“Ritardato solo pochi mesi”
La stima degli 007 Usa smentisce la Casa Bianca. Gli ayatollah escono però indeboliti. I costi dei raid pesano su Netanyahu
Fabio Tonacci
Come sempre, a parole vincono tutti. Ha vinto Netanyahu, che dice di aver raggiunto gli obiettivi. Ha vinto Trump, che afferma di aver annichilito il programma nucleare dei pasdaran («non ricostruiranno mai più i loro siti nucleari») con una missione aerea senza perdite, e di aver poi imposto la tregua ai belligeranti. E ha vinto la Repubblica islamica, dove il Consiglio supremo di sicurezza sostiene di aver «costretto i nemici a rifugiarsi nel cessate il fuoco» e di aver messo in salvo le scorte di uranio. Non è, e non può essere, così.
Il conflitto dei dodici giorni ha provocato 610 morti in Iran e 28 in Israele, il livello di distruzione sofferto dai due Paesi non è neanche paragonabile: dati da cui partire per valutarne l’esito. Il potenziale offensivo iraniano ne esce ridimensionato: per rispondere all’attacco a sorpresa, Teheran ha usato le armi più potenti del proprio arsenale — i missili balistici Qasem, Shekan, Ghadr e Emad — ma il sistema di difesa dello Stato ebraico ha retto, intercettandone più del 90 per cento. Oltrettutto, il cosiddetto anello di fuoco che il regime per anni ha finanziato e armato contro Israele, da Hezbollah agli Houthi, non ha sparato un colpo. L’anello di fuoco si è spento.
«I due pilastri della strategia militare degli ayatollah, le milizie sciite e i missili balistici, che tante risorse hanno drenato basti pensare ai centomila razzi forniti a Hezbollah, sono stati quasi del tutto demoliti», spiega il professor Meir Litvak, orientalista e ricercatore del Centro di studi iraniani all’università di Tel Aviv. «E tuttavia la sconfitta subita dall’Iran non può dirsi totale, non è un ko. I pasdaran hanno ancora l’uranio arricchito e, oggi più di ieri, proveranno a costruire la bomba proprio per recuperare il potere di deterrenza perduto».
Secondo la prima valutazione della Defense Intelligence Agency del Pentagono, rivelata dalla Cnn, i raid americani sui siti di Fordow, Natanz e Isfahan non hanno distrutto i componenti principali del programma nucleare, riportato indietro «solo di qualche mese». Nonostante i proclami di Trump.
L’Iran ha perso ma non straperso, il regime vacilla ma è rimasto in piedi. «E per non crollare ritengo che diventerà più aggressivo e brutale», dice a Repubblica l’ambasciatore speciale Novik Nimrod, membro dell’Israeli Policy Forum e primo consigliere di Shimon Peres. «Militarmente l’Iran si è rivelato una tigre di carta, e Israele ha ristabilito la capacità di deterrenza. Ma Netanyahu può davvero dire che la missione è compiuta? Con 400 chili di uranio arricchito al 60 per cento stoccati in un sito segreto in Iran? Bastano 500 centrifughe per portarlo, in qualche settimana, a livello sufficiente per costruire un ordigno atomico. Lo stesso vale per la capacità balistica, in qualche anno la Repubblica islamica riavrà l’arsenale». Come a dire, Israele ha vinto ma non stravinto.
Anche l’ipotesi del cambio di regime, a cui alludevano sia Trump sia Netanyahu minacciando persino l’uccisione di Khamenei, è rimasta un’ipotesi. «Avrebbe generato il caos e i vicini del Golfo, compresi gli amici di Israele, non volevano», spiega ancora Nimrod. Il ragionamento del veterano degli analisti diplomatici israeliani guarda avanti, al medio termine. «Se l’Iran torna al tavolo del negoziato e si arriva a un vero accordo sul nucleare, allora per Israele sarà vero successo».
Netanyahu viene descritto ora euforico, ora esultante. «Vittoria storica che durerà per generazioni». Torna alla mente quel suo «cambieremo il volto del Medio Oriente» pronunciato subito dopo il pogrom del 7 Ottobre.
Tuttavia, due nodi arriveranno presto al pettine. Il primo è Gaza, la guerra per cui tutto il mondo lo critica. «Trump, che spera di vincere il premio Nobel per la pace, gli farà pressioni per arrivare all’accordo con Hamas e questo lo metterà nei guai con l’ala estremista del governo», ritiene il professor Litvak, che vede un altro problema per il premier cantante vittoria. «La guerra è costata 300 miliardi di shekel (circa 75 miliardi di euro, ndr), tra due-tre mesi questo costo comincerà a gravare sulle tasche degli israeliani».
Infine, Donald Trump. In questi dodici giorni ha detto tutto e il contrario di tutto, fingendo fiducia nella soluzione diplomatica quando già aveva dato ordine ai bombardieri di alzarsi in volo. I servizi segreti americani lo smentiscono sulla reale entità del danneggiamento dei siti nucleari iraniani. «Trump si è mosso per appropriarsi del successo», dice l’ambasciatore Nimrod. «È andato contro il volere della propria base Maga. Vedremo come la base reagirà al suo rinnovato interventismo»

