spaventoso assalto al Campidoglio, i cui protagonisti, più di millecinquecento, sono stati poi fatti oggetto di una grazia presidenziale firmata fin dall’inizio del mandato.
Se la previsione di Bannon si materializzasse, se la non smentita di Trump fosse ciò che sembra, ci troveremmo di fronte ad un ulteriore tentativo di produrre una involuzione autoritaria della società americana, di cui esistono mille segnali. Evidenti per chi non sia ottenebrato dallo spirito di parte.
Sarebbe qualcosa che cambierebbe definitivamente l’assetto del mondo occidentale, scaraventando gli Stati Uniti nel purtroppo corposo e crescente elenco delle autocrazie.
Denunciano questo rischio con determinazione e coraggio più di 400 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza nazionale degli Usa. Hanno scritto che l’attuale inquilino della Casa Bianca «sta distruggendo la democrazia degli Usa. E non siamo nemmeno vicino al peggio». Uno di loro ha usato un’espressione convincente: «I guard rail sono stati tutti rimossi».
In crisi per la condizione dell’economia, travolto dagli insuccessi di una politica ubriaca sui grandi conflitti internazionali, il rischio è che Trump cerchi una forzatura che possa precipitare gli Usa in una condizione di tensione pericolosa. Non ha fatto nulla di diverso Netanyahu che, per salvare sé stesso, inseguito dalla magistratura del suo paese, ha precipitato tutta un’area del mondo in un conflitto che non ha nulla a che vedere con la legittima reazione all’orrore del 7 ottobre, ma si configura come il tentativo di annientamento di un popolo e di conquista di un’egemonia fatta di potenza militare che nega ogni possibile ricerca di soluzioni di pace. Scrissi mesi fa di un film americano, «Civil War», che, immaginando una guerra civile in quel paese, non sembrava purtroppo un’opera di fiction ma un documentario, come si dice oggi, di natura distopica. È infatti inimmaginabile a quale grado di tensione tra i partiti e nella società si potrebbe precipitare se le attese e tradizionali elezioni di mezzo termine fossero impedite con qualcosa che assomiglierebbe a un putsch.
Se la democrazia americana vacilla, sotto i colpi di tentazioni autocratiche sostenute dalle potenze della società digitale, il problema ci riguarda da vicino.
Nessuno si senta escluso dagli scenari che rischiano di aprirsi a Washington nelle prossime settimane e mesi. Se dovesse accadere quello che speriamo non accada, sarà quello uno spartiacque definitivo, anche nella politica europea, per definire posizioni e schieramenti non solo sulla base della autocertificata dislocazione fisica negli scranni dei parlamenti, ma della più veritiera adesione ai valori fondamentali della democrazia, primo dei quali è il rispetto del voto degli elettori e del libero e regolare svolgimento delle consultazioni elettorali.
Non ci possono essere ambiguità, da parte di nessuno. Né a destra né a sinistra. E non domani, non nell’ultima settimana di agosto minacciata da Bannon.
Ora.


