Non è più il momento dei grandi proclami ideologici. Per arrivare a risultati servono compromessi che spesso contraddicono i principi
Che cosa sta succedendo davvero, dietro le quinte della guerra dei dazi? Sta chiudendosi la fase che io definisco «teatro Kabuki», in cui ciascuno degli attori sul palcoscenico indossa una maschera feroce per spaventare l’avversario o per rassicurare i propri spettatori. La sospensione di 90 giorni dei super-dazi americani è stata seguita da dichiarazioni concilianti da parte della Commissione europea.
Non è più il momento dei grandi proclami ideologici, delle scomuniche all’insegna del «loro non hanno capito niente e si infliggeranno danni enormi, la ragione sta tutta dalla nostra parte». Gli esorcismi non funzionano, il protezionismo è «the name of the game», il nome del nuovo gioco a cui tutti stiamo giocando (la Cina ha trent’anni di anticipo su di noi in questo campo).
La ricerca di un accordo avviene in modo pragmatico, e questo comporta anche un certo livello di discrezione. Dopo che ciascuno ha spiegato che l’altro è il demonio, bisogna scendere a patti con il demonio. Non è mai un bello spettacolo. Ricordo un vecchio detto popolare americano: «Se ti piacciono le salsicce, non visitare una fabbrica di salsicce». È meglio non sapere come vengono fabbricate. Lo stesso vale spesso per la diplomazia, per arrivare al risultato deve operare dei compromessi che contraddicono i grandi principi.
Dunque, al riparo dalla pubblicità, dalla faziosità, dalla rigidità ideologica, quali sono le linee guida del negoziato commerciale Usa-UE, ma anche quelli fra gli Stati Uniti e la Cina o il Giappone? Qui sotto vi propongo uno schema riassuntivo elaborato da un think tank autorevole, Eurasia Group, seguito da un aggiornamento del suo capo Ian Bremmer.
C’è un margine significativo per accordi che riducano i dazi reciproci al di sotto dei livelli relativamente alti fissati da Trump il 2 aprile in occasione della sua cosiddetta Giornata della Liberazione. La sospensione di 90 giorni è stata in parte attuata per placare le preoccupazioni dei mercati e offrire un periodo di aggiustamento per l’industria. Alcuni dei negoziati in corso potrebbero dare risultati concreti. Sei fattori specifici per ciascun paese influenzeranno Trump nel concludere accordi:
* La capacità di un paese di ridurre le barriere tariffarie (dazi) pre-esistenti sulle esportazioni statunitensi
* La sua capacità di ridurre le barriere non tariffarie (il protezionismo occulto, spesso affidato a regolamenti, «vestito» di giustificazioni ambientaliste, sanitarie, culturali, o sulla sicurezza) che in passato hanno ostacolato le esportazioni statunitensi
* La sua capacità di concludere accordi di acquisto di beni statunitensi
* La sua capacità di offrire in modo credibile un aumento degli investimenti nel settore manifatturiero statunitense
* La sua capacità di gestire la propria valuta in modo da aiutare gli Stati Uniti
* La sua capacità di limitare il proprio coinvolgimento economico con la Cina, in particolare laddove la Cina abbia sfruttato mercati terzi per aggirare efficacemente i dazi statunitensi sui prodotti cinesi.
Di seguito, i dettagli sui sei fattori che consentono compromessi e la levata di dazi.
**Accordi di acquisto di beni per aumentare le esportazioni statunitensi
** I governi stranieri si impegnano ad acquistare quantità specifiche di beni statunitensi—come prodotti dell’aviazione, dell’energia e dell’agricoltura—come metodo per ridurre gli avanzi commerciali con gli Stati Uniti; questi accordi sono politicamente attraenti e più facilmente negoziabili, soprattutto con i mercati emergenti
**Riduzione delle barriere tariffarie alle esportazioni statunitensi
** Rimozione o riduzione dei dazi imposti da altri paesi sui prodotti statunitensi; la possibilità di accordo è maggiore con i mercati sviluppati, data la minore differenza di costi, e minore con i mercati emergenti, che dipendono dalla manifattura per l’export verso gli USA e sono più sensibili a problematiche legate al disavanzo commerciale
**Annunci di investimenti nel settore manifatturiero statunitense
** Le aziende straniere annunciano investimenti nella manifattura statunitense; questo fattore è in linea con gli obiettivi Usa di rilocalizzazione industriale, ma richiede certezza economica, e non tutti i governi possono influenzare le decisioni di investimento delle imprese, rendendo questo fattore negoziabile soprattutto per i paesi sviluppati che ospitano un numero maggiore di multinazionali ben capitalizzate
**Riduzione delle barriere non tariffarie alle esportazioni statunitensi** Alleggerimento degli ostacoli non tariffari—come regolamenti, standard, regimi fiscali —che limitano l’accesso dei prodotti statunitensi ai mercati esteri; trattandosi di vincoli legalmente radicati e complessi da riformare, richiedono anni e rendono meno probabili progressi rapidi o accordi complessivi su questo fronte
**Gestione delle politiche valutarie
** Negoziati centrati sulle politiche valutarie, principalmente per evitare svalutazioni che danneggiano le esportazioni USA; sono altamente complessi, legati a condizioni macroeconomiche volatili, e difficilmente si risolvono in tempi brevi, specialmente in un periodo di 90 giorni; questi negoziati potrebbero seguire un percorso parallelo
**Rafforzamento delle restrizioni commerciali tra paesi terzi e la Cina
** Iniziative per limitare le relazioni commerciali dei partner con la Cina, ad esempio aumentando i dazi sui prodotti cinesi, restringendo gli investimenti cinesi o negoziando regole d’origine più rigide per i prodotti destinati all’esportazione verso gli USA; queste misure impongono scelte difficili sia ai mercati emergenti che a quelli sviluppati.
Infine, il commento aggiornato sullo stato dei negoziati, da parte di Bremmer:
«Un mese dopo la Giornata della Liberazione, le relazioni commerciali globali degli Stati Uniti si stanno suddividendo in tre livelli distinti di negoziati. Primo, i Paesi «facili»: un pugno di alleati (Giappone, Corea del Sud, Regno Unito) e un numero maggiore di Paesi piccoli e indifesi (nel Sud globale, a partire dal Sud-est asiatico). Ha senso: non stanno reagendo con ritorsioni, quindi si tratta solo di quanto sono disposti a offrire in cambio del fatto che gli americani non li colpiscano di nuovo. Ultima, la Cina. Anche questo ha senso: gli Stati Uniti hanno lanciato una vera e propria guerra commerciale, accelerando il “decoupling” (divorzio) mentre entrambi i Paesi introducono esenzioni unilaterali in risposta a pressioni politiche interne (negli USA) ed economiche (in Cina).
Si tratta di una sfida strutturale enorme per l’economia, non risolvibile fino a quando una delle due parti non ceda. È probabile una tregua instabile, con relazioni commerciali e diplomatiche complessivamente peggiori rispetto al periodo precedente alla Giornata della Liberazione.
Nel mezzo ci sono gli europei. Che hanno annunciato delle contromisure, per poi sospenderle quando Trump ha deciso una sospensione di 90 giorni. Il commercio è una competenza centrale dell’Unione Europea, il più grande mercato comune del mondo, e la politica interna gioca un ruolo minore nel lato europeo della discussione rispetto ad altre democrazie.
Ma togliere la politica dall’equazione significa anche che gli europei hanno margini più limitati nell’”arte dell’accordo”. A tutti i Paesi coinvolti nei negoziati è stato chiesto di presentare lettere con le loro “migliori offerte”. E i Paesi più piccoli, che disperatamente necessitano di un accordo, stanno obbedendo. I primi a muoversi potrebbero avere vantaggi, dato che il team di Trump vuole annunciare successi concreti il prima possibile; ma i progressi sono lenti perché molti governi si aspettano che un peggioramento della situazione economica statunitense e dei mercati induca Trump ad accettare offerte meno generose. In altre parole, è più probabile che accada a giugno che a maggio.
Nel frattempo, l’amministrazione Trump dice agli europei che ci dovrebbero essere negoziati sui dazi reciproci, guidati dal rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer, ma non sulle tariffe settoriali aggiuntive del 25%—su acciaio, alluminio, auto, farmaceutica, semiconduttori—che il presidente Trump intende attuare, con il segretario al commercio Howard Lutnick a capo dell’operazione… e con eventuali esenzioni determinate dall’efficacia del lobbying delle imprese statunitensi.
Niente di tutto questo mette gli europei in una posizione confortevole, il che spiega perché la visione complessiva dell’UE sia pessimista. La strategia europea è un attivo “de-risking” (riduzione del rischio) dagli Stati Uniti, che significa diversificare gli scambi commerciali, in particolare sul fronte dell’importazione di materie prime, con una maggiore attenzione su Canada, Messico, Mercosur, India, Filippine ed Emirati Arabi Uniti. Il tutto cercando di ridurre gli ostacoli normativi e semplificare il mercato unico.
La sfida più difficile per gli europei è rappresentata dalla Cina. Da un lato, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto alla Casa Bianca che l’Europa si rifiuta di unirsi all’amministrazione Trump nel processo di “decoupling” (divorzio) dalla Cina e sta lavorando con i leader europei per differenziare la propria strategia rispetto a quella statunitense.
L’amministrazione Trump vuole usare l’allineamento sulla Cina come leva negoziale (e funzionari della Casa Bianca mi dicono che gli europei stanno «commettendo un grave errore»). Ma ciò non significa che l’Europa abbia improvvisamente instaurato un rapporto di fiducia con Pechino, soprattutto considerando le tensioni strutturali che vanno oltre il commercio e includono la sovracapacità industriale cinese e il sostegno alla Russia nella guerra in Ucraina.
Gli europei sono preoccupati dal rischio che la Cina inondi il mercato europeo di beni a basso costo, dato che gli Stati Uniti hanno chiuso le porte alle importazioni cinesi. Hanno sollevato la questione con le controparti cinesi nelle ultime due settimane, una preoccupazione «riconosciuta dai cinesi» ma senza promesse di azioni concrete.
A parte la risposta ovvia ma eccezionalmente difficile—migliorare radicalmente la competitività—è difficile vedere una strategia commerciale vincente per l’Europa. Nel frattempo, l’Unione Europea continuerà la sua strategia di de-risking (riduzione del rischio Cina), attuerà misure protezionistiche per impedire il dumping cinese in Europa, e cercherà di convincere Pechino—a quanto pare con successo molto limitato—a cambiare le proprie pratiche commerciali».



Trump ci vuole “frugali”?
Nella guerra dei dazi vince l’incoerenza


In una recente intervista televisiva, Donald Trump ha invitato al consumo ‘sostenibile’ con una frase che ha catturato l’attenzione di molti: «Le bambine potranno accontentarsi di due bambole anziché comprarne 30». La ‘capriola ideologica’ di un personaggio che è stato icona del materialismo americano è al centro della nuova puntata della video rubrica «Oriente Occidente» di Federico Rampini. Perché l’esempio dei giocattoli? «Si tratta di un settore – spiega Rampini – dove la Cina da anni invade il mercato americano». Le economie europee e non solo che hanno esportato per anni negli Stati Uniti i propri prodotti «si scoprono orfane o potenzialmente orfane di questo consumatore vorace e spendaccione». «Ciascuno è pronto a contraddire ciò che diceva ieri e l’altro ieri – conclude – E alla fine prevale l’ideologia o l’interesse materiale del momento».



