«Dylan? Non lo sento più da anni, ma nel film Chalamet è troppo “pulito”»

Joan Baez ha presentato il suo libro alla Milanesiana di Elisabetta Sgarbi

Matteo Cruccu

«Ancora di lui devo parlare? Ma se non lo sento da un sacco di anni» scherza ma non troppo Joan Baez, eterna icona della musica di protesta americana. Condannata da una vita a dover dire la sua su Bob Dylan, con cui formò un binomio ancor oggi inscindibile nella mente di tutti. Anche se i due si sono lasciati (male) 60 anni fa e non suonano più insieme da 40. Joan, a differenza del suo fu sodale che non si ferma mai, ha anche smesso di regalarci la sua voce celestiale, se non in occasioni sporadiche: «Mi stanca troppo la vita da tour, il bus, gli spostamenti, la fatica» racconta a 84 anni compiuti, sempre splendida e lucida.

E infatti è a Milano per presentare il suo nuovo libro alla Milanesiana (ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi), una autobiografia per «poesie», pubblicato per la Nave di Teseo: «Quando vedi mia madre, chiedile di ballare». E, nel libro, Bob di sfuggita in realtà appare quando Joan si chiede perché non esistano più autori: «Effettivamente mancano gli inni in questa stagione della musica: c’è stato un eccesso di talento nella mia epoca, ma non vedo Imagine, Blowin’ in the Wind o We Shall Overcome».

Quel che ha visto Joan è invece «A Complete Unknown», l’ormai celebre biopic su Dylan con Timothée Chalamet. Non ne ha parlato con Bob, ma con Monica Barbaro che l’ha interpretata: «Ha fatto un buon lavoro: il film mi è piaciuto comunque, a differenza di alcuni amici che non gradivano la mancata corrispondenza con la realtà. Ma è un film, appunto». E ride fragorosamente: «L’unico appunto su Chalamet-Dylan è che è troppo pulito…». C’è poi una poesia per Hendrix, con cui condivise il palco a Woodstock: un «vulcano» lo definisce: «Sì, la sua esibizione alle sei di mattina sulle note di The Star-Spangled Banner ebbe l’effetto di un’esplosione».

Joan si fa quindi più seria: il libro è stato anche una forma di terapia: «Ho a lungo sofferto di un disturbo della personalità, perché da bimba ho subito degli abusi sessuali che poi ho rimosso e che mi hanno provocato ansie e fobie». E poi invece più affettuosa: negli anni ’60 ebbe una storia con il nostro Furio Colombo, diventato poi amico di una vita e scomparso a gennaio. E decisivo in tutti i segmenti «italiani» della Baez: «Fu lui infatti a suggerirmi di cantare “C’era un ragazzo che come me…”: era perfettamente nello spirito del tempo. E fu lui a “costringermi” a collaborare con Morricone per “Sacco e Vanzetti”, un vero gentiluomo. Mi canticchiò l’adagio di Here’s to You e scrissi le parole. L’ultima volta che l’ho sentito mi ha detto “Sono nato col fascismo, morirò col fascismo”».

Joan è di nuovo rabbuiata: «Sono molto preoccupata per il ritorno di Trump: ogni giorno succede una cosa più brutta di quello precedente, uno scenario orribile dove è stata vietata la parola “empatia”». E se ieri cantava per il Vietnam, oggi ci sono Gaza e l’Ucraina: «Due guerre tecnicamente diverse, ma alla fine la storia è sempre la stessa: il grande che soffoca il piccolo. Ho dipinto un quadro di Zelensky che ho appeso in casa vicino a quello di Martin Luther King». Ma, almeno, una simbolica soddisfazione se l’è tolta contro il sodale principe di Donald, Elon Musk: «Avevo comprato una Tesla, l’ho distrutta contro un albero dopo pochi minuti. Si vede che è stato un segnale divino…».