Secondo il giornalista russo Mikhail Zygar, il leader del Cremlino ha bisogno del conflitto per preservare e consolidare il suo potere. Cosa c’è dietro a questa idea (o strategia) di Mosca
FEDERICO RAMPINI

È evidente che molti tifano per un fallimento del negoziato Trump-Putin. Anche nel cosiddetto fronte «pacifista», molti osteggiano a tal punto il presidente americano che sperano in un suo insuccesso. Finora, vista la pessima partenza – la mini-tregua promessa da Putin è deludente, le sue richieste rimangono pericolose e inaccettabili – i loro desideri hanno una discreta possibilità di realizzarsi. L’unica buona notizia, è che almeno per adesso Trump non ha mollato, la fretta di ottenere qualcosa non lo ha indotto a concessioni precipitose e sconsiderate (per esempio la fine degli aiuti militari a Kiev).

La pessima partenza del dialogo tra America e Russia suggerisce di prestare attenzione a un’ipotesi: che Putin non sia affatto interessato a cessare questa guerra. È la spiegazione che affaccia un bravo giornalista russo, Mikhail Zygar, autore della newsletter The Last Pioneer. Secondo lui Putin si è affezionato alla sua «economia di guerra», ne ha bisogno per preservare e consolidare il suo potere, mentre teme che una pace gli farebbe esplodere una serie di problemi interni.


Un’avvertenza è necessaria. La nostra capacità di decifrare Putin è molto limitata e difettosa. Questo è abbastanza normale quando si ha a che fare con un regime autoritario, che pratica la censura, e non esita a uccidere i dissidenti. Ci mancano delle «voci dall’interno», autorevoli e credibili. Abbiamo un’idea vaga e forse sbagliata sullo stato dell’opinione pubblica in Russia. Di conseguenza, troppo spesso abbiamo inseguito piste improbabili, magari scambiando i nostri desideri per realtà. Con qualche imbarazzo, dovremmo ricordare quante volte i media occidentali diedero Putin per malato terminale, moribondo. Oppure con quanta fretta venne decretato il successo della Divisione Wagner nella sua breve rivolta e «marcia su Mosca» (presto abortita). Su un altro fronte, in Occidente si è spesso sopravvalutata l’efficacia delle sanzioni, sono circolate analisi rassicuranti (per noi) su un’economia russa allo stremo, su un Putin con l’acqua alla gola, bisognoso di far cessare le sanzioni. O su improbabili mediazioni cinesi che lo avrebbero indotto alla ragione. L’elenco degli errori occidentali è sterminato e dovrebbe consigliarci umiltà.
A viziare le nostre analisi, diagnosi, previsioni, contribuisce un altro fattore: siccome esistono in Occidente partiti e correnti d’opinione «filo-putiniani», la nostra simpatia o avversione nei confronti di queste forze può influenzare anche i giudizi che diamo su Putin stesso. L’inquinamento politico dei giudizi si verificò al massimo livello qui in America, quando i democratici e una parte dei media inseguirono il cosiddetto Russia-gate: il teorema secondo cui Putin aveva favorito la prima elezione di Trump nel 2016 in base a un patto scellerato di collusione col candidato repubblicano. Era una montatura, le «prove» di quel complotto erano state fabbricate nel quartier generale di Hillary Clinton; ma sfociò in un tentativo di impeachment. Da allora è diventato difficile trovare delle analisi su Putin che non siano viziate anche dall’atteggiamento che gli autori hanno su Trump.
Ho fatto questa lunga digressione per mettere in guardia i lettori: prima di abbracciare una nuova teoria su Putin, è meglio sapere da dove viene, mantenere vigilanza e spirito critico. Mikhail Zygar mi sembra una voce interessante. Fino a pochi anni fa esercitava il suo mestiere di giornalista investigativo in Russia. Ha dovuto rassegnarsi all’esilio solo quando l’atmosfera era diventata irrespirabile, e pericolosa. Mantiene buone fonti interne, credo, e continua ad attingere alle sue «gole profonde» in Russia. La sua newsletter l’ha intitolata L’Ultimo Pioniere per ragioni autobiografiche: fece in tempo ad essere uno degli ultimi iscritti all’associazione dei Pionieri del partito comunista dell’Unione sovietica, che lui paragona ai boyscout, ma che noi italiani forse accosteremmo ai Balilla dell’era fascista.
In una sintesi delle sue analisi, che appare sul New York Times, Zygar spiega perché Putin non vuole una vera tregua, tantomeno una pace durevole. Secondo lui l’economia di guerra, cioè la riorganizzazione delle attività produttive, del mondo del lavoro, per convogliare risorse ed energie verso il settore bellico, sta generando dei benefici. Equivale a una politica keynesiana di «spesa pubblica in deficit» che sostiene la crescita della nazione.



Diffonde ricchezza in alcune regioni che erano rimaste sottosviluppate. Infine consente a Putin un ulteriore rafforzamento del suo controllo sui centri del potere economico e sulla società civile. Anche le correnti di dissenso interne, le fazioni rivali nel suo regime, sono silenziate e costrette alla disciplina patriottica finché la guerra dura. Una economia di guerra ha molti difetti, la sua crescita può essere «drogata» e squilibrata, ma di sicuro lo Stato ne viene esaltato per la sua centralità. Zygar aggiunge i pericoli dello scenario opposto. Una tregua durevole, o addirittura una pace, farebbe tornare dal fronte una massa sterminata di riservisti (circa un milione), con il loro potenziale destabilizzante: non è detto che Putin sia capace di dargli lavoro subito, e chi ha combattuto al fronte in un contesto di pesanti perdite umane può essere portatore di un risentimento feroce. Insomma, secondo l’autore «Putin ha finito per amare questa guerra, non può più farne a meno».
Se questa tesi si rivelasse fondata – e sottolineo il condizionale – allora le delusioni per Trump sarebbero appena iniziate. Putin prolungherà il negoziato all’infinito, insistendo su richieste massimaliste. Disarmo e neutralità dell’Ucraina. Rifiuto di qualsiasi forza militare straniera d’interposizione o peace-keeping. Concessioni territoriali «definitive», riconosciute dalla comunità internazionale, e forse anche al di là dei territori già occupati dall’esercito russo con la sua aggressione criminale. In questo gioco al rialzo Putin potrebbe rilanciare anche un tema che iniziò ad agitare dal 2007: un pieno recupero della sfera d’influenza di Mosca nell’Europa centro-orientale, con il ritiro dei soldati Usa entro i vecchi confini della Nato pre-1990. Questo significherebbe sguarnire Polonia e Paesi Baltici, fra l’altro. Se alcune di queste richieste risulteranno inaccettabili perfino per Trump, amen. Nell’ipotesi che Putin si sia affezionato alla guerra, non ha fretta di venire incontro a Trump. A meno che sia Trump a concedergli tutto: una vittoria così completa da farlo passare alla storia come il restauratore di un impero.


