Cia, Pentagono e alleati
L’Avana è tra i dossier prioritari per la Casa Bianca. La task force speciale dedicata a Cuba
Guido Olimpio
Donald Trump cerca di uscire dalle sabbie del Golfo ma intanto studia mosse ai Tropici. È come un vecchio film che ritorna. La Cia, i partner della regione, le operazioni clandestine e sullo sfondo Cuba, isola assediata da decenni e in condizioni disperate. Lo scontro con l’Iran non ha impedito alla Casa Bianca di varare iniziative dal Pacifico ai Caraibi. Passi concreti, alcuni annunciati ai quattro venti, altri messi sotto la coperta.
E allora ripartiamo da «lei», da Langley, la Cia. L’agenzia ha creato una task force speciale dedicata al dossier cubano. I suoi agenti devono aumentare le fonti, analizzare la situazione, valutare possibili candidati alternativi all’attuale leadership. A conferma dell’importanza del bersaglio gli Stati Uniti hanno inserito l’Avana nella lista delle priorità insieme a Cina, Iran e Russia. Dettagli rivelati di recente dal New York Times.
Rivivono i ricordi del disastro della Baia dei Porci, con il fallito sbarco, o i legami con la mafia per eliminare Fidel avvelenandogli i sigari e chissà cos’altro. Sono passati decenni, il regime è più debole, la Russia deve pensare all’Ucraina, la Cina si limita a mandare pannelli solari per illuminare le notti cubane e il facile colpo di mano che ha portato alla cattura del leader venezuelano Maduro ha «incoraggiato» The Donald a rimettere Cuba nel mirino. Un file mai dimenticato dal presidente.
La Casa Bianca, in parallelo, ha dato carta bianca al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha annunciato la creazione della Joint Task Force Western Hemisphere diretta dal generale dei Marines Francis Donovan. Ne fanno parte 19 Paesi del continente, ha potere di coordinamento tattico e strategico per interventi in comune. Non è una cosa da poco perché mette a disposizione di Washington tante «bandiere» e qualsiasi iniziativa può essere presentata come un piano condiviso con gli alleati.
Questi stessi governi partecipano all’Americas Counter Cartel Coalition, organizzazione che deve battersi contro i trafficanti di droga. Di questi, almeno cinque si sono detti pronti a interventi in tandem con gli americani: Ecuador, Guatemala, Honduras, Jamaica e Colombia. Proprio il presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha invocato «la collera di Dio» e la mano pesante nei confronti dei narcos aprendo la strada a strike statunitensi sul proprio territorio.
È un’estensione della campagna iniziata dal settembre 2025, con droni e velivoli Usa impegnati nel dare la caccia agli scafi che portano coca verso Nord lungo la rotta pacifica e caraibica. Già 66 le incursioni, oltre 200 i morti, specie nel quadrante dell’Ecuador. Con una sorpresa. Parziale. La Cia, stando alle rivelazioni dei media, ha affiancato la Difesa e ha condotto attacchi letali che hanno coinvolto sia criminali che poveri pescatori. Un secondo programma top secret emerso dopo le testimonianze di alcuni scampati.
I paramilitari della Cia indossano divise senza distintivi di riconoscimento, usano battelli veloci e impiegano piccoli droni in grado di sganciare ordigni. Sono aiutati dalla ricognizione di un aereo, codice Fenix 101, rischierato sulla pista di Ilopango, in El Salvador. Sarebbe di proprietà di una società con indirizzo una casella UPS in Virginia. Anche qui un ritorno: la base venne utilizzata a metà degli anni ’80 per assistere la guerriglia dei contras in Nicaragua.
La linea dura funziona? Fonti della sicurezza citate dal Washington Post hanno parlato di un impatto ridotto. Come prevedibile i boss si sono adattati dirottando i carichi su piccoli aerei oppure scegliendo percorsi alternativi. La droga scorre ed è sempre più pura.



