Il bilancio internazionale del presidente Usa finora è molto deludente. La questione Ucraina non si è risolta e continua il braccio di ferro con la Cina
Fra i tanti luoghi comuni che non hanno superato la prova dei primi cento giorni del Trump 2, c’era l’idea che l’Uomo Forte si sarebbe messo d’accordo con i suoi simili, per formare un trio di autocrati con Putin e Xi, e governare il mondo da questo direttorio. È difficile dire se quest’idea sia mai stata veramente nella testa di Trump, o se gli sia stata attribuita dai suoi avversari politici per demonizzarlo. Io tenderei a distinguere fra i toni che lui usa – il “rispetto” evidente verso dei leader di superpotenze – e la sostanza di quello che fa: i superdazi alla Cina non sono stati un gesto amichevole. Sta di fatto, comunque, che la realtà delle relazioni internazionali in questi primi cento giorni ha preso una piega ben diversa rispetto allo scenario della collusione fra i tre Uomini Forti. Un altro caso in cui gli eventi fanno giustizia delle teorie.
Ieri Trump ha esternato sui social la sua delusione per il comportamento di Putin in Ucraina. Reagendo a uno dei più terribili bombardamenti russi su Kiev, il presidente americano ha scritto «Vladimir, STOP! 5000 soldati muoiono ogni settimana. FACCIAMO questo accordo di pace». A parte i caratteri cubitali, per adesso Trump non ha indicato quali prezzi lui farebbe pagare a Putin in caso di mancato accordo.
Gli ultimatum via social media non sono una prerogativa del solo Trump: pure Biden lanciò degli altolà di analogo tenore, magari assortiti da qualche insulto (il memorabile “macellaio”). Però Trump ha sempre descritto la politica estera di Biden come fallimentare, in particolare sull’Ucraina, mentre aveva promesso di raggiungere un accordo di pace in 24 ore, poi prolungate a cento giorni. Ci siamo, il centesimo giorno si avvicina, la pace è lontana. Da Mosca giungono segnali molto bellicosi. In occasione della Pasqua ortodossa il capo della chiesa moscovita (il patriarca Kirill, un alleato stretto di Putin) ha inneggiato alla vittoria finale nella guerra, non ha mai usato la parola pace. Sui social russi l’ultimatum di Trump con quello «STOP» a caratteri cubitali è stato dileggiato.
In Europa le difficoltà nel rapporto Trump-Putin possono suscitare sollievo, forse perfino compiacimento e un senso di rivalsa. Se il dialogo tra quei due è già finito in una impasse, qualcuno giudicherà che Trump ha la lezione che si merita: ben gli sta, impara a fidarsi di un autocrate sanguinario e a ordire una pace ingiusta umiliando l’Ucraina. Altri pragmaticamente vedranno il vantaggio: a giugno all’Aia, quando Trump verrà in Europa per il summit della Nato, sarà un po’ meno cattivo con gli europei e un po’ meno scettico sull’alleanza atlantica, se Putin lo avrà deluso.
Intanto bisogna riconoscere che il piano di pace americano è meno peggio di quanto si temeva all’inizio: per esempio, non offre a Putin nessun limite futuro sulla dimensione delle forze armate ucraine, né esclude che altri paesi (l’Europa o gli stessi Stati Uniti) possano contribuire alla sicurezza di Kiev contro nuove aggressioni dalla Russia. In quanto al riconoscimento dell’annessione della Crimea, questo gesto verrebbe solo dall’America e non coinvolgerebbe l’Ucraina. Rimane un progetto di accordo con delle clausole dure e difficili da accettare per l’Ucraina, ma evidentemente non abbastanza squilibrato in favore degli interessi russi. Nelle ultime settimane si è cominciato a delineare un tacito accordo Usa-UE su una divisione dei compiti: a Trump il ruolo di mediatore con Putin, mentre gli europei continuano a lavorare sugli aiuti militari da mettere in campo per garantire la futura sovranità e sicurezza dell’Ucraina. Nell’entourage di Trump sono tornate a farsi sentire le voci anti-Putin: dopotutto, il partito repubblicano non ha una tradizione russofila, anche se esistono da sempre correnti di pensiero conservatrici che invocano una realpolitik e accordi pragmatici fra superpotenze. Visti i numerosi voltafaccia che Trump ha già compiuto in questi primi cento giorni (vedi paragrafo successivo: dazi e Cina), non si esclude che il suo tono verso Putin possa cambiare, e che sul tavolo tornino perfino delle ipotesi di sanzioni.
La Cina è l’altra fonte di delusioni per il presidente americano. Dopo l’annuncio dei suoi superdazi, Trump si aspettava che Pechino offrisse la sua disponibilità a un negoziato. Per adesso invece Xi Jinping si è limitato a rispondere con delle ritorsioni pressoché simmetriche. Anche sui media cinesi, come su quelli russi, il tono è di sfida: è stata rispolverata addirittura la retorica di Mao Zedong ai tempi della guerra di Corea.
Piccola parentesi storica: quel conflitto di 75 anni fa, nato in seguito all’invasione criminale della Corea del Nord ai danni del Sud, rimane ad oggi l’unica occasione in cui soldati americani e soldati cinesi si combatterono fra loro e si uccisero. Durò dal 1950 al 1953 e finì in un sostanziale pareggio. Quella era una Cina poverissima – per colpa delle folli politiche di Mao – ma con un leader disposto a far pagare al proprio popolo qualsiasi prezzo. È significativo che in questi giorni tornino in voga espressioni e linguaggio usati allora da Mao. Per adesso nulla fa temere o prevedere una vera guerra fra Cina e Stati Uniti, anche se spesso Xi accusa gli americani di voler bloccare l’ascesa della sua nazione ad ogni costo, e di essere dei nostalgici della guerra fredda. Al momento tra le due superpotenze è in atto un braccio di ferro sul terreno economico e commerciale, oltre che una gara per la supremazia nelle tecnologie e per l’egemonia geostrategica nel Pacifico.
Xi sta presentando lo scontro sui dazi, al suo popolo e al mondo intero, sotto forma di una sfida “sistemica”, che mette alla prova anche la forza relativa di due modelli politici e valoriali. Il richiamo al linguaggio di Mao allude proprio a quello. Di fronte allo spettacolo di un Trump che ha già più volte cambiato posizione – sotto la pressione dei mercati finanziari o delle lobby economiche Usa – e di un potere esecutivo americano che deve vedersela con tanti contropoteri – magistrati, Stati governati dai democratici, media – Xi è convinto che prevarrà il sistema autoritario cinese, più solido, stabile, centralizzato, governabile, capace di tener duro nei tempi lunghi. E anche di infliggere privazioni e sofferenze al proprio popolo, se necessario.
Xi si allinea con Putin anche in questo, in fondo la “guerra santa” che il patriarca ortodosso di Mosca prevede coronata dalla vittoria russa, ha lo stesso significato. Prevarranno i totalitarismi nel confronto con l’America decadente e corrotta.
Osservo che questa loro narrazione è diventata sempre più popolare anche in Occidente, fra tutti coloro che odiano Trump (i democratici Usa e i media a loro vicini; tanti europei). Pur di vedere il bullo americano sconfitto e umiliato, molti finiscono per auspicare una vittoria dei suoi avversari. Anche a costo di ignorarne tutte le debolezze. Per esempio: il fatto che Putin abbia dovuto sbattere in carcere un generale che aveva accusato i vertici russi di incompetenza e corruzione, o il recente attentato esplosivo che ha ucciso un altro generale russo, sono segnali che in altri tempi avrebbero avuto più attenzione in Occidente. Lo stesso vale per i tanti problemi che affliggono l’economia cinese: oggi descritta come una invincibile macchina da guerra destinata a dominare il mondo, in realtà è vulnerabile proprio per la sua dipendenza dai mercati esteri, e ha problemi sociali acuti come la disoccupazione giovanile di massa. Ma ogni sfumatura di grigio viene ignorata perché oggi “il nemico da battere” è uno solo, lo Zio Sam.
Non c’è dubbio che Trump arrivi al traguardo dei suoi primi cento giorni con un bilancio internazionale molto deludente. Bisogna augurarsi che riveda presto le sue posizioni, come ha già dimostrato di poter fare. So che citare Winston Churchill nel contesto trumpiano è molto opinabile, però ricordo che lo storico premier britannico che guidò la resistenza ai nazifascismi nella seconda guerra mondiale disse dell’America: «Si può essere sicuri che farà la scelta giusta, dopo aver provato tutte quelle sbagliate». Lo cito perché perfino l’America di Trump conserva una caratteristica tipica delle democrazie: può cambiare rotta. Può farlo anche perché un cambio di politica non implica la caduta di un regime, il crollo di un sistema di potere. Per le vere potenze autoritarie invece l’ammissione di un errore può sembrare una irrimediabile perdita di credibilità, o quantomeno aprire la strada a purghe e decapitazioni (accadde sotto Mao, poi Deng Xiaoping, e agli esordi dello stesso Xi). In quanto agli europei che pur di vedere umiliata l’America tifano per Cina e Russia, “be careful what you wish for…”. Il proverbio dice: «state attenti a cosa auspicate», e poi prosegue «perché il vostro auspicio potrebbe avverarsi».



