Dipendenza da social, Meta e il patteggiamento

Se Meta accetta misure che per anni ha detto impossibili, significa che prima il problema non era tecnico, ma era una questione di volontà. Ma ogni limite ha una «porta di uscita», che si chiama «genitore»

Ivano Zoppi

Sedici miliardi e sessantotto milioni di dollari. È la cifra che Meta ha accettato di pagare a 29 Stati americani per chiudere il processo che la accusava di aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori

Insieme ai soldi arriva un pacchetto di misure. Limite di due ore al giorno. Blocco notturno. Stop alle notifiche a scuola. Like nascosti. Verifica dell’età rafforzata. Ora che i dettagli sono pubblici, è utile guardarli da vicino. Dentro quelle carte c’è molto più di quanto sembra. C’è scritto come le piattaforme vedono i nostri figli. E come vedono noi adulti.

Novità (che non lo sono) e una verità scomoda

Andando a controllare, buona parte del pacchetto esisteva già. La modalità notturna con le notifiche silenziate c’è dai Teen Account del 2024. Anche il promemoria dei 60 minuti era già presente. I limiti di tempo si potevano già impostare. Bastava che un genitore lo facesse. I like si potevano nascondere dal 2021. Molte «concessioni» sono funzioni riproposte.

Qualcosa di vero però c’è, ed è giusto dirlo. Il limite di due ore diventa un blocco predefinito, non un suggerimento gentile. Il blocco notturno impedisce l’accesso, non si limita a silenziare. Lo scorrimento infinito si ferma. E arrivano controlli indipendenti sulla verifica dell’età. Meta verrà giudicata su quanto funziona, non su quanto si impegna.

Ma qui sta la «verità nascosta». Se in sole due settimane di processo un’azienda accetta misure che per anni ha detto impossibili, significa che prima il problema non era tecnico. Significa che non è una questione di possibilità, bensì di volontà
Le cronache dagli Usa rivelano quindi che queste protezioni sono sempre state possibili. Per farle partire è «bastato» paventare un rischio di sanzioni per oltre 200 miliardi di dollari.

L’educazione digitale e il genitore passepartout

Al di là delle letture «politiche» di questa vicenda, c’è un meccanismo che attraversa tutto l’accordo e che, da educatori, non possiamo non vedere. 
Ogni limite ha una porta di uscita. Quella porta si chiama genitore.
Il limite delle due ore si può togliere se mamma o papà danno il permesso. Le misure che incidono davvero sul sistema, come spegnere l’autoplay o cambiare il feed algoritmico con quello cronologico, restano opzionali e vanno attivate a parte. 

L’algoritmo di raccomandazione, cioè il motore che sceglie cosa vedono i nostri figli per due ore al giorno, resta attivo. Anche le associazioni americane per la tutela dei minori lo hanno fatto notare. 

L’accordo dà strumenti ai genitori, ma non disattiva le funzioni dannose.
Tradotto, la piattaforma si protegge. La responsabilità passa a un altro livello e, dagli algoritmi, passa alle dinamiche famigliari. Quando qualcosa andrà storto, ci sarà sempre un adulto che «aveva autorizzato».

Attenzione, però. La risposta a questa delega non può essere «tirarsi indietro». Sarebbe lo stesso errore, ancorché in direzione contraria .

I genitori non vanno lasciati soli davanti a 16 sottomenù di impostazioni. Allo stesso tempo, non si può delegare ad altri la responsabilità educativa. Un limite di tempo imposto dall’app, senza spiegazioni, senza dialogo, senza un adulto che dica il perché, è solo un divieto. E i divieti, al contrario delle tutele, sono letti dai ragazzi come meri ostacoli, che imparano presto ad aggirare. Lo fanno già con l’età dichiarata all’iscrizione. 
La tecnologia mette barriere, mentre l’educazione costruisce consapevolezza.

La misura che rassicura i «grandi» non protegge i piccoli

Un aspetto richiede particolare attenzione. I genitori saranno avvisati quando il figlio cerca parole legate a suicidio, autolesionismo o disturbi alimentari. Sulla carta, rassicura. Nella pratica, chi lavora con gli adolescenti sa cosa rischia di produrreRagazzi che smettono di cercare aiuto per paura di essere scoperti

Un quindicenne che digita quelle parole sta lanciando un segnale. Quel segnale ha bisogno di una risposta adatta, di un aggancio, di una relazione. Non di una notifica sul telefono di un adulto che non sa come gestirla. È la fotografia di un approccio che pensa prima alla tranquillità degli adulti che alla protezione dei ragazzi.

E i ragazzi italiani?

Il dettaglio più scomodo è che tutto questo vale solo negli Stati Uniti. Meta lo ha specificato. Le due ore, il blocco notturno e gli audit non arriveranno automaticamente in Europa. 

Eppure ora sappiamo che è tecnicamente possibile. Non ci sono più alibi. L’Europa ha il Digital Services Act. L’Italia ha una legge sul cyberbullismo che ha anticipato molti di questi temi. Quello che serve è pretendere che le tutele vere, non le foglie di fico, arrivino anche qui. Non bisogna aspettare un tribunale di Oakland.

Quello che nessun accordo può comprare

Sedici miliardi possono «comprare» la fine di un processo. Non possono comprare un adulto che la sera chiede, «com’è andata oggi, online?». Non possono comprare una scuola che insegna davvero l’educazione digitale. Non possono comprare una comunità che si sente responsabile insieme agli altri. Non possono comprare un ragazzo che ha imparato a capire quando un’app decide al posto suo.

L’accordo di Oakland ci dà una verità e un compito. 
La verità è che le piattaforme possono cambiare, quando sono obbligate. Il compito è crescere ragazzi che sappiano vivere nel digitale anche senza costrizioni. Il primo riguarda tribunali e regolatori. Il secondo riguarda noi, genitori, insegnanti, educatori. E non si può affidare a nessun algoritmo, nemmeno al migliore. 

Social e minori: verifica dell’età e limiti orari, ma con l’accordo in tribunale Meta salva il suo algoritmo

Da febbraio primo stop ai 13enni

Riccardo Luna

Era l’anno dei Mondiali, quelli del 2006; e il 26 settembre Facebook iniziava ad entrare nelle nostre vite. Vent’anni dopo, il 26 settembre 2026, per Meta — la società che detiene il controllo di Facebook e Instagram —, scatteranno i primi obblighi del clamoroso accordo raggiunto dopo appena otto giorni di processo in una corte della California. È solo una coincidenza ma ci aiuta a decifrare quello che è accaduto alle nostre vite e cosa potrebbe succedere adesso.

Le origini

 In principio Mark Zuckerberg aveva preso una decisione che si rivelerà fondamentale per tutti noi: stabilì che la piattaforma non avrebbe avuto utenti di età inferiore a 13 anni. Non era obbligato a farlo.
La scelta derivava da una norma americana del 1998 volta a tutelare la privacy dei minori online: la norma non vieta l’accesso dei bambini ai servizi digitali, ma impone di chiedere e ottenere il consenso dei genitori. Zuckerberg andava di fretta — «move fast and break things» è il suo motto — e fece una scelta che poi sarebbe diventata lo standard per tutti gli altri social network: invece di sviluppare un complesso e costoso sistema per gestire ogni volta il consenso dei genitori degli utenti bambini, escluse formalmente gli under 13 dalla piattaforma, salvo poi fare di tutto affinché si iscrivessero.
Lo ha fatto di nascosto, lo ha fatto spesso negando l’evidenza, lo ha fatto solo per guadagnare di più. E soprattutto lo ha fatto senza preoccuparsi di dare contenuti adatti alla loro giovane età, ma adatti a far fare più soldi alla sua azienda. Spesso, spazzatura. I danni alla salute mentale degli adolescenti sono la ragione delle moltissime cause ancora aperte in America (circa tremila) e di quella — enorme — appena chiusa.

Il punto chiave

 Dopo vent’anni esatti quel divieto ai 13enni inizia a diventare una cosa seria. Inizia nel senso che l’attuazione di questo specifico punto dell’accordo, la verifica dell’età degli utenti, diventerà davvero operativa fra un anno: prima, il 27 febbraio 2027 Meta dovrà implementare uno strumento per individuare gli utenti under 13; ma è dal 27 agosto 2027 che dovrà avere uno o più metodi per individuare l’età di tutti gli iscritti con percentuali di errore accettabili (attorno al 10 per cento).

Perché l’intesa

 Il tema dell’età degli utenti dei social era diventato il vero punto di questa causa. Ed era il punto su cui Zuckerberg era spacciato. Va chiarito che la legge americana non ti punisce se non chiedi e ottieni il consenso dei genitori, ma soltanto se non chiedi e ottieni il consenso e sai che un utente ha meno di 13 anni. Ufficialmente a Meta la consapevolezza l’hanno sempre negata. Hanno fatto gli gnorri. Sarebbe stato un delitto perfetto se non fosse che in tantissimi documenti interni — in parte svelati da alcuni dipendenti pentiti, in parte ottenuti tramite ordini del giudice per via dei processi — gli under 13 c’erano eccome. A un certo punto nelle carte interne erano quasi quattro milioni solo negli Stati Uniti; e non erano visti come un problema da risolvere, ma come un obiettivo di mercato. Un target su cui fare soldi. Meta era spacciata e la giudice della corte californiana lo aveva fatto capire chiaramente con una decisione tecnica presa a fine giugno in cui aveva respinto la pretesa di Meta di cancellare la pretesa di inganno sull’età degli utenti accertando come incontestato che Meta non aveva fornito la notifica «Coppa» (l’avviso da inviare ai genitori, ndr), non aveva quindi ottenuto il consenso dei genitori e non aveva dato ai genitori modo di rivedere e cancellare i dati. Portare Mark Zuckerberg in aula a difendersi su questo argomento sarebbe stato un suicidio.

Scorrimento infinito

L’accordo non è però entrato nel merito dell’altro punto in discussione, più controverso e più difficile da dimostrare in un’aula di tribunale: il fatto che gli algoritmi di raccomandazione dei social — quelli che decidono quali contenuti ciascuno di noi vede — facciano male e in particolare facciano più male agli adolescenti. L’algoritmo, per ora, è salvo. Gli Stati avevano chiesto espressamente al giudice di ordinare la rimozione dello scorrimento infinito, dell’autoplay, dei contenuti effimeri e degli algoritmi ottimizzati per l’engagement, oltre alla cancellazione dei modelli addestrati sui dati degli under 13. Non hanno ottenuto nulla di tutto ciò. Al contrario Meta ha ottenuto di poter continuare ad utilizzare i dati degli utenti under 13 ottenuti illegalmente fin qui. Una liberatoria.

Gli altri limiti

Meta ha concesso alcune cose minori eppure sacrosante e fondamentali, che infatti già esistono nella versione cinese di TikTok e che la stessa Meta aveva già implementato nella sua recente versione per teenager: limiti di utilizzo al giorno (due ore), fasce protette in cui non ricevere notifiche (la notte e l’orario scolastico). Tutte cose volte a ridurre lo screen time, il tempo di utilizzo, ma senza cambiare l’esperienza utente. Meta con l’accordo ha salvato il motore che tiene in piedi il suo business: gli algoritmi di raccomandazione (escludendo dai contenuti per i minori solo quelli chiaramente dannosi in quella fascia di età, come quelli legati al culto del corpo).

Le sanzioni

Per arrivare fin qui c’è voluta una causa mostruosa, con ventinove Stati americani che minacciavano di ottenere sanzioni astronomiche. Si parlava di mille e quattrocento miliardi di dollari, pari all’intero valore di Meta a Wall Street.
Un’aspettativa irrealistica: gli stessi procuratori, all’apertura del dibattimento, avevano ridimensionato gli obiettivi in duecento miliardi. A fronte di ciò l’accordo prevede un pagamento di appena 18 miliardi circa. Può sembrare un’inezia e per certi versi lo è. Questa volta però i soldi non dicono tutto su come cambieranno le cose e dicono molto sulla valanga di bugie, omissioni e inganni del passato. Mark Zuckerberg ha fatto un «saldo e stralcio» di una lunga cartella esattoriale. La strada è ancora lunga ma non è tardi per tornare a sperare di avere dei social network meno tossici.