Così l’Ai sta «McDonaldizzando» la scrittura.

L’antidoto? La schizofrenia di Stevenson e l’ironia di Calvino

Come aveva anticipato lo scrittore sanremese, oggi un paper scientifico studia gli effetti di «omogeneizzazione» della cultura. Cosa accade quando la nostra mente mangia solo snack sempre simili?

MASSIMO SIDERI

«L’Organizzazione per la Produzione Elettronica di Opere Letterarie Omogeneizzate» (Oephlw), mi ha offerto i suoi servigi. Non è la prima volta che mi mandano qualcuno dei loro incaricati. I loro inviti a firmare un contratto si fanno sempre più pressanti, anzi minacciosi. Ora m’hanno mostrato alcuni campioni del loro lavoro: capitoli di romanzi che io non ho mai scritto e che appaiono molto più «miei» di tutto quello che ho mai scritto. C’è un cervello elettronico, non so dove, che funziona esattamente come il mio cervello».
Come già segnalato un’altra volta grazie alla curiosità della professoressa e direttrice del Laboratorio Calvino, Laura Di Nicola, il «Corriere» pubblicava questo inedito di Italo Calvino nel 1986, un anno dopo la sua scomparsa. In questo caso lo ripropongo non tanto come ulteriore prova della capacità dello scrittore sanremese di ragionare avvedutamente sul futuro della cibernetica e della scrittura, quella che oggi chiamiamo intelligenza artificiale generativa, ma per l’uso geniale di un aggettivo: omogeneizzate.

Oltre 40 anni dopo, un paper scientifico pubblicato lo scorso marzo da Zhivar Sourati dell’Università della California Meridionale (et al.) sta facendo molto discutere. Il titolo svela il legame tra i due lavori: The homogenizing effect of large language models on human expression and thoughtTradotto: L’effetto di omogeneizzazione dell’AI generativa sulle espressioni umane e sul pensiero. Non si tratta solo di ricevere da un po’ di tempo email tutte uguali, di vedere progetti presentati alle riunioni aziendali tutti stranamente uniformi, precisi quanto piatti, di sentire espressioni che ritornano in maniera ridondante a tal punto da far rimpiangere tra un po’ il burocratese («Combattere l’astrattezza del linguaggio!», sempre Calvino). 

Italo Calvino

Questi segnali che forse stiamo notando tutti – chi più, chi meno, anche a seconda chiaramente delle professioni che si esercitano – sarebbero soltanto la buccia del frutto avvelenato dell’omogeneizzazione che aveva intravisto Calvino stesso. 

Sourati va anche oltre insieme ai suoi coautori: parla di McDonaldizzazione della cultura a causa dell’AI. 

Il concetto non è nuovo: «The McDonaldization of Society» è un noto testo del 1993 del sociologo americano George Ritzer. Nonostante l’uso del termine possa sembrare, a prima vista, del tutto dispregiativo, in realtà la McDonaldizzazione della società rappresenta un concetto complesso e in parte positivo. Secondo la teoria di Ritzer, seguendo il modello McDonald’s tutto nella società sta diventando efficiente (cioè si fa nel minor tempo possibile), controllabile, calcolabile e prevedibile. Oggi abbiamo perlopiù dimenticato che McDonald’s all’inizio non era affatto sinonimo di fast food e di bassa qualità accessibile a tutti ma era la storia di incredibile innovazione e coraggio dei fratelli McDonald e di Ray Kroc, l’uomo che fece del sogno di due uomini sopravvissuti alla grande crisi del 1929 un impero reale, grazie anche a una certa dose di spregiudicatezza (sul tema, se non lo avete visto, merita il film con Michael Keaton «The founder»). 
Da notare che dietro la teoria di Ritzer c’è il pensiero di Max Weber («L’etica protestante e lo spirito del capitalismo»).

Qual è il punto? Che se la teoria di Ritzer può forse funzionare per gli ambiti quotidiani della vita e per le relazioni economiche, dove tutto avviene tramite una negoziazione, trova la sua naturale eccezione nella cultura e nel pensiero. 

Cosa accade quando la cultura e il pensiero si fanno misurabili, prevedibili e controllabili? Nulla di buono. Bene che vada scivoliamo nella banalità. 

Le metafore del cibo e della McDonaldizzazione si prestano particolarmente bene anche a spiegare gli effetti di medio e lungo termine sui processi di conoscenza. Mettiamo difatti che l’informazione, la musica, un libro, un saggio, una poesia, una riflessione diventino come uno snack: spuntini veloci, efficaci, magari leggeri ma ripetuti durante la giornata. Una sorta di pasto parcellizzato e continuo. È innegabile che la fruizione da social network – ma più in generale la fruizione digitale – tenda a presentarsi con queste caratteristiche. Bene, nel nostro organismo nulla accade se ogni tanto sgarriamo e ci fermiamo a una macchinetta, paghiamo, digitiamo, prendiamo il nostro snack al cioccolato e ci regaliamo un momento di (apparente) piacere. Occhio però: si tratta di zuccheri processati e complessi, magari grassi animali sotto forma di gelatine. Una volta non fa nulla, più volte alla settimana inizia a far sentire i propri effetti, spesso diventa dannoso. 

Per il nostro cervello il processo non è diverso: si nutre di informazioni. Dunque, le informazioni-snack o le informazioni e i dati-fast food mangiati in continuazione fanno male. Il microbiota mentale si abitua a semplificazioni, rapidità, scarsa concentrazione (il populismo deve aver studiato questi fenomeni con attenzione).

Quando tutto diventa omogeneo e omogeneizzato il risultato può essere simile ai cibi che diamo ai nostri figli nei primi mesi di vita. Saranno anche sicuri e controllati, ma provate a mangiare tutta la vita omogeneizzati…
Tutto questo senza nemmeno aprire il vaso di Pandora delle fake news, che merita un argomento a parte (è come se negli snack trovassimo ogni tanto alimenti diversi da quelli segnati sulle etichette e chiaramente di qualità ancor più dubbia).

Ora, come fare a fuggire dalla omogeneizzazione della cultura?

Esiste una qualche strategia di resilienza analogica?

Qualche consiglio ci viene dal passato (come sempre).
Prendiamo Robert Louis Stevenson. Come Calvino Stevenson è stato colpito diffusamente da un pregiudizio: essendo noto per «L’isola del Tesoro» viene erroneamente considerato un autore per l’adolescenza. In realtà oltre ad avere scritto “Le nuove mille e una notte” (imperdibile il primo racconto, «Il club dei suicidi», che ruota intorno a una comunità di ricchi annoiati dalla vita che, anelando il suicidio senza averne il coraggio, partecipano a segrete partite a carte nella speranza di vincere il teschio che dà il diritto ad essere «suicidati» da un compagno di gioco), Stevenson ha scovato un filone d’oro in uno degli argomenti scientifici dell’Ottocento, la schizofrenia. 

Non era una strategia inedita. Per esempio, anche Frankenstein nasce dalle letture sui dibattiti dell’energia, la vita e il galvanismo di cui Mary Shelley leggeva sui giornali. Stevenson scrisse usando e sfruttando l’argomento allora in voga della schizofrenia diversi racconti fino a sognare una notte, in mezzo ai deliri della tubercolosi che lo inseguì tutta la vita fino a dargli la morte molto giovane, la scena del Dottor Jekyll che beve la sua pozione trasformandosi in Mister Hyde. 

Svegliato dalla moglie, le disse: «Perché hai interrotto il mio bellissimo incubo!». 

Forse non tutti ricordano che la pozione, in realtà, era stata inventata per dividere il bene dal male (ovvero, se Jekyll fosse stato al 51% buono non sarebbe diventato un mostro ma un angelo). Alla fine, la morte di uno dei due comporta la morte di ambedue. Proprio come ne «Il ritratto di Dorian Gray», di Oscar Wilde, che difatti si era ispirato a Stevenson. Quasi un secolo dopo Calvino avrebbe scritto «Il visconte dimezzato», reinventando il tema. Non casualmente: Calvino aveva dedicato la tesi a Stevenson. Ecco come un’idea nuova messa in mano a un genio emulato da altri geni può sconfiggere l’omogeneizzazione della cultura, aprendo percorsi inesplorati. Solo che bisognebbe continuare a farlo in continuazione. L’inverso della McDonaldizzazione.  

La mia trilogia su Italo Calvino e l’intelligenza artificiale