Dazi, c’è una consolazione?

Come potremmo guadagnare competitività

Il caso del Giappone – che dopo l’accordo sui dazi con gli Stati Uniti litiga ancora sui dettagli – potrebbe fare da scuola all’Europa nelle settimane a venire, spiega Federico Rampini nella nuova puntata della video rubrica «Oriente Occidente». Se un dato è certo è che le aziende esportatrici potrebbero essere meno competitive sul mercato americano: «Se non rispetto ai prodotti locali – nota -, certamente verso prodotti che vengono da altri Parsi come la Cina». Ma se alla fine di questa complessa trattativa i dazi dovessero rivelarsi inferiori per l’Europa rispetto ad altri Paesi concorrenti, «le aziende guadagnerebbero un po’ di margine competitivo – spiega Rampini – E questa sembra essere proprio una delle conclusioni a cui è giunta la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen».

Il Day After dei dazi: clamoroso divario Germania-Francia, e un cauto giudizio americano

Le reazioni dopo l’accordo Usa-Ue. Berlino più indulgente rispetto a Parigi: le differenze hanno a che fare con la politica interna, ma non solo

Un argomento «a favore di Ursula» comincia a farsi strada tra gli addetti ai lavori che analizzano i dettagli – ancora incerti – della partita dazi. La presidente della Commissione forse ha portato a casa un livello medio dei dazi inferiore a quello applicato da Washington ad altre aree del mondo. In tal caso la «posizione relativa» dell’Europa risulterebbe migliorata; e poiché nel commercio estero contano molto questi confronti di competitività, sotto questo profilo si può trovare qualche ragione di ottimismo.

Il Day After dell’accordo Usa-Ue sui dazi vede un ventaglio di reazioni molto variegato. Nell’insieme più negativo in Europa e più positivo in America, però con dei distinguo che bisogna saper cogliere. La premessa: come accadde con il Giappone (l’accordo bilaterale che aveva anticipato molti aspetti dell’intesa fra Donald Trump e Ursula von der Leyen), anche nel caso Usa-UE siamo di fronte a una traccia generale, che andrà completata con tanti dettagli specifici. Tra gli aspetti più importanti ci saranno le esenzioni dai dazi americani per i settori farmaceuticoagroalimentare, e alcuni altri prodotti. Finché mancano questi dettagli ogni bilancio è provvisorio e soggetto a revisione.

Tra le prime reazioni, colpisce il divario sempre più largo tra Germania e Francia, cioè le due nazioni che in passato sono state il motore dell’integrazione europea, e la coppia più affiatata (sia pure con alti e bassi). Il premier francese Bayrou ha condannato con indignazione quella che definisce una resa dell’Europa, adottando gli stessi toni che altrove sono quelli dei partiti di opposizione. Il cancelliere tedesco Merz, pur riconoscendo che la Germania subirà un danno, ha dato atto ai negoziatori di Bruxelles di aver ottenuto il miglior risultato possibile e di aver limitato i danni. Merz in questo è apparso in sintonia con le reazioni dei mercati e di diversi settori industriali: «scampato pericolo».

Come spiegare reazioni così distanti fra Berlino e Parigi? In teoria dovrebbe essere il contrario, cioè dovrebbero essere proprio i tedeschi a lamentarsi di più. È la Germania ad avere il più grosso attivo commerciale con gli Stati Uniti, quindi è l’economia tedesca quella che subirà l’applicazione più estesa dei dazi trumpiani. Le differenze hanno a che fare con la politica interna, ma non solo. Bayrou è un premier di minoranza, sostenuto da un presidente Macron sempre più impopolare: ambedue sono assediati dall’opposizione, cavalcare il nazionalismo e l’antiamericanismo dei francesi è quasi obbligatorio in una situazione di debolezza estrema. Merz è in una situazione politica più solida. Inoltre è un uomo d’affari, capisce di economia. Nel suo pragmatismo Merz aveva misurato i rapporti di forze Usa-UE, quelli che oggi sembrano sfuggire ai francesi. Il punto di partenza è l’immensa asimmetria dell’economia globale, con un’America che per molti decenni ha svolto il ruolo di compratore di ultima istanza, e molte altre nazioni che si facevano trainare dal mercato Usa per crescere (salvo poi rimproverare agli americani di essere «spendaccioni, che vivono al di sopra dei propri mezzi, indebitandosi»). Un macro-squilibrio di queste dimensioni fa sì che l’America, se minaccia di chiudere il proprio mercato anche solo in parte, può infliggere agli altri dei danni molto superiori a quelli che gli altri possono restituirle.

La comprensione di questo rapporto di forze ha guidato Merz. Se lui assolve Ursula dalle accuse di resa, capitolazione, non è solo per difendere una sua connazionale, compagna di partito e alleata (i due furono entrambi osteggiati dalla Merkel, anche questo li accomuna). È anche perché Merz nel suo realismo non ha mai preso sul serio gli scenari di un «bazooka» europeo, o di una grande coalizione Europa-Cina per mettere in ginocchio Trump: nessuno di quegli scenari ha mai avuto una concreta fattibilità. Merz è anche l’unico leader che formula una risposta costruttiva alla sfida trumpiana: col suo maxi-piano di spesa da mille miliardi punta a rendere la Germania meno dipendente dai mercati esteri, più capace di crescere facendo leva sulla propria domanda interna, e meno parassitaria sul fronte della difesa. (Ha il vantaggio di poterlo fare partendo dall’economia più ricca d’Europa e da una situazione di finanza pubblica tra le più sane).

Un argomento finale e decisivo che rende Merz più indulgente verso Ursula è quello sul bilancio relativo nella partita dei dazi. Ferme restando tutte le incertezze sulle esenzioni settoriali, al momento la maggior parte degli esperti giudicano che il dazio medio applicato alle merci europee quando arrivano in America finirà per assestarsi tra il 10,5% e il 14%. È tanto, però in molti settori sarà assorbibile. Per due ragioni. Primo: il processo di «import-substitution» per cui una merce europea divenuta troppo cara viene rimpiazzata da una merce prodotta localmente sul territorio Usa, richiederà tempi lunghi e in certi casi è semplicemente impossibile. Ricordiamo per esempio le tante analisi di mercato per cui l’Italian Sounding nel food non è veramente un’alternativa convincente per quella fascia medioalta di consumatori americani ormai educati alla qualità del prodotto enogastronomico originario. Questo vale per altri settori del made in Italy, come il design nel sistema casa, il lusso e così via. 

Poi c’è la questione dei dazi relativi. Il prodotto europeo post-dazi diventerà più caro; però è possibile o forse probabile che l’export da altre parti del mondo verrà colpito con dazi Usa un po’ più alti di quelli concordati con Ursula. In tal caso la competitività relativa dell’Ue rispetto ad altre economie esportatrici risulterà migliorata. Tutto questo, ribadisco, è soggetto a revisione quando conosceremo i dettagli sulle esenzioni settoriali.

Infine dopo aver messo a confronto Francia e Germania vi propongo una reazione americana particolarmente autorevole, ed equilibrata. La firma sul Wall Street Journal un grande studioso di geopolitica, lo storico Walter Russell Mead: conservatore kissingeriano, non trumpiano, considera quella di Trump una vittoria però condisce il suo giudizio con una serie di distinguo e cautele per il futuro. A cominciare dalla spada di Damocle della magistratura Usa: i tribunali potrebbero bocciare l’uso che Trump ha fatto di una legge speciale per negoziare sui dazi (secondo numerose opposizioni interne avrebbe abusato del suo potere). Preciso che il Wall Street Journal, sul quale scrive Mead, è sempre rimasto fedele alla sua tradizione liberista e pertanto continua a condannare i dazi di Trump.

Walter Russell Mead: «Negli ultimi dieci giorni, il presidente Trump ha concluso accordi che, a meno che i tribunali non giudichino incostituzionale la sua assunzione di ampi poteri in materia commerciale, resteranno le sue conquiste più significative fino ad oggi. Negli accordi con il Giappone e l’Unione Europea, importanti partner commerciali e alleati chiave in ambito di sicurezza hanno fatto concessioni rilevanti alle richieste dell’Amministrazione — senza ottenere concessioni equivalenti dagli Stati Uniti. L’Ue accetterà dazi del 15% sulla maggior parte delle esportazioni verso gli Stati Uniti, con possibili tariffe ancora più elevate su acciaio e alluminio, senza adottare misure di ritorsione contro i prodotti americani. Inoltre, il blocco si è impegnato ad acquistare ingenti quantità di energia e attrezzature militari statunitensi. L’accordo con il Giappone prevede termini simili. Oltre ad accettare una tariffa del 15% sulle esportazioni verso gli Usa, il Giappone ha concordato di investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti, aprire il proprio mercato a più esportazioni agricole americane e aumentare gli acquisti di combustibili fossili di origine statunitense, energia nucleare, aerei civili e altri prodotti tecnologicamente avanzati. Dal punto di vista del team di Trump, questi accordi premiano il loro approccio dirompente. I presidenti precedenti hanno separato i negoziati sulla sicurezza da quelli commerciali. Trump ha sempre ritenuto questa separazione un errore. Secondo lui, l’accesso al mercato americano combinato con le garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti era un vantaggio talmente grande che gli alleati esteri sarebbero stati disposti a pagare un prezzo molto più alto di quello ottenuto dai suoi predecessori. Gli accordi recenti con UE e Giappone sembrano confermare questa intuizione. Il presidente crede anche che le istituzioni globali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio non servano gli interessi americani tanto quanto gli accordi bilaterali o, nel caso dell’UE, regionali. Non è necessario essere pro-Trump o favorevoli ai dazi per riconoscere che l’Omc ha deluso le grandi speranze con cui era stata lanciata. I nuovi accordi con l’UE e il Giappone mostrano il potenziale della strategia trumpiana del “dividi e conquista”. Naturalmente, ci sono interrogativi sulla durata e sul valore effettivo di questi accordi. Dato che Trump ha dimostrato di poter stracciare vecchi accordi con estrema facilità (anche uno, come il trattato commerciale tra Usa, Messico e Canada, che lui stesso aveva negoziato e firmato), i paesi stranieri potrebbero dubitare che egli rispetterà questi nuovi patti nel tempo. Con l’avvicinarsi della fine del suo secondo mandato, i governi esteri potrebbero temerlo meno e quindi esitare nel rispettare fino in fondo i propri impegni. La strategia commerciale di Trump deve affrontare anche altri ostacoli. I ricorsi legali contro l’uso da parte del presidente dei poteri d’emergenza per giustificare massicci cambiamenti nella politica tariffaria stanno avanzando nei tribunali. L’aumento dei prezzi causato dai dazi potrebbe minare il sostegno popolare al protezionismo. E sul lungo periodo, la maggior parte degli economisti concorda sul fatto che i dazi distorcono gli incentivi, indirizzano gli investimenti verso usi meno produttivi e rallentano la crescita. Notano anche che passare da accordi commerciali sanciti da trattati a intese esecutive che non vincolano i successori di un presidente aumenta di per sé i rischi e raffredda gli investimenti transfrontalieri. Esistono inoltre interrogativi sulle conseguenze a lungo termine della diplomazia dirompente e del realismo spinto in stile Trump sui sistemi di alleanza che storicamente hanno dato priorità alla stabilità e ai valori condivisi nella vita internazionale. Trump sembra convinto che la dipendenza economica e strategica degli alleati tradizionali dagli Stati Uniti li manterrà nel nostro campo anche se disapprovano gran parte delle nostre azioni. La Danimarca non ha lasciato la Nato per le minacce di Trump su un’eventuale acquisizione della Groenlandia. Il Giappone non si sta allineando alla Cina nonostante i nuovi dazi americani. Alcuni sostengono che questo cambierà col tempo, e che gli alleati disillusi degli Stati Uniti cercheranno un’indipendenza strategica o addirittura si avvicineranno ai nostri rivali. Ma ciò sembra improbabile. L’aggressività russa e le politiche predatorie cinesi in ambito commerciale e di sicurezza fanno più per rafforzare le alleanze americane di quanto Trump abbia fatto per indebolirle. Ma questi sono problemi per il futuro. Nel frattempo, anche chi deplora le conseguenze a lungo termine della politica commerciale di Trump può trarne delle lezioni. Per decenni, i presidenti americani hanno cercato invano di convincere gli alleati a condividere di più gli oneri della difesa e ad aprire i propri mercati ai prodotti americani. Poi è arrivato Trump, come un ariete, infrangendo regole e consuetudini. Dopo sei mesi di questa linea dura, i partner della Nato (Spagna esclusa) e Taiwan stanno tutti aumentando la spesa per la difesa. Il Giappone sta adottando politiche sempre più attive, mentre l’amministrazione Trump ridefinisce i termini del commercio. In un mondo cupo e pericoloso, anche gli alleati più liberali e democratici degli Stati Uniti tengono molto più al potere duro e agli interessi economici che non agli appelli ai valori condivisi. Donald Trump forse non vincerà presto un premio Nobel per l’economia. Ma sta tenendo una lezione magistrale sulle vere motivazioni e priorità degli alleati americani — una lezione che i suoi successori farebbero bene a non dimenticare».