dal 10% sui chip di Taiwan al 30% delle auto dal Messico
La sfida sul commercio: ecco come cambiano le filiere mondiali
Francesco Bertolino e Andrea Rinaldi
I dazi americani minacciano di ridisegnare le catene di approvvigionamento globali. L’obiettivo di Donald Trump è riportare la produzione negli Stati Uniti. Il puzzle doganale formato dagli accordi commerciali siglati dagli Stati Uniti potrebbe però finire per favorire agli occhi dei consumatori americani i beni prodotti in Paesi che hanno spuntato tasse doganali più basse rispetto ad altri. Come si posizionano le aziende europee e italiane in questo caleidoscopio tariffario rispetto ai concorrenti globali?
Regno Unito, vantaggi teorici
Il Regno Unito è stato il primo Paese a raggiungere un accordo commerciale con gli Stati Uniti, accettando un dazio aggiuntivo del 10% che riguarda anche le prime 100 mila auto esportate negli Usa. L’intesa di Londra è quindi più vantaggiosa di quella europea, ma solo in teoria. Da un lato, il 10% britannico si aggiunge alle tasse doganali precedenti, mentre il 15% europeo dovrebbe essere sostitutivo e onnicomprensivo. Dall’altro, la quota dei 100 mila veicoli corrisponde all’attuale export del Regno Unito in Usa sicché ogni aumento di vendite sarebbe sottoposto a un dazio del 25%, superiore a quello europeo. L’acciaio britannico gode invece di un privilegio perché è colpito da una tariffa del 25%, dimezzata rispetto a quella del resto del mondo: il valore dell’export è però attualmente modesto, nell’ordine dei 500 milioni.
Giappone, dubbi a Detroit
Il Giappone ha concordato con la Casa Bianca un dazio generalizzato del 15%. Tokyo è uno dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, dove esporta merci per oltre 140 miliardi di dollari. Un quarto della somma è frutto del settore auto. L’accordo non ha reso perciò felici i costruttori americani — le «Tre Sorelle» di Detroit — che temono che le auto d’importazione giapponese finiranno per pagare tasse doganali inferiori ai veicoli assemblati negli Usa colpiti dalle tariffe su acciaio e componenti.
Messico, Canada e auto
Donald Trump ha imposto al Messico barriere alla dogana per un 30% (ancora negoziabili) e al Canada per un 35%. Aggravi che ricadranno su un comparto nevralgico come quello automotive e che impongono un serio confronto con quello europeo, colpito al 15%. In apparenza pare un regalo ai costruttori del Vecchio continente, nota Matteo Villa, senior research fellow di Ispi. «In realtà i costruttori statunitensi come Stellantis, Ford e General Motors, che fanno transitare auto o loro parti tra Messico e Canada, sono rispettosi del vecchio accordo Nafta (North America free trade agreement) quindi sono di fatto esenti da dazi. Ad aprile noi di Ispi abbiamo calcolato per il Messico un dazio del 10% e per il Canada del 4%».
Vietnam, stop a Pechino
Minacciato di un dazio del 46%, alla fine il Vietnam ha accettato di subire una tariffa del 20%. Negli anni il Paese asiatico è diventato non solo il centro produttivo di diversi marchi statunitensi, fra cui Apple, Nike, Gap e Lululemon, ma anche il centro logistico di molti gruppi cinesi che hanno fatto transitare per il Vietnam merci destinate al mercato americano per evitare i dazi. L’intesa con la Casa Bianca prevede perciò anche un dazio del 40% per bloccare il fenomeno del «trans-shipping», anche se la misura appare di difficile applicazione.
India e agricoltura
Trump ieri ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno un dazio del 25% sui prodotti indiani, citando le elevate tariffe di New Delhi e le rigorose barriere commerciali non monetarie. Secondo una scheda informativa della Casa Bianca, l’India applica una tariffa media Mfn (Nazione Più Favorita) del 39% sui prodotti agricoli importati, contro il 5% negli Stati Uniti, con alcuni dazi che arrivano fino al 50%. Il premier Narendra Modi vuole proteggere la propria agricoltura dalla concorrenza estera e teme i prodotti Usa sovvenzionati. Anche i costruttori nazionali di auto, le aziende farmaceutiche e le piccole imprese hanno sollecitato il governo per un’apertura solo graduale.
Taiwan e semiconduttori
Le merci di Taiwan dirette Oltrepacifico verranno colpite da un aggravio del 10%. L’isola è il più grande produttore mondiale di chip, pannelli Lcd, memorie informatiche e in genere elettronica di consumo e ospita un mega fornitore come Tsmc. Cosa potrebbe succedere ad esempio al campione italo-francese dei semiconduttori, StMicroelectronics? Ufficialmente non verranno colpiti, ma Trump sarebbe intenzionato ad applicarvi dazi progressivi.
Gli altri accordi in Asia
Le Filippine e l’Indonesia hanno stretto un accordo con gli Usa su un dazio generale del 19% per le loro merci.
Chi rischia i dazi più alti
La scadenza del 1° agosto si avvicina e diversi Paesi non hanno ancora stretto accordi con gli Stati Uniti. Alcuni non lo stanno nemmeno cercando; altri sono pronti a trattare sino all’ultima ora. La Corea del Sud rischia di subire una tariffa del 25% ed è alla ricerca di un’intesa in extremis. Minacciato di dazi al 50%, il Brasile non sembra per ora intenzionato a trattare. C’è poi una lunga serie di Paesi che non è mai entrata nel ciclone doganale. Turchia ed Egitto, per esempio, hanno subito dall’inizio un «dazio reciproco» del 10% e potrebbero attrarre la produzione di aziende europee e non, pronte a sfruttare il divario doganale.



