Da Strasburgo a Ventotene: baruffe e gaffe delle 3 settimane più pazze del centrosinistra

La cronaca di tre settimane con i leader spiazzati su tutto

Fabrizio Roncone

Che si può dire di questo centrosinistra italiano? Non è il momento dei commenti, ma della cronaca. La cronaca dice tutto, spiega tutto. Rimettiamo insieme le baruffe, le contraddizioni, le votazioni laceranti, i viaggi strazianti (e un po’ comici), le lacrime nell’aula di Montecitorio e gli sghignazzi, le gravi gaffe di un ex premier e le incerte ambizioni di una aspirante premier, le perfidie tra capi e capetti, certe volte anche meno di capetti, più gli smarrimenti di leader dadaisti con partiti al 2% (scarso), più le scabrose avventure di certi gruppettari in Tesla e i fantasmagorici progetti pacifisti dei grillini indulgenti con Putin, noto criminale internazionale. Tutti insieme hanno acceso il frullatore: e si sono tuffati dentro. Tre settimane di un casino mai visto. Penoso? Penoso.

Quando scriviamo che a Palazzo Chigi, nonostante i giganteschi guai da affrontare in Italia e nel mondo, tengono sempre una bottiglia di bollicine in fresco per brindare al centrosinistra, scriviamo la verità.

Cos’altro c’è da fare, se non un bel cin cin! in alto i calici, il giorno in cui a Strasburgo, all’Europarlamento, la segretaria del Pd, Elly Schlein, cerca inutilmente di imporre la sua mediazione, quella dell’astensione sulla risoluzione che dà il via libera al piano Rearm, e così facendo però non solo rompe con il gruppo socialista, ma rischia d’essere sfiduciata dalla sua stessa delegazione (disastro evitato per un solo voto)? Dieci (e, ad un certo punto, addirittura undici: ma poi la Annunziata giura d’essersi sbagliata a votare, vabbé) i favorevoli al piano von der Leyen, in dissenso con Elly: tra cui la Picierno.

Pina Picierno, che è anche la vice-presidente dell’Europarlamento, marca con forza la sua posizione. Tipo tosto: nata a Santa Maria Capua Vetere, gavetta politica nei territori infestati dalla camorra, come riferimento «il mito Ciriaco De Mita», terza legislatura a Strasburgo, filo diretto con la Metsola e, dicono, con il Quirinale. Qualche titolo sui quotidiani: è lei che può sfidare Elly. Una suggestione, ma fino ad un certo punto. Perché l’autorevole Luigi Zanda (che interpreta diffusi sentimenti riformisti), ha già detto a La Stampa: «Serve un congresso».

E adesso? Per non pensarci, i dem si radunano in piazza del Popolo a parlare di Europa. L’idea è venuta, su Rep, a Michele Serra. Colpo d’occhio magnifico. In tanti provengono dal quartiere Prati e dai Parioli (disdette parecchie lezioni di yoga), introvabili gli operai, rari i giovani, in compenso c’è la Milano radical chic (da Vecchioni a Lella Costa), poi Augias e Jovanotti (collegato), il pacifismo ragionevole (di pochi) e quello visionario di molti (arrivati con i fiori da mettere nei cannoni). Accanto alla Schlein – avanza tra gli evviva e i baci, con l’aria di dire: «Davvero volete un congresso?» – tutti i partiti dell’opposizione (compreso il gran capo sinistrorso Nicola Fratoianni, che ha prudentemente parcheggiato la Tesla di famiglia sul Lungotevere, perché ormai le rigano per divertimento): ci sono tutti, tranne Giuseppe Conte. Il quale, essendo un vecchio amico di Trump, non se l’è sentita.

Potrebbe bastare. E, invece, quattro giorni dopo, Giorgia Meloni, a Montecitorio, se ne esce con la mandrakata sul Manifesto di Ventotene, criticandolo con durezza. In un colpo: manda un messaggio complice a Washington e sposta l’attenzione dai suoi enormi problemi di collocazione (stare con l’Europa o con Trump e quel ketaminico di Musk?). I dem abboccano. E organizzano un viaggio della memoria sull’isola, dove fu pure girato «Ferie d’agosto», il mitico film di Virzì. Sul traghetto, oltre ai fantasmi di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Sandro Molino (Silvio Orlando), salgono in 250 (però 50 sono giornalisti e fotografi). Ma Elly? Aveva un impegno. E Calenda? Lascia stare, manco era d’accordo. Conte? (silenzio mortificato).

La gita non è però del tutto inutile. Perché si rivela un magnifico assist al centrodestra. Una giornalista di Quarta Repubblica piazza infatti il microfono davanti a Romano Prodi. E gli fa una domanda su Ventotene. E Prodi che fa? Prima borbotta, poi le dà una tirata di capelli. Possibile? Il povero Porro, in realtà, per qualche giorno è costretto ad arrabattarsi con il Var. Perché ha la parola della sua cronista e solo immagini sporche, si vede e non si vede, mentre Prodi nega: «Le ho messo una mano sulla spalla!». Ma è una tragica bugia. E la scopre Giovanni Floris, che manda in onda un filmato inequivocabile. Scatenando pure un giallo nel giallo: è la ripresa d’un cellulare, chi te l’ha passata? Nel Pd sospettano «fuoco amico». Un sospetto stupido. Perché, come si sa, al Nazareno c’è un bel clima.

E così: mentre la guardia scelta del convento (da Boldrini a Stumpo) medita tremenda vendetta contro la Picierno, accusata d’aver ricevuto un gruppo di riservisti israeliani vicini a Netanyahu, Elly resta basita quando vede ciò che accade sul palchetto del congresso di Azione. Prima, c’è Calenda che dice: «L’unico modo per avere a che fare con i 5 Stelle è cancellarli» (un crisantemo nel cimitero del campo largo). Poi ecco salire addirittura la Meloni, ospite d’onore: «Il Pd immagina l’Europa come una grande comunità hippy demilitarizzata?» (battuta con un suo perché).
Da segnalare, infine: 1) Prodi stava per sbroccare pure con un’inviata dello Stato delle cose 2) Renzi: «Calenda pensa che la Meloni sia una statista. Io, una influencer» 3) grande attesa per il corteo romano dei grillini di sabato prossimo, con i dem incerti se andare, of course 4) da Floris è ricicciato Ernesto Ruffini, aspirante politico di professione. Solo che era seduto accanto a Massimo Giannini. Il quale, per mestiere, eloquio, visione politica, se l’è (quasi) mangiato.