«Dopo Putin? Una catastrofe se arrivasse un nuovo zar. I russi sono ormai annientati»

Biologo di 71 anni, Orlov ne ha già trascorsi venti da dissidente e intanto sogna di tornare in Russia

Irene Soave per

 Quando ci incontriamo, a Berlino, l’epoca di Putin ha appena compiuto un quarto di secolo e un giorno: era il 1° gennaio 2000 quando le dimissioni di Eltsin gli consegnarono il potere. Oleg Orlov, biologo, 71 anni, ne aveva già trascorsi venti da dissidente; meglio, da «cittadino che criticava il governo. Finché farlo non è diventato un crimine». Distribuiva volantini contro la guerra in Afghanistan nel 1979; nel 1989 ha contribuito a fondare Memorial, la rete per i diritti umani che nel 2022 ha meritato il Nobel per la pace; è arrivato incensurato fino al 2022, quando un articolo sul «nuovo fascismo russo» gli è valso la condanna a due anni e due mesi. Il 1° agosto 2024 è stato espulso dal carcere (ha rifiutato, come altri prigionieri politici, di chiedere la grazia) e ora non può tornare in Russia, «che è il mio più grande desiderio. Mi manca la neve, le foreste, i miei cari. Ma se rientro mi arrestano, e sarebbe irresponsabile verso i prossimi scambi di prigionieri»

Ce ne saranno?
«È una speranza fondata»

Quanto è cambiato Putin in venticinque anni?
«A me, e a quelli attorno a me, era chiaro da subito che fosse un dittatore. Ma avevamo l’occhio allenato da anni di impegno politico, e stavamo in Russia. Dove i diritti vennero lesi subito; dove subito cominciarono le operazioni imperialiste nel Caucaso. L’Europa ha visto segnali preoccupanti, si è detta “non esageriamo” e ha continuato a comprare il gas».

Ci sono momenti in cui il regime ha cambiato passo?
«Il primo è il discorso di Monaco del 2007, alla conferenza per la sicurezza. C’era già tutto lì. La rabbia per gli Stati Uniti, l’attenzione per l’Ucraina e la Georgia, le armi. Poi nel 2014, l’invasione della Crimea. E le proteste del 2012. Quando riprese la presidenza molta gente scese in piazza. Quel dissenso lo spaventò, e decise di schiacciarlo».

In questi 25 anni come ha visto cambiare i russi?
«Sono annientati. Prima si è fatto largo il sentimento che dal singolo non dipenda nulla, e di qui l’abbandono della politica, il ripiego sul privato. Nel frattempo le elezioni diventano una farsa, la guerra ti porta via parenti e amici, l’economia crolla… e resta la paura. La repressione voi non credo possiate capirla, ma funziona: nessuno fa più politica se il prezzo è così alto. Uomini del governo a livello locale controllano persino le conversazioni: era da Brezhnev che non si stava così».

Molti dei prigionieri russi liberati ad agosto, come lei, vivono in Germania. Siete in contatto?
«Certo. Abbiamo una chat, ci coordiniamo per cortei o campagne. Ci siamo visti spesso. Ci sono i collaboratori della rete di Navalny Liliya Chanysheva, Ksenia Fadeeva, Vadim Astanin, c’è Ilya Yashin che è sempre in viaggio da qualche parte, Andrei Pivovarov, l’artista Sasha Schokilenko, Kevin Lik, che ora va a scuola a Monaco…».

…arrestato a 18 anni.
«Sono felice che ora vada a scuola (gli occhi gli si fanno lucidi, ndr)».

A cosa state lavorando?
«A una serie di misure pratiche che andrebbero prese se Putin morisse. Un’amnistia, una nuova legge elettorale. È fondamentale non essere vaghi, anche perché siamo già sull’orlo di una catastrofe».

Cioè?
«Dopo Putin potrebbe benissimo venire un altro Putin. Qualcuno finora anodino, un senza nome che finora magari ha supportato in silenzio la dittatura e potrebbe salire a galla nel potere magari con l’avallo di altre forze estere, di Paesi che formalmente continueranno a dirsi per la libertà in Russia ma nei fatti saranno contenti di poter riavere il gas a poco, il petrolio a poco, al prezzo irrilevante di qualche dissidente in carcere. L’opposizione potrebbe non farcela nemmeno se Putin muore. E voi, cari compagni occidentali, dovrete vedervela con qualche nuova guerra».

È sempre stato così pessimista al riguardo?
«No, ma in questi mesi è andato tutto in questa direzione. L’elezione di Donald Trump. La politica internazionale che vira a destra. La morte di Navalny. Se fosse stato vivo, lui sì avrebbe potuto federare l’opposizione e guidarla alla vittoria. Anche dall’estero».

La vedova Yulia si è offerta di guidare l’opposizione.
«Oggi non c’è una figura unica in cui l’opposizione russa possa riconoscersi».

La prigione, lo scambio, la nuova vita all’estero. Come ha elaborato questi mesi?
«La prigione è stata umiliante, crudele. Spaventosa. Spesso i prigionieri politici stanno in isolamento, con trattamenti disumani. Ma sono sorpreso di esserne uscito meglio di come io stesso mi aspettassi».

Una giornalista italiana, Cecilia Sala, è in cella d’isolamento in Iran. Che consiglio le darebbe?
«Mi dispiace. È importante non disperare, ricordarsi chi si è e sperare che si verrà liberati. Molti disperano presto. Non aiuta».