I dubbi sullo spostamento e il rischio di un grande bluff
Alessandro D’Amato
Secondo l’amministrazione Usa i camion che trasportano materiale radioattivo sono una bufala. E il programma nucleare sarà fermo per anni. Ma il minerale non si trova.
Dove è finito l’uranio dell’Iran? Che fine hanno fatto gli oltre 40 chili di materiale arricchito al 65% U-235 di Teheran? I seguaci di Ali Khamenei hanno detto di averlo spostato prima dell’attacco degli Stati Uniti al sito di Fordow. Ma secondo l’amministrazione Usa è una bufala. Mentre la Cia sostiene di avere informazioni di intelligence credibili sull’intero programma nucleare civile dell’Iran: è stato severamente danneggiato e gli impianti colpiti sono stati distrutti. Questo porterà a ritardare il programma di anni.
Il rapporto
Donald Trump ha sentito il bisogno di scrivere in maiuscolo che il programma nucleare di Teheran è stato devastato. Le 14 bombe Gbu-57 (bunker-buster) hanno scavato nella montagna atomica di Fordow fino a distruggere l’intero laboratorio, secondo l’amministrazione. Mentre la Cina dice che questo è impossibili perché gli ordigni hanno un raggio d’azione di sessanta metri e Fordow si trovava a novanta. Un rapporto del Pentagono mette in dubbio i risultati del raid. Mentre secondo il New York Times l’Iran potrebbe avere altri siti minori di arricchimento. Nel sito di Natanz, 220 km a sudest di Teheran, il primo a essere colpito da Israele, c’erano circa 10 mila centrifughe, ma sufficienti per un arricchimento al 5%, dunque nei limiti di un programma nucleare civile.
Il programma dell’Iran
Secondo Leavitt quello che si trova sul territorio «è sepolto sotto chilometri e chilometri di macerie a causa del successo degli attacchi di sabato sera». Mentre l’Aiea non ha rilevato cambiamenti nelle radiazioni perché «ha perso visibilità su questo materiale dal momento dell’inizio delle ostilità», ha dichiarato il suo direttore generale, Rafael Grossi, alla televisione francese. Secondo un documento classificato riportato martedì dal media americano Cnn, gli attacchi avrebbero fatto arretrare il programma nucleare di Teheran solo di pochi mesi, senza distruggerlo completamente, contrariamente alle ripetute affermazioni di Trump.
Lo spostamento dell’uranio
A Fordow invece si trovavano le centrifughe che stavano arricchendo l’uranio al 60%. Per una bomba bisogna arrivare al 90%. L’U-235 è un isotopo già presente nell’uranio, ma sotto l’1%. I processi di «arricchimento» aumentano la concentrazione. Nei giorni del bombardamento le foto satellitari avevano mostrato movimenti di camion intorno al sito. E si pensava a spostamenti verso Isfahan. Ma l’uranio non si trasporta con facilità. Per questo ci sono molti dubbi sull’annuncio del governo iraniano riguardo lo spostamento dell’uranio. «Posso dirvi che gli Stati Uniti non hanno avuto alcuna indicazione che l’uranio altamente arricchito sia stato spostato prima degli attacchi, come ho visto anche riportato erroneamente», ha dichiarato a Fox News la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
La conferenza stampa di Heghset
Per oggi 26 giugno è in programma una conferenza stampa di Pete Hegseth, segretario alla difesa. Proprio «per difendere la dignità dei nostri grandi piloti americani», ha spiegato Trump. E per aiutare l’amministrazione nel far passare l’idea che i raid sono stati utili per fermare l’Iran per anni, come ha detto il presidente. Anche se l’uranio non si trova. E tutto potrebbe ricominciare da capo.



I movimenti sospetti dei camion: quali sono i punti certi
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Massimo Sideri
Tra tutte le domande lasciate in campo dalla tregua ce n’è una cruciale, perché da essa dipendono tutte le altre: che fine hanno fatto gli oltre 40o chilogrammi di uranio pericolosamente arricchito al 60% U-235 di Khamenei? Bisogna passare da qui per capire cosa rimane del programma nucleare iraniano dopo le potenti 14 bombe penetranti GBU-57 messe a disposizione dal presidente Usa Donald Trump, capaci di scavare nella cosiddetta «montagna atomica», cioè il sito di Fordow.
La versione degli Usa
Le versioni sono molto distanti: per Trump l’attacco è stato devastante (ha usato come paragone infelice Hiroshima). Per il rapporto, riportato dalla Cnn e anche dal New York Times, della Defence Intelligence Agency Usa, braccio operativo del Pentagono, i siti di arricchimento dell’uranio non sono stati completamente distrutti (inutile dire che questo ha scatenato le ire di Trump e anche degli israeliani). Per i servizi segreti di Netanyahu il «programma» ha subito un «ritardo di anni».
Anche se sempre il New York Times ha riportato che per gli 007 l’Iran potrebbe avere «siti minori di arricchimento». Per alcuni esperti cinesi, infine, l’obiettivo non è stato raggiunto perché le GBU-57 arriverebbero a «60 metri di profondità», laddove il sito di Fordow — quello incriminato perché contiene o conteneva le centrifughe più potenti capaci di arricchire l’uranio al 60% — avrebbe una profondità di circa 90 metri.
La ricostruzione
L’unico esercizio possibile, in assenza di testimoni attendibili e super partes in loco, è ripartire dall’inizio e vedere quali sono i punti certi. L’Iran — non era un mistero — ha tre siti nucleari, che non vanno confusi con centrali nucleari per la produzione di elettricità (altrimenti si sarebbe prodotta una nube atomica piena di radionuclidi come accadde con Chernobyl) e nemmeno con le industrie per l’assemblaggio delle armi. Questo è un punto importante perché lo stesso regime ha sempre giocato anche con gli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica — dove peraltro il numero due, Massimo Aparo, è uno dei massimi esperti di dossier iraniani — proprio su questo punto: le centrifughe servono sia per scopi civili sia per scopi militari. Dipende dalla potenza delle stesse.
Il sito incriminato
Per questo il sito di Fordow è, fra i tre, quello incriminato e preso di mira dai generali. Nel sito di Natanz, 220 km a Sudest di Teheran, il primo a essere colpito da Israele, c’erano circa 10 mila centrifughe, ma sufficienti per un arricchimento al 5%, dunque nei limiti di un programma nucleare civile. E qualunque Paese che ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (Tpn), come l’Iran, ha diritto a un programma di questo genere (in sostanza si accetta che solo i Paesi che già hanno l’atomica la possano mantenere in cambio del diritto a sviluppare centrali). Mentre, appunto, nella montagna atomica di Fordow, circa 100 km a Sudovest di Teheran, si trovavano le centrifughe che stavano arricchendo l’uranio al 60%. Minori in quantità, ma maggiori in potenza. Il grado di arricchimento richiesto da un ordigno è del 90%. «Misure protettive»
L’ambizione del regime iraniano
Per comprendere il processo si deve ricordare che l’U-235 è un isotopo già presente nell’uranio, ma sotto l’1%. I processi di «arricchimento» aumentano la concentrazione.
Sull’ambizione del regime iraniano di arrivare alla bomba atomica non ci sono dubbi. E questo, anche se a singhiozzo, almeno dagli anni Duemila. Le incertezze sono su quale fosse la reale capacità di arrivare a un assemblaggio e alla capacità di lancio. Anche se i prodromi di un vero programma nucleare militare dell’Iran risalgono addirittura agli anni Cinquanta, quando, come era accaduto in Afghanistan, erano stati gli Usa a cercare un alleato contro l’avanzata dell’Urss.
Le foto satellitari
Già nei giorni del bombardamento, le foto satellitari avevano mostrato un movimento di camion intorno al sito. Hanno spostato qualcosa al terzo sito, il più giovane in termini di età, ad Isfahan? Resta sul serio un giallo cosa possano avere portato via: l’uranio non si trasporta certo con facilità. Gli unici a poter dare risposte sono gli ispettori dell’Aiea. Il numero uno Rafael Grossi è atteso dal presidente francese Emmanuel Macron. Grossi ha dichiarato di essere stato informato dall’Iran sulle «misure protettive prese sull’uranio arricchito». E ha aggiunto che «la priorità numero uno è che gli ispettori tornino sui siti nucleari iraniani». Ma è difficile decriptare il misto di linguaggio propagandistico e diplomatico al tempo stesso. Cosa vuole dire «misure protettive»?
Gli specialisti Aiea avalutano i danni
Anche in Ucraina dopo gli attacchi russi erano stati gli specialisti Aiea a valutare i danni sia nel sito di Chernobyl sia nella più grande centrale europea, quella di Zaporizhzhia. Ma certo qui il lavoro non solo è rischioso ma anche più difficile vista la storica reticenza del regime di Khamenei nella collaborazione. Alla nebbia della guerra qui si unisce la nebbia della propaganda. E i detriti.


