Gaia Trussardi: «Con papà e Francesco sono morta anch’io. Sono arrivata ad affamarmi: ora so che tutto si trasforma»
“Cara morte, amica mia”, suo debutto letterario, ripercorre gli anni segnati da una sofferenza «insopportabile, non gestibile, che rischia di far impazzire». Un lungo percorso, il corpo che dimagrisce, «inconsciamente mi sono affamata». Poi, una notte, all’Isola d’Elba, «mi sono scoperta libera»
Manuela Porta
Gaia Trussardi, 46 anni, figlia di Nicola Trussardi, mancato in un incidente d’auto nel 1999, ha scritto Cara morte, amica mia (Francesco Brioschi editore), sua prima esperienza letteraria, in cui parla della morte, quell’ombra nera che può diventare un’amica, un aiuto ad accettare una fase inevitabile dell’esistenza e a guardare la vita da una angolazione diversa.
«Sei arrivata in picchiata a svegliarmi una mattina senza nessun preavviso», scrive. «Hai interrotto il mio sonno proprio in quella delicata fase in cui le porte dell’inconscio sono spalancate. Dove tutto è visibile e possibile, non ci sono limiti. Soprattutto non ci sei tu, o meglio, ci sei, ma la consapevolezza di te è integrata in quel mondo onirico dove un io lontano, ma presente, sa che nulla è reale e che quando vorrà potrà decidere di svegliarsi».
Gaia Trussardi, parla della morte e del dolore seguiti a due gravi perdite famigliari — dopo il padre, anche il fratello Francesco muore in un incidente d’auto nel gennaio 2003 — in una lettera coraggiosa in cui si scende negli abissi per poi risalire, attraverso ricordi di lunghe estati e momenti familiari gioiosi.



Cara morte amica mia, sorella siamese, perché amica?
«Diciamo che questo incipit è arrivato spontaneamente, una realtà che ci aveva travolti, che era lì, accanto. Davanti al lutto, che diventa un abisso, le persone hanno paura: ecco che si crea una distanza incolmabile di non detti, vuoti emotivi e si cade nella solitudine. In Inghilterra si usa dire hang in there, stacci dentro, io il valore di queste parole l’ho capito dopo anni. Questa saggezza britannica esprime il concetto che non c’è altro modo di affrontare la sofferenza se non vivendola. Nella nostra società, nella nostra cultura, invece, il dolore e la morte restano un qualcosa da evitare, quando è proprio il non averne consapevolezza che ci impedisce di farci aiutare. La reazione alla sofferenza è poi data anche dalla nostra personale storia: come si è nati e cresciuti».
Ognuno di noi, quindi, ha una propria modalità, ma anche un proprio tempo di risveglio?
«Sì e credo che il risveglio arrivi per tutti, prima o poi, ma ognuno di noi deve seguire un momento di integrazione e convivenza con le emozioni forti».
Come è nata l’idea di scrivere questo libro, una sorta di passaggio catartico?
«È stata una mia amica a spingermi a farlo. L’ho iniziato durante la pandemia, in un momento, quindi, pieno di interrogativi. È nato come dialogo tra me e me, per poi diventare un messaggio in espansione, di trasformazione, così come la Gaia scrittrice si trasformava a mano a mano strutturando la propria creatività attraverso il metodo. Il mio timore era di apparire come un’egocentrica dal nome celebre che volesse parlare di sé. Questo libro, al contrario, è nato proprio dal mio desiderio di condividere il mio risveglio e dal mio forte bisogno di trasmettere un messaggio: è inutile cercare di scappare, di scacciare la morte, come la nostra cultura tende a fare. Prima riusciamo a capire che la morte fa parte del naturale decoroso della vita, prima arriviamo alla realizzazione che va coltivata quotidianamente. La nostra visione antropocentrica che tutto inizi e finisca dentro di noi non ci aiuta ad integrare questo concetto di infinito, non ci è dato sapere cosa sarà il dopo».



Una porta aperta verso la spiritualità?
«Sì, credo che la spiritualità vada riscoperta. Senza, navighiamo nel caos. Non ho scritto questo libro per suscitare ammirazione, approvazione, ma proprio nella speranza che ci si possa aprire sempre più alla sfera spirituale sotto varie forme, quelle giuste per noi. Ho desiderato che le mie parole potessero diventare un’ancora, un ponte di comunicazione verso gli altri, come se fosse arrivato finalmente il momento di aprire le porte verso la libertà di affrontare certi discorsi. Noi siamo anche quello: coltiviamo una nuova spiritualità che oggi è composta da tante discipline insieme, non solo secondo il pensiero occidentale, ma un mix di intelligenza e consapevolezza. Coltivare la spiritualità è una forma per prendersi cura di sé stessi e di conseguenza degli altri, comprendere che siamo una comunità senza stare solo su quell’individualismo che ci fa ammalare».
I suoi figli hanno letto il libro?
«Non ancora, spero lo faranno. Del tema abbiamo parlato tanto insieme, ho sempre raccontato loro di quanto pensassi mio padre fosse speciale. Mi sono sempre messa a nudo a differenza di quanto facessero i nostri genitori. I miei, come tanti altri, non esprimevano le loro emozioni. Io, come madre, invece ho cercato di non nascondermi mai nell’esprimere il mio sentire, per arrivare a un rapporto di condivisione degli aspetti emotivi, quindi anche delle paure».





