Teo Mammucari racconta la sua vita in “Dietro ogni profondo respiro”.
«Le suore menavano come nei film di Bruce Lee, all’epoca se avessero fatto un film di karate con le suore protagoniste non mi sarei meravigliato. Ora ci scherzo ma è stata una roba molto dura»
«Belve? Fagnani ha fatto il suo lavoro, non porto rancore. Tra me e Lucarelli la battaglia è sempre corretta»
Renato Franco
Andiamo alle giostre, gli dice la mamma. «La strada sembra infinita. Ogni curva, ogni semaforo è solo un altro passo verso il momento in cui vedrò quelle luci magiche. Ma quando l’auto si ferma, il paesaggio non è quello che mi aspettavo. Non ci sono giostre, né risate, né zucchero filato. C’è un cancello di ferro, e dietro al cancello, solo un grande edificio come tanti altri. Davanti a me c’è un cortile, pieno di altri bambini che giocano in silenzio. Non ci sono risate, non ci sono sorrisi». Teo Mammucari aveva tre anni e mezzo quando la madre lo abbandonò in un collegio gestito da suore. In Dietro ogni profondo respiro (edito da Rizzoli, esce il 20 maggio) il conduttore si toglie la maschera da showman per mostrare al pubblico il suo lato più personale e doloroso.
Un’immagine di quel giorno?
«Stringevo forte un pugno di caramelle, erano il mio piccolo tesoro, l’ultimo regalo che mia madre mi aveva lasciato prima di andarsene. Una suora me le tolse: qui le cose si dividono, non sono solo tue».
Nel libro scrive che le suore non erano esattamente amichevoli.
«È inutile raccontare stupidaggini alla gente. Menavano tanto e me le ricordo tutte quelle suore, una per ogni anno, tutti i nomi di ogni classe: suor Consolata che ti tira per il collo, suor Deodina che ti prende per le orecchie…». Riesce a sorridere: «Erano suore che menavano come nei film di Bruce Lee, all’epoca se avessero fatto un film di karate con le suore protagoniste non mi sarei meravigliato. Ora ci scherzo ma è stata una roba molto dura».
Un’altra immagine che si porta dentro è quella del tunnel all’ingresso.
«Ricordo molto bene il lungo corridoio buio e freddo che ho attraversato entrando, con un’eco che amplificava ogni passo. Quel corridoio mi è rimasto dentro. Quando passavo sotto quel tunnel, sentivo una specie di fastidio, di dolore che era completamente diverso e lontano da quello che capivo».
Vedeva sua madre ogni 15 giorni al parlatoio. E suo padre?
«I miei si erano separati, mio padre non l’ho visto per mesi».
Nel giorno del suo diciottesimo compleanno sua madre le disse che aveva deciso di vendere la casa.
«Mi mise davanti cinque milioni di lire e mi disse: questi sono tuoi. Io non posso tenerti qui, quindi ti do questi soldi se te ne vai. La regola è che non devi più tornare da me. Non l’ho più vista per 11 anni».
Però non ha mai odiato i suoi genitori.
«No, assolutamente. Quando vai a indagare ti accorgi che tua madre, anche lei, è stata nei collegi, ha sofferto, è stata abbandonata e tutto il resto. Mio padre pure peggio. Sono cresciuti in tempo di guerra, con le sirene che suonavano per i bombardamenti. Nel pensiero di una madre diventata adulta così, mandarti in collegio le fa pensare che sei protetto perché mangi, bevi, dormi e non hai nessun problema. Prima di sentirsi odiati e abbandonati bisogna capire».
Addirittura dice di ritenersi fortunato.
«Quella sofferenza mi ha portato alla luce, mi ha portato a illuminare quel corridoio. Se non fosse accaduto quel che mi è accaduto, probabilmente oggi avrei fatto tutt’altro nella vita. Quando arrivano certe cose le devi accettare, devi essere pronto. La sofferenza ci dà le chiavi per capire».
A un certo punto era andato in un altro collegio, «La Repubblica dei ragazzi», senza suore e con una sorta di autogoverno.
«Ed è lì che ho imparato a esibirmi: salivo sul palco, suonavo il basso e cantavo. Avevo già il mio pubblico, fatto di tutti quei ragazzini».
A 20 anni ha scoperto i villaggi turistici.
«Per me erano il paese dei balocchi. Facevo il prestigiatore, suonavo la chitarra, mangiavo e dormivo gratis, e mi pagavano (poco, 300mila lire). Il villaggio era diventato la mia nuova famiglia, inconsciamente avevo ritrovato il mio collegio».


Nel libro racconta l’importanza di dare ascolto alla propria «voce interiore».
«Non so esattamente se parliamo di anime, di energia universale o di qualcos’altro. Non credo che noi, in questa esperienza terrena, siamo in grado di saperlo ora. Non so con chi sono connesso».
Sembra difficile crederle.
«Una volta ero a casa, a un certo punto ho detto a un mio amico: portiamo via subito tutto, sta succedendo qualcosa. Il giorno dopo è crollato il soffitto. Non era istinto, ”semplicemente” ho sentito qualcuno che comunicava con me in maniera telepatica… Qualcuno può pensare che lo stia prendendo in giro, ma ora – a una certa età – questo non mi interessa. Se hai un rapporto con la tua interiorità, le anime intorno a te ti ascoltano e comunicano. Se questo non accade, se smettono di comunicare, è perché ti vedono come un corpo. Perché tu hai deciso di essere solo un corpo. Ma finché siamo collegati con la nostra interiorità, finché riusciamo a comunicare, non siamo soli».
Una delle tante cose che colpiscono leggendo il libro è un destino che in un certo senso ritorna. L’ex velina Thais Souza Wiggers, la madre di sua figlia, tornò in Brasile e lei non ha visto sua figlia per tre anni.
«La nascita di mia figlia è stato il giorno più bello della mia vita. Ci metto il cuore, ci metto il lavoro per farla stare bene, ci metto la presenza e la pazienza ma anche il rigore e le regole. È chiaro però che mi porto dentro quel dolore di quando ero bambino: tutti vorremmo tornare a casa e vedere nostra figlia, tutti i giorni. Ecco, quando riportavo mia figlia dalla mamma, riprovavo quel tipo di sensazione: mi sono rivisto quando mia mamma mi lasciava e ho avvertito di nuovo quel tipo di dolore».
Dice che quel dolore l’ha portata dove è ora. La carriera le ha dato tanti programmi (quasi 40), molti successi, tanti incontri. Flavia Vento?
«Sono felice di averla un po’ illuminata. Lei è così: sai che un giorno racconta che vede la Madonna al campo da golf, che un altro sogna Tom Cruise, che un altro ancora incontra gli alieni, ma Flavia ha un grande cuore, è generosa, certo può sembrare una fuori di testa, ma oggi un po’ di follia nella testa ci vuole, no? Tutti mi chiedevano se scherzava o era proprio così. E io le dicevo sempre: lascia questo mistero».
Ilary Blasi?
«Penso ai 5 anni alle Iene, ai tanti ricordi belli, al divertimento, alle gag in studio. Tra noi è rimasta una grande amicizia».
Selvaggia Lucarelli?
«A Ballando abbiamo mandato in scena uno scontro spettacolare, ma chi conosce questo mondo sa benissimo che è parte del gioco. Tra noi è stata sempre una battaglia corretta: so incassare e so rispondere quando devo. E così mi piace. Non la toglierei mai dalla giuria di Ballando: è intelligente, ha un linguaggio forbito, è sveglia, poi certo a volte cavalca l’onda e va giù pesante ma è tutto spettacolo».
Una lite?
«Con Mara Venier ci siamo mandati a quel paese di brutto, ma oggi ci vogliamo bene. Per me è una sorella maggiore».
Francesca Fagnani?
«In 30 anni di carriera capitano momenti più belli e altri più brutti. In quell’occasione sono andato io nel posto sbagliato: ero arrivato tranquillo, lei mi aveva detto di non preoccuparmi perché registravamo più di quello che serviva. E invece, una volta lì, lei ha fatto il suo lavoro, certo umanamente potevo aspettarmi che mi dicesse di fermarci perché io avevo capito che non ero al posto giusto per fare il mio show o per dire la mia. I social hanno fatto il resto: al pubblico piace avere un Barabba contro cui gridare. Ma è il passato, io non sono uno che porta rancore».
Cosa le è rimasto di quell’esperienza?
«La telefonata di Pupi Avati. Mi ha confessato che è un mio fan ed è affascinato non dalla mia comicità, ma dalla mia imprevedibilità. Mi ha detto: sei l’uomo più imprevedibile in assoluto. E infatti sei l’unico che se ne è andato da lì».





