Due idee (opposte) d’Europa

ANGELO PANEBIANCO

Difesa europea: idee diverse sul futuro dell’Unione e sulla pace da costruire anche senza gli Usa

Non è l’impegno ad aumentare le spese militari al 5 per cento entro il 2035 il risultato importante del vertice Nato. Da qui al 2035 può accadere di tutto. E anche a lasciare da parte le immani difficoltà che incontrerebbero molti Stati europei se volessero rispettare la scadenza, è un fatto che probabilmente nessuno fra i governanti europei di oggi sarà ancora in un posto di comando per quella data. Il risultato che conta è un altro.
Conta la presa d’atto degli europei che il sogno di pace perpetua che avevano coltivato dopo la fine della Guerra fredda si è infranto e che i rapporti fra Stati Uniti e Europa non saranno più quelli che sono stati dalla nascita della Nato fino a tempi recenti. D’ora in poi, gli europei dovranno lavorare per costruire autonomamente ciò che al momento non c’è: la difesa dell’Europa. Unico modo per garantirsi sicurezza, indipendenza e libertà. Ma ci sono tanti ostacoli.

L’esperienza storica mostra che le minacce di un potenziale nemico possono avere l’uno o l’altro di due effetti sul comportamento di un gruppo di Stati. O li incentiva a fare fronte comune contro la minaccia oppure li mette l’uno contro l’altro, li spinge a cercare individualmente la salvezza, e azzera anche quel tanto di integrazione che c’era fra loro. C’è chi prevede che il venir meno della protezione americana, la minaccia russa, le conseguenze del disordine medio-orientale genereranno, in capo a pochi anni, potenti spinte centrifughe in Europa. E anche la fine di ciò che è stato fin qui realizzato in tema di integrazione europea. E c’è chi, al contrario, prevede una maggiore integrazione a sua volta trainata dall’investimento (economico, politico, culturale) nella difesa dell’Europa. Esaminiamo gli argomenti degli uni e degli altri.

La prima ragione che accampano coloro che prevedono per l’Europa un futuro di disgregazione è questa: dalla fine della Seconda guerra mondiale i Paesi europei, reduci da secoli di guerre e rivalità inter-europee, hanno cooperato fra loro solo perché inseriti in una alleanza egemonizzata dagli Stati Uniti. La cooperazione fra gli europei nella Nato, e lo stesso processo di integrazione europea, sono stati resi possibili dall’esistenza di un collante che li teneva insieme: la leadership e la protezione americane. Ma se il collante viene meno, se la leadership americana svanisce (e sta svanendo), le antiche rivalità torneranno a manifestarsi. Non che questo possa significare guerre fra gli europei ma una minore propensione alla cooperazione reciproca sì.
La storia pesa, le antiche rivalità possono esasperare ciò che viene definito «dilemma dell’azione collettiva»: la tendenza dell’uno o dell’altro membro di un gruppo a comportarsi opportunisticamente, badando al proprio interesse a breve termine assai più che a quello, di lungo termine, del gruppo. Facendo così fallire lo scopo collettivo del gruppo(in questo caso, la creazione di un sistema di difesa europea). D’altra parte, è proprio ciò che già oggi vediamo: i Paesi europei più vicini alla Russia e che la temono hanno priorità diverse da quelle dei Paesi più lontani(come la Spagna)che non avvertono lo stesso senso di minaccia. Come superare il dilemma dell’azione collettiva nel momento in cui non c’è più la leadership americana a tenere a bada le tentazioni opportunistiche? La Germania si è impegnata a diventare rapidamente una solida potenza militare. Ma se ne servirà per concorrere alla difesa europea o solo per garantire la propria sicurezza e gli altri si arrangino?

La seconda ragione che accampano gli scettici sul futuro della difesa europea chiama in causa la demografia. Società che invecchiano non hanno più la vitalità, la spinta che è richiesta per ridefinire priorità e obiettivi. Per cambiare abitudini e stili di vita. Le difficoltà sono ben rappresentate dalla presenza sulla scena pubblica di tre diversi tipi umani, ciascuno dei quali chiede ai cittadini di rifiutare un impegno a favore della difesa dell’Europa. Possiamo definirli «l’amico del giaguaro», «l’europeista della domenica», il «sonnambulo». L’amico del giaguaro è il sodale del potenziale nemico, il putinian-pacifista. È presente in tutti i Paesi europei. Ha un discreto seguito. In alcuni casi, anche un grande seguito. Il secondo tipo umano è l’europeista della domenica. È quello che «nessuno è più europeista di me». In Italia cita con sussiego il Manifesto di Ventotene. Ma non vuole sentire parlare di armi e difesa. Se non che, gli estensori di quel Manifesto non erano degli sprovveduti. I tempi in cui vissero non lo avrebbero consentito. Era per loro chiaro che senza potenza militare non si va da nessuna parte e che se vuoi la pace devi far sapere a chi ti minaccia con un bastone che possiedi un bastone grosso come il suo. L’europeista della domenica dice che il riarmo gli sta bene solo se si costruisce, qui e ora, l’esercito europeo. Ma poiché l’esercito europeo è al momento irrealizzabile, poiché la difesa dell’Europa richiede che si crei la gamba europea della Nato, l’europeista della domenica è di fatto contrario alla suddetta difesa. Il suo europeismo è un bluff. Il terzo tipo umano è il sonnambulo. Capita di sentire esperti che, con piglio ragionieristico, si lanciano in calcoli complicati su quanto costeranno ai cittadini i futuri investimenti nella difesa. Lamentando poi quante meno risorse saranno così disponibili per sanità, pensioni, scuola e altro. Nessun accenno al fatto che il vento è cambiato e che gli antichi equilibri si sono spezzati.

Ma anche gli ottimisti sul futuro della difesa europea hanno buoni argomenti. Pensano che paura e istinto di sopravvivenza convinceranno le opinioni pubbliche. Pensano che Germania, Gran Bretagna, Francia e, sperabilmente, Italia, daranno vita a una sorta di «Concerto europeo» in grado di coordinare gli sforzi difensivi. Pensano che Unione europea e Nato saranno costrette a moltiplicare le reciproche sinergie. La storia è imprevedibile ma la diffusa consapevolezza dei problemi da affrontare è già un passo avanti.