Anche Trump si è reso conto che una guerra commerciale globale non è sostenibile. Quello che gli Usa possono chiedere all’Ue in termini di commercio estero non è lontano da quello che l’Unione può concedere
Il viaggio di Giorgia Meloni a Washington non ha portato, come previsto, a risultati immediati, ma è stato utile nel riavvicinare le due sponde dell’Atlantico. Non ci sono stati scontri plateali e Trump si è detto fiducioso («al 100%») su un accordo (con l’Europa, e non con singoli Paesi del Vecchio Continente). Insomma, è andato tutto liscio, il che di questi tempi può essere considerato un successo. Lo stesso vale per la visita di Vance a Roma. Grande cordialità e sorrisi.
Ma a parte le dichiarazioni della Presidenza americana in questa occasione, ci sono motivi oggettivi per pensare che Stati Uniti ed Unione Europea alla fine troveranno un accordo. Tre ordini di fattori, in ordine crescente di importanza, sono rilevanti.
Il primo è che quello che gli Stati Uniti possono ragionevolmente chiedere all’Unione in termini di commercio estero non è lontano da quello che l’Unione può concedere. Per capirlo, un buon punto di partenza è il «2025 National Trade Estimate Report on Foreign Trade Barriers» prodotto dal Rappresentante del commercio americano Jamieson Greer. Questo documento elenca quelle che sono percepite come barriere alle esportazioni americane verso l’Europa.
Sono quasi una sessantina (molte del tutto minori come il caso di un singolo esportatore di banane che l’Agenzia delle Dogane italiane tartasserebbe con una richiesta di pagamenti per operazioni precedenti il 2006!) e si possono raccogliere in tre gruppi. Primo, i dazi veri e propri: sono bassi (4,1% in media per prodotti non agricoli e 10,8% per quelli agricoli). La Commissione si è già detta disposta a creare un’area di libero scambio con gli Usa almeno per i prodotti non agricoli. Secondo, misure che effettivamente discriminano le imprese Usa: sono 9, ma l’unica che sembra davvero importante e dove trovare un accordo potrebbe essere più difficile riguarda l’obiettivo dell’UE di limitare al 40% le importazioni di armamenti (negli ultimi anni la quota era dell’80 per cento). La maggior parte delle misure stanno nel terzo gruppo e si tratta di vincoli che non discriminano le imprese americane ma che, semplicemente, sono di ostacolo a tutte le imprese, comprese le nostre. Eliminare alcuni di questi vincoli farebbe bene a tutti (tra le altre cose le imprese americane si lamentano di quanto sia difficile interagire con la burocrazia italiana!). In altri casi occorrerà discutere, soprattutto per quelli relativi a standard sanitari (più rigidi da noi). Ma a meno che l’amministrazione Trump non si impunti ad averla vinta su tutto, c’è spazio per un compromesso.
Passiamo al secondo motivo per contare su un accordo. I passi indietro compiuti da Trump dopo il 2 aprile suggeriscono che anche lui si sia reso conto che combattere una guerra dei dazi con tutto il resto del mondo non è possibile neppure per gli Stati Uniti. Da un lato, la reazione dei mercati finanziari è stata violenta coinvolgendo non soli i corsi azionari, ma anche il valore dei titoli di stato americani. Non è cosa da poco visto che il debito pubblico americano ammonta a 36 trilioni di dollari, il deficit nel 2024 è stato superiore al 7% del Pil e le pressioni demografiche sulle spese sanitarie e pensionistiche sono serie. Dall’altro, un’autarchia rispetto a tutto il resto del pianeta è irrealistica. Cinquant’anni fa le importazioni americane di beni e servizi erano del 5% del Pil. Ora sono al 14-15%. Con quali risorse potrebbero essere rimpiazzate queste importazioni, per un Paese vicino alla piena occupazione e che vuole contrastare l’immigrazione? Combattere una guerra dei dazi con qualcuno è possibile. Con tutti no. Occorrerà concentrarsi con i veri avversari.
Il che ci porta all’ultimo e più importante punto. Il vero problema geopolitico per gli Stati Uniti è costituito dalla Cina. Quest’ultima, in termini di volumi di produzione (Pil a parità di potere d’acquisto) ha ormai superato gli Stati Uniti (di oltre un quarto nel 2024), produce il 54% dell’acciaio mondiale (contro il 4,5% degli Usa), quasi un terzo della manifattura mondiale (contro poco più del 15% per gli Usa) e il 90% delle terre rare lavorate. La sua spesa militare, ancora più bassa di quella americana, cresce rapidamente, come pure il suo arsenale nucleare, previsto raddoppiarsi entro la fine di questo decennio (raggiungendo le 1000 testate, più che abbastanza per intimorire chiunque). Il suo potere politico globale, secondo Global Power Index elaborato dall’Università di Denver, è prossimo a quello degli Usa. Con due Paesi egemoni, la situazione, anche in termini di possibili ricadute politico-militari, è pericolosa. Se la Cina è l’avversario principale, perché gli Usa dovrebbero prendersela anche con l’Europa?
La logica direbbe quindi che America ed Europa giungeranno a un accordo commerciale. L’unico caveat è che, talvolta, tra le nazioni non prevale la logica (tanto per dire la questione Groenlandia potrebbe causare qualche problemino non indifferente). Ma speriamo non sia questo il caso.


