È morto Gianni Vattimo, il filosofo aveva 87 anni

IL MONDO DELLA CULTURA PIANGE GIANNI VATTIMO: IL FILOSOFO AVEVA 87 ANNI ED E’ MORTO A TORINO. HA PASSATO LE ULTIME ORE RICOVERATO IN OSPEDALE – SVILUPPO’ LA TEORIA DEL “PENSIERO DEBOLE”, E’ STATO EUROPARLAMENTARE,  SI CONSIDERAVA AL TEMPO STESSO COMUNISTA E CRISTIANO, E RIVENDICO’ CON ORGOGLIO LA SUA OMOSESSUALITÀ (IL SUO OUTING LO DEFINÌ “TARDIVO E INVOLONTARIO”) – IL RAPPORTO “D’AMORE” CON SIMONE CAMINADA, CONDANNATO A 2 ANNI DI RECLUSIONE PER CIRCONVENZIONE D’INCAPACE PER ESSERSI APPROFITTATO DI VATTIMO FACENDOSI NOMINARE SUO EREDE – “IO VITTIMA DI CIRCONVENZIONE? NO, MI SONO GODUTO LA VITA”

È morto Gianni Vattimo, il filosofo aveva 87 anni

di Antonio Carioti

È morto martedì sera all’ospedale di Rivoli (Torino) il filosofo Gianni Vattimo. Aveva 87 anni. Lo studioso ha trascorso gli ultimi giorni ricoverato nel reparto di nefrologia, dopo che le sue condizioni di salute si erano aggravate. La notizia della morte è stata data da Simone Caminada, 38 anni, suo assistente e compagno per 14 anni.

Si considerava al tempo stesso comunista e cristiano (anzi: proprio cattolico), ma era il pensatore antidogmatico per eccellenza, l’avversario convinto della pretesa di descrivere per via filosofica, o anche scientifica, l’ordine autentico della realtà. A Gianni Vattimomorto martedì 19 settembre all’età di 87 anni, va riconosciuta la coerenza nel criticare ogni costruzione metafisica, che si esprimeva nella posizione comunemente conosciuta come «pensiero debole», dal titolo di una famosa raccolta di saggi da lui curata con Pier Aldo Rovatti nel 1983.

Al filosofo torinese va reso inoltre il merito di aver cercato sempre di rendere la sua raffinata elaborazione teorica accessibile al pubblico mediamente colto. Aveva una scrittura limpida, per quanto suggestiva, di cui è un esempio formidabile l’autobiografia a quattro mani Non Essere Dio, scritta con Piergiorgio Paterlini (Aliberti, 2006). E si mostrava sempre disponibile a dialogare e a partecipare nelle più diverse iniziative. Anche nell’arena politica non aveva esitato a farsi avanti: era stato a lungo parlamentare europeo, sempre nell’ambito della sinistra, ma in collocazioni via via mutevoli.

Nato il 4 gennaio 1936, Vattimo era figlio di un carabiniere calabrese di stanza a Torino, che era morto di polmonite quando il piccolo Gianni aveva appena sedici mesi. Cresciuto in condizioni disagiate, aveva sempre rivendicato le sue origini proletarie: oltre alla scuola, frequentata sempre con ottimo profitto, alla sua formazione aveva contribuito l’ambiente dell’oratorio, dove si era presto messo in luce. Appena diciottenne era divenuto delegato diocesano degli studenti dell’Azione cattolica, dalla quale però era stato presto espulso per le sue posizioni critiche verso l’autorità ecclesiastica. Ricordava però sempre con caloroso affetto il suo maestro, monsignor Pietro Caramello, un pensatore cattolico dalle idee assai conservatrici, legato all’eredità di Tommaso d’Aquino.

Nel 1955 il futuro filosofo era entrato alla Rai insieme agli amici Furio Colombo e Umberto Eco, ma l’aveva lasciata dopo un paio d’anni. La sua vera strada era quella universitaria, sotto la guida di un altro importante maestro e amico, Luigi Pareyson. Vattimo si era laureato nel 1959 con una tesi su Aristotele e nel 1964, a soli ventotto anni, aveva intrapreso l’insegnamento come incaricato di Estetica. L’anno prima era uscito il suo libro Essere, storia e linguaggio in Heidegger (Marietti, 1963), che già indicava una linea di ricerca dai tratti originali.

Lo stesso Martin Heidegger e Friedrich Nietzsche, al quale avrebbe dedicato nel 1974 il fondamentale saggio Il soggetto e la maschera (Bompiani), erano già allora i punti di riferimento basilari del pensiero di Vattimo. Un’autentica illuminazione era stata per lui un’immagine coniata dall’autore di Così parlò Zarathustra per cui «l’uomo moderno si aggira nel giardino della storia come in un deposito di maschere teatrali prendendo questa e quella». Da Heidegger, di cui forse sottovalutava gli aspetti più inquietanti, aveva mutuato la polemica contro la tradizione teoretica «che crede di poter afferrare un fondamento ultimo della realtà nella forma di una struttura oggettiva collocata fuori dal tempo e dalla storia».

Qui si possono individuare le basi dell’impostazione che avrebbe reso Vattimo un punto di riferimento anche a livello internazionale. L’introduzione alla raccolta di saggi Il pensiero debole (Feltrinelli), firmata con Rovatti, è un’acuta critica alla ricerca dell’«Essere originario, vero», in cui ad avviso degli autori ancora si attardava gran parte dell’accademia italiana, in alternativa alla quale proponevano invece «una via per incontrare di nuovo l’Essere come traccia, ricordo, un essere consumato e indebolito, per questo soltanto degno di attenzione».

Era un’impostazione che non mancava di forti ricadute sul terreno della vita pubblica, sorretta dall’«idea — avrebbe scritto molti anni dopo Vattimo — di utilizzare l’alleggerimento dei rapporti sociali, prodotto dalla tecnologia, fino a realizzare una forma di liberazione». Era l’annuncio dell’epoca postmoderna, una visione iconoclasta che all’intento di fondare i saperi, proprio della filosofia occidentale, sostituiva il proposito di esautorarli, nella convinzione che l’Essere può essere pensato solo in forma plurale e contingente. Vattimo non negava il reale, come alcuni lo accusavano di fare, ma riteneva che fosse possibile coglierlo solo all’interno di determinati paradigmi, senza alcuna ambizione di piena e assoluta razionalità.

Preside della facoltà di Filosofia di Torino negli anni Settanta, firma della «Stampa», personaggio pubblico di rilievo, Vattimo non nascondeva la sua omosessualità. La vita privata gli aveva riservato esperienze assai dolorose, delle quali parlava e scriveva apertamente. L’Aids gli aveva portato via nel 1992 il suo compagno Gianpiero Cavaglià, assistito amorevolmente fino all’ultimo. E poi un altro, Sergio Mamino, era stato colpito da un tumore ed era morto su un volo transoceanico dall’America all’Europa nel 2003, quando aveva già optato per l’eutanasia all’estero. Da ultimo era nato un caso giudiziario circa il suo rapporto con il compagno e assistente Simone Caminada, condannato a due anni di carcere per circonvenzione d’incapace nei riguardi del filosofo.

Negli anni Novanta si era intensificato l’impegno pubblico di Vattimo, sfociato nell’elezione al Parlamento europeo per due legislature, prima nei Democratici di sinistra nel 1999 e poi con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro nel 2009. In seguito le sue posizioni erano andate radicalizzandosi e alcune sue sortite, per esempio contro Israele o a favore del populismo venezuelano di Hugo Chávez, avevano sollevato parecchio clamore.

Si proclamava comunista, ma non in senso veteromarxista, anche se riteneva che ci fossero vari aspetti dell’opera di Karl Marx da recuperare. Più che altro intendeva manifestare così il suo rifiuto dell’ordine esistente. Non coltivava tuttavia una visione catastrofista della «tarda modernità»: era convinto che contenesse una dose insopportabile di barbarie, ma anche potenzialità emancipatrici di straordinario rilievo. Il futuro, diceva, «sarà socialista o non sarà». Si richiamava, per alimentare il suo cauto ottimismo, a un verso del poeta romantico tedesco Friedrich Hölderlin, spesso citato da Heidegger, per cui dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva.

E per Vattimo una fonte di salvezza rimaneva la fede religiosa, alla quale si era da lungo tempo riavvicinato, forse senza mai distaccarsene davvero. Reinterpretando a suo modo il paradigma del capro espiatorio di René Girard, vedeva in Gesù «il primo grande desacralizzatore delle religioni naturali», colui che aveva smentito lo schema di un rapporto autoritario tra l’uomo e il trascendente, rivelando che «Dio ci chiama amici».

Perciò la secolarizzazione profonda del mondo occidentale gli appariva una grande «eredità del cristianesimo». Anzi era convinto che il nichilismo postmoderno del pensiero debole fosse l’unica filosofia cristiana plausibile del nostro tempo. E nel pontificato di Papa Francesco Vattimo aveva ravvisato un segnale consolante di speranza.

È morto Gianni Vattimo: il filosofo del “pensiero debole” aveva 87 anni

di Roberta Damiata

Era un grande pensatore antidogmatico anche se nella vita si considerava allo stesso tempo comunista e cattolico. A Gianni Vattimo, morto martedì 19 settembre all’età di 87 anni, va riconosciuta la grande coerenza nel criticare ogni costruzione metafisica, conosciuta comunemente come “pensiero debole”, dal titolo di una famosa raccolta di saggi da lui curata con Pier Aldo Rovatti nel 1983. Era ricoverato all’ospedale di Rivoli in provincia di Torino. A dare l’annuncio è stato il compagno degli ultimi anni di vita Simone Caminada, che pochi giorni fa aveva comunicato il peggiorare delle stato di salute del filoso.

Era considerato tra i più noti filosofi italiani e tra i massimi esponenti della filosofia ermeneutica (ovvero: “l’arte della spiegazione, del chiarimento, della traduzione”. L’ermeneutica è il sistema che analizza testi letterari, pedagogici, giuridici, storici e ne fornisce il significato, nel senso più profondo, ndr) a livello mondiale. I suoi testi sono stati tradotti in varie lingue, studioso e originale prosecutore del pensiero di Martin Heidegger, Vattimo ha teorizzato l’abbandono delle pretese di fondazione della metafisica e la relativizzazione di ogni prospettiva filosofica, diventando così il maestro del “pensiero debole” a livello internazionale.

La carriera iniziata in Rai

Nato a Torino il 4 gennaio 1936, come Gianteresio detto Gianni, Vattimo era figlio di un carabiniere calabrese di stanza a Torino, che era morto di polmonite quando era piccolo. Cresciuto in condizioni disagiate, aveva sempre rivendicato le sue origini proletarie. Oltre alla scuola, frequentata sempre con ottimo profitto, diventò un giovane militante nell’Azione Cattolica dove si era subito messo in luce. Appena diciottenne era divenuto delegato diocesano degli studenti dell’Azione cattolica, dalla quale però era stato presto espulso per le sue posizioni critiche verso l’autorità ecclesiastica, ma l’ambiente dell’oratorio aveva comunque contribuito alla sua formazione.

È stato allievo di Luigi Pareyson, assieme a Umberto Eco con cui ha condiviso amicizia e interessi, laureandosi in filosofia nel 1959 all’Università di Torino. Proprio insieme a Eco fu anche tra i pionieri della televisione italiana: nel 1954 insieme parteciparono e vinsero un concorso della Rai per l’assunzione di nuovi funzionari. Rimase in Rai solo per pochi anni, dando invece seguito al sui istinto per specializzarsi negli anni Sessanta all’Università di Heidelberg con Hans Georg Gadamer e Karl Löwith. Nel 1964 divenne docente nell’Università di Torino, prima come professore di estetica, poi (dal 1982) come professore di filosofia teoretica (come materia di studio accademico, tratta i problemi generali concernenti la conoscenza nei suoi aspetti fondamentali e avanza una ricerca metodologica e teorie generali, simili ma non coincidenti a quelle della metafisica ossia della realtà nella sua interezza, ndr).

Nel 1963 era uscito il suo libro Essere, storia e linguaggio in Heidegger (Marietti, 1963), che già indicava una linea di ricerca dai tratti originali. Studioso della filosofia ermeneutica contemporanea, ne ha indagato i presupposti storici e sviluppato le implicazioni teoretiche, dedicando le proprie ricerche a Friedrich SchleiermacherFriedrich NietzscheMartin Heidegger e Gadamer, del quale ha curato l’edizione italiana di Verità e metodo (1972).

Il pensiero e le sue passioni che lo hanno portato lontano

Vattimo è stato anche un visiting professor negli Stati Uniti, oltre a tenere seminari in diversi atenei nel mondo dove agli studenti spiegava il suo pensiero critico. È stato inoltre direttore della Rivista di Estetica, membro di comitati scientifici di varie riviste italiane e straniere, socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L’Espresso. Ha ricevuto lauree honoris causa dalle Università di La Plata, Palermo, Madrid e dalla Universidad Nacional Mayor de San Marcos di Lima.

Una vita piena di dolori e addii

Il filosofo non aveva mai nascosto la sua omosessualità e nella sua vita privata aveva avuto grandi dolori. Nel 1992 era morto di Aids il suo compagno Gianpiero Cavaglià, che aveva assistito amorevolmente fino all’ultimo. Anche l’altro compagno Sergio Mamino, era stato colpito da un tumore ed era morto su un volo transoceanico dall’America all’Europa nel 2003, quando aveva già deciso per l’eutanasia all’estero. Anche con l’ultimo Simone Caminada, si era creata una vicenda giudiziaria, quando venne accusato dai magistrati di circonvenzione d’incapace nei riguardi del filosofo, fatto questo che lo aveva profondamente addolorato.

La sua eredità in tanti libri

Numerosi sono gli scritti del filosofo a iniziare da: Essere, storia e linguaggio in Heidegger (Edizioni di Filosofia, 1963); Poesia e ontologia (Mursia, 1967); Schleiermacher filosofo dell’interpretazione (Mursia, 1968); Il soggetto e la maschera. Nietzsche e il problema della liberazione (Bompiani, 1974); Le avventure della differenza. Che cosa significa pensare dopo Nietzsche e Heidegger (Garzanti, 1980); Al di là del soggetto (Feltrinelli, 1981); Il pensiero debole (raccolta di saggi curata in collaborazione con Pier Aldo Rovatti, Feltrinelli, 1983); La fine della modernità. Nichilismo ed ermeneutica nella cultura post-moderna (1989); Etica dell’interpretazione (Rosenberg & Sellier, 1989); Oltre l’interpretazione (Laterza, 1994); Credere di credere (Garzanti, 1996); Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000 (Garzanti, 2001); Tecnica ed esistenza. Una mappa filosofica del Novecento (Bruno Mondadori, 2002); Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso (Garzanti, 2002); Della realtà (Garzanti, 2012). Di recente sono apparsi i volumi Essere e dintorni (La Nave di Teseo, 2018) e Scritti filosofici e politici (La Nave di Teseo, 2021).

Gianni Vattimo è morto: il filosofo aveva 87 anni

di Sarah Martinenghi

È morto nella serata di martedì a Torino il filosofo Gianni Vattimo. A dare la notizia a Repubblica è stato Simone Caminada, compagno del filosofo negli ultimi anni di vita. Aveva 87 anni. Ha passato le ultime ore ricoverato in ospedale a Rivoli.

La lunga carriera accademica

Vattimo, nato il 4 gennaio 1936, è stato un influente filosofo e politico italiano nato a Torino. Professore all’Università degli studi di Torino, il suo lavoro è conosciuto a livello internazionale per aver sviluppato il concetto di “pensiero debole”, una critica alla metafisica tradizionale. Fortemente influenzato da Nietzsche, Heidegger e Gadamer, ha reinterpretato la postmodernità come una “liberazione” dalla metafisica totalizzante. Oltre alla sua carriera accademica, Vattimo è stato membro del Parlamento europeo, contribuendo attivamente alla politica italiana e europea.

Le principali opere di Vattimo

L’autore ha segnato la scena filosofica con una serie di opere importanti. “La fine della modernità”, pubblicata nel 1985, esamina il superamento della razionalità moderna e l’emergere della postmodernità. Insieme a Pier Aldo Rovatti, nel 1983, ha presentato “Il pensiero debole”, un’opera che introduce il concetto omonimo come critica alle fondamenta metafisiche. Questa idea viene ulteriormente esplorata in “Oltre l’interpretazione”, dove Vattimo si concentra sul ruolo centrale dell’interpretazione nella filosofia contemporanea. Tuttavia, non ha trascurato temi come religione e fede, come dimostra in “Credere di credere”, dove propone un “cristianesimo debole” per l’epoca postmoderna. “Dopo la cristianità”, invece, approfondisce il rapporto tra postmodernità e religione, evidenziando le trasformazioni della fede nel contesto attuale.

L’outing del 1975

Vattimo raccontò proprio in un’intervista a Repubblica nel 2016 il proprio outing, che definì “tardivo e involontario. Era il 1975 – aveva detto Vattimo –,  avevo 39 anni, stavo da tempo con Gianpiero. Una mattina all’Università scoprii dai quotidiani di essere candidato nelle liste del Fuori, il movimento di Angelo Pezzana. Un colpo. Sì, certo, fino a quel momento non avevo nascosto niente, ma la pubblicizzazione sul giornale mi fece un certo effetto. Ebbi paura anche delle ripercussioni sul piano accademico. E pregai mia sorella di nascondere i quotidiani a mia madre”.