«Con Trump nessuno può fidarsi dell’America. Ora è il momento dell’Europa»

L’ex capo della pianificazione strategica del Dipartimento di Stato con Obama: «Il presidente sta usando un’ascia contro l’ordine mondiale e indebolisce gli Stati Uniti. L’Europa non aspetti il suo successore: deve costruire la propria difesa. La mia paura più grande? Un mondo senza più regole». E sull’AI: «Serve una governance globale, ma temo che ci vorrà una crisi»

Giuliana Ferraino

«Nessuno può fidarsi di noi con Trump al comando». Anne-Marie Slaughter non usa mezzi termini per descrivere la frattura aperta dal presidente americano con gli alleati. Professoressa emerita a Princeton, prima donna a guidare il Policy Planning del Dipartimento di Stato con Hillary Clinton nell’amministrazione Obama, e dopo tredici anni alla guida del think tank New America, sta per diventare Dean della School of Public Policy della London School of Economics. Eppure non considera irreversibile il declino del legame transatlantico. L’Europa, avverte, però non può aspettare il prossimo presidente degli Stati Uniti: deve imparare a difendersi e prepararsi a un ordine mondiale nel quale Washington non sarà più «la nazione indispensabile».

Lei ha detto recentemente che il vecchio consenso della politica estera americana, costruito attorno alla Nato e alla relazione transatlantica, si sta dissolvendo. Trump sta accelerando questo processo oppure sta semplicemente rivelando un cambiamento dell’America che sarebbe avvenuto comunque?
«Trump sta certamente accelerando il processo, non c’è dubbio. Ma le crepe esistevano già. Tra Europa e Stati Uniti, e all’interno della Nato, c’è sempre stata una tensione. È così da quando studio le relazioni internazionali. E da molto tempo esiste anche la richiesta di una maggiore condivisione degli oneri. Obama riunì tutti i Paesi della Nato a Chicago e disse: “Dovete arrivare a pagare il 2%”. Ciò che è veramente diverso è che Trump non possiede una visione fondata sui valori. Non ha la consapevolezza che siamo Paesi liberal-democratici, che credono nelle stesse cose, e che questo ci tiene uniti tanto quanto la minaccia rappresentata da un altro Paese. Non ha questo senso di appartenenza comune. E non credo che, su questo, rappresenti la maggioranza del popolo americano. Non penso neppure che la Nato si dissolverà formalmente. Ma oggi la maggioranza degli americani si chiede perché dovremmo spendere così tanto per difendere gli europei quando abbiamo tante altre spese da sostenere in patria e altre minacce da affrontare nel mondo. Trump sta dunque accelerando questo processo e lo sta facendo in un modo brutto e offensivo. Ma era un’evoluzione che sarebbe avvenuta comunque».

L’Europa può ancora fidarsi degli Stati Uniti? E, se la risposta è no, che cosa dovrebbero fare i leader europei invece di aspettare semplicemente il prossimo presidente americano?
«L’Europa certamente non dovrebbe aspettare il prossimo presidente. Abbiamo già avuto Biden che ha dichiarato: “Siamo tornati”. Ma avevamo vissuto qualcosa di simile con Obama dopo George W. Bush. Poi abbiamo avuto Trump, quindi Biden che ha detto “America is back”, e poi di nuovo Trump. Penso che qualunque europeo aspetti semplicemente il ritorno di quella situazione sia folle. È irresponsabile. Potrebbe anche accadere, ma esiste una possibilità concreta che gli Stati Uniti non siano più affidabili nello stesso modo. Continuo a pensare che l’alleanza proseguirà, ma un leader europeo responsabile deve sviluppare la capacità di difendere l’Europa con l’aiuto degli Stati Uniti, senza però considerarli l’attore centrale. Credo che lo si veda già in Ucraina. Gli Stati Uniti dicono: “Certo, forniremo armi all’Ucraina, ma con i soldi europei. Non lo faremo da soli”».

Ma possiamo fidarci dell’America?
«Ci si può fidare, nel lungo periodo, del fatto che gli Stati Uniti attribuiscano valore alla loro storia con l’Europa, ai valori comuni, ai rapporti economici e alla consapevolezza che insieme siamo un soggetto molto più forte sul piano globale. Non ci si può invece fidare del fatto che la nostra politica riesca a tradurre concretamente quel consenso in un modo capace di rispondere alle necessità dell’Europa in un determinato momento. In questo momento siamo ossessionati da noi stessi».

Trump ha scritto su Truth Social che, se la Federal Reserve non taglierà i tassi, interromperà gli scambi commerciali con i Paesi nei confronti dei quali gli Stati Uniti hanno un deficit. Diventa difficile sapere che cosa accadrà persino in economia.
«Sì. Nessuno può fidarsi di noi con lui al comando. È interessato soltanto al proprio potere e alla propria volontà. Ma non sarà presidente per sempre. La questione della fiducia è straziante, francamente, perché ci sono moltissimi europei e americani che attribuiscono un valore profondo all’Europa, a ciò che rappresenta e alla nostra storia comune. Ma c’è anche una generazione diversa di americani. Circa la metà degli americani sotto i trent’anni ha origini in Africa, America Latina o Asia. Non ha gli stessi legami con l’Europa, non condivide la stessa storia e quindi non pensa necessariamente che questa alleanza sia qualcosa di automatico. L’Europa deve continuare a volere l’alleanza e a lavorare con gli americani ogni volta che è possibile, ma non deve presumere che noi saremo presenti nel momento in cui avrà bisogno di noi».

Trump ha promesso di mettere l’America al primo posto. Ma la sua politica estera sta davvero rendendo l’America più forte oppure sta distruggendo le alleanze e la credibilità che hanno reso potenti gli Stati Uniti?
«Martin Wolf ha scritto recentemente che Dean Acheson, il segretario di Stato americano del secondo dopoguerra, disse di essere stato “presente alla creazione” dell’ordine mondiale. Noi oggi siamo presenti alla sua distruzione. E penso davvero che Trump, indipendentemente dal fatto che stia soltanto accelerando un processo già in corso, stia usando un’ascia e un piede di porco contro l’ordine mondiale. Sta assolutamente indebolendo gli Stati Uniti. Può anche ricordare ad alcune nazioni che siamo potenti e che dovrebbero avere paura di noi. Ma governare attraverso la paura, anziché attraverso valori condivisi, significa rinunciare a una delle nostre risorse più importanti. Se si confrontano gli Stati Uniti con la Cina, noi avevamo amici in tutto il mondo. Ora i nostri amici, come minimo, stanno cercando di diversificare le proprie alleanze e di proteggersi. Guardate il Canada. I canadesi si sentono traditi. Avevano affidato la propria sicurezza e prosperità al rapporto con noi, sulla base dell’idea che, pur essendo due Paesi diversi, le cose che abbiamo in comune sono enormi. Ci vorranno generazioni per riparare questo danno».

Molti giovani europei non vogliono più andare negli Stati Uniti…

«Anche molti canadesi non vogliono più venire negli Stati Uniti. Molti non partecipano più alle conferenze che organizziamo negli Usa. È un danno enorme. È come se dicessimo al Canada: “Siete parte del nostro Paese”. Non lo abbiamo invaso, ma stiamo conducendo una guerra economica».

Lei sta lasciando New America e si trasferirà a Londra per diventare Dean della School of Public Policy della London School of Economics. Vivere sotto una seconda presidenza Trump ha influito sulla sua decisione? Sta lasciando l’America anche per quello che l’America è diventata?
«No, no. Anzi, come americana sento che è mio dovere restare e combattere per la democrazia e per l’America in cui credo. Questo era semmai un argomento contrario alla mia decisione. Me ne vado perché ho trascorso gli ultimi tredici o quindici anni, dentro e fuori dal governo, cercando di fare esattamente questo. La LSE mi offre l’opportunità di mettere a frutto un’intera carriera trascorsa a studiare le politiche pubbliche, a lavorarci e a cercare di farle funzionare. Spero di poter aggiornare i programmi e il modo in cui insegniamo agli studenti provenienti da tutto il mondo a cambiare il mondo, a realizzare concretamente le cose e a produrre un impatto duraturo. Per me si apre un’altra stagione di leadership. È l’opportunità di svolgere questo lavoro su una piattaforma globale e di mettere a frutto le conoscenze accumulate in quarant’anni».

Lei ha lavorato ai massimi livelli del Dipartimento di Stato. Pensa che i danni arrecati da Trump alle istituzioni americane e alla posizione internazionale degli Stati Uniti possano ancora essere riparati oppure alcuni cambiamenti sono ormai permanenti?
«Non credo che certi cambiamenti possano essere invertiti nel senso di tornare al mondo del XX secolo. Penso che in futuro le persone guarderanno indietro e diranno: c’è stato il XX secolo, che sostanzialmente è continuato fino al 2024. Le istituzioni hanno retto. Poi è arrivata una combinazione di Putin e Trump. La Russia ha invaso l’Ucraina e questo ha ricordato a tutti che poteva ancora esserci una guerra in Europa. Trump, poi, ha di fatto dichiarato che tutti i vecchi modi di fare non valevano più. Ora il compito è costruire un ordine migliore per questo secolo, perché dobbiamo affrontare tutte le minacce del XX secolo, alle quali si aggiungono il cambiamento climatico, le pandemie e l’intelligenza artificiale. È un’epoca esistenziale. I miei figli non riescono davvero a vedere il tipo di futuro che io riuscivo a immaginare. Si preoccupano che possa finire l’acqua, che arrivi un’altra pandemia, che l’intelligenza artificiale prenda il controllo del mondo.
Gli Stati Uniti avranno un ruolo importante, anche perché siamo diventati un Paese ancora più globale. Soltanto circa metà degli americani ha origini europee; l’altra metà ci collega all’America Latina, all’Asia e all’Africa. Ma dobbiamo recuperare i nostri valori e dobbiamo farlo in patria. Non siamo il Paese delle opportunità che diciamo di essere. Non siamo il Paese dell’uguaglianza. Non siamo all’altezza di ciò che affermiamo di rappresentare. Non lo siamo mai stati completamente. Quando parlo di una generazione, penso ad almeno un decennio, forse due, durante i quali continueremo a cercare di risolvere i nostri problemi politici. In quel periodo non ci ritireremo completamente dal mondo, ma saremo molto concentrati su noi stessi. Potremo confrontarci con la Cina quando ciò sarà utile ai nostri interessi, ma Madeleine Albright diceva che gli Stati Uniti erano “la nazione indispensabile”. Lo diceva da persona di origine ceca, intendendo che, se nel mondo c’era un problema, quello era anche un problema degli Stati Uniti. Non credo che sarà questo il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine».

Chi potrebbe assumere la leadership mentre l’America cerca di ricostruire se stessa?
«Penso che saranno molti Paesi a esercitare la leadership. Se guardiamo al Medio Oriente, vediamo la Turchia, il Pakistan e l’Arabia Saudita che cercano di creare nuove forme di organizzazione e cooperazione. Se guardiamo alla Nato, abbiamo i Paesi artici e baltici che dicono: proteggeremo le nostre infrastrutture e l’Artico. Abbiamo la Gran Bretagna che riunisce molti Stati per garantire la libertà di navigazione. E il Canada che lavora con numerose potenze medie. Penso quindi che gli Stati Uniti e la Cina possano restare al centro della competizione economica, ma un nuovo ordine globale dovrà essere costruito attraverso molte coalizioni sovrapposte di potenze medie e piccole. Non dipenderà soltanto dalle superpotenze».

È ottimista sull’Europa?
«Sì, molto. Sono nata nel 1958, subito dopo i Trattati di Roma. Per gran parte della mia vita l’Europa non era ancora ciò che è diventata successivamente. Poi, nel 1992, improvvisamente c’era il mercato unico. Dopo sono arrivati l’euro e Schengen. È un risultato straordinario. Naturalmente si può anche tornare indietro. Non penso che il progresso sia automatico. Ma il progetto europeo era partito anche dalla Comunità europea di difesa del 1954, che non funzionò. Ora è arrivato il momento. Se l’Europa riuscirà a costruire una capacità di difesa collettiva e, allo stesso tempo, a coltivare le relazioni tra gli europei e tutti i Paesi da cui provengono oggi i cittadini europei — perché tutti i Paesi europei sono ormai molto diversi — penso che, sotto molti aspetti, questo sia di nuovo il momento dell’Europa».

Che cosa la spaventa maggiormente oggi: la Russia e la Cina che sfidano l’Occidente, le guerre oppure la possibilità che gli Stati Uniti non siano più disposti a guidare il mondo democratico?
«La paura più grande è che non sappiamo più nemmeno quali siano le regole. Per molto tempo abbiamo avuto le Nazioni Unite e delle regole che, naturalmente, venivano anche violate. Ma se pensiamo alla prima guerra in Iraq, alla Serbia o persino al 2022, quando Putin ha invaso l’Ucraina, c’è stata una risposta globale: questa è una violazione della sovranità territoriale, non si può fare. Questa è la regola. Ora non siamo più così sicuri che lo sia ancora. Come abbiamo visto con il blitz americano in Venezuela. La paura è il caos. In un mondo caotico tutti stanno peggio. E in un mondo di caos, con droni, intelligenza artificiale, incendi e alluvioni, si diffonde la sensazione che nessuno abbia il controllo. Questo fa molta paura».

L’intelligenza artificiale la spaventa? Teme che possa sfuggire al controllo?
«Sì. Non vorrei avere paura, ma quando gli scienziati che rispetto di più mi dicono che dovrei averne, penso che dobbiamo preoccuparci. Ma come possiamo intervenire? Anche se gli Stati Uniti svolgessero ancora il loro vecchio ruolo, sarebbe molto difficile, perché non riguarda soltanto i governi. Una cosa è dire: “Io non costruirò armi nucleari, se tu non costruirai armi nucleari”. Ma come possiamo imporre determinate regole a modelli che possono essere sviluppati ovunque, e non soltanto negli Stati Uniti? Serve una governance globale. Serve una capacità globale di applicare le regole. E questo richiederà un livello diverso di cooperazione».

È ciò che suggerisce Demis Hassabis, premio Nobel e cofondatore di DeepMind.
«E ha ragione. Ma la mia previsione è che avremo bisogno di una crisi. Spero che non sia una crisi delle dimensioni della Prima o della Seconda guerra mondiale, che hanno prodotto l’attuale ordine globale. Ma dovrà accadere qualcosa di molto diverso».

Nel 2012 lei scrisse sull’Atlantic il celebre articolo “Why Women Still Can’t Have It All”, dopo aver lasciato il Dipartimento di Stato anche per trascorrere più tempo con i suoi figli. Oggi anche Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha fatto una scelta analoga, dicendo di voler stare più vicina ai figli piccoli. A quasi quindici anni di distanza, significa che per le donne conciliare la maternità con una carriera ai massimi livelli resta ancora una missione impossibile?
«Penso che il mondo sia molto diverso. Quando qualcuno mi dice che vuole lavorare al National Security Council o ai massimi livelli del Dipartimento di Stato, io gli rispondo: “Benissimo, ma non vedrai la tua famiglia”. Non puoi dire al tuo capo: “Per favore, dica a quel Paese di non avere una crisi. Tornerò lunedì”. Non funziona così. Esistono incarichi ai massimi livelli del governo, in particolare nella politica estera o nella difesa, nei quali bisogna accettare che il mondo segue i propri tempi e che non lo si può fermare per la propria famiglia. Per questo dico alle persone: accettate questi incarichi per due anni, sapendo che si tratta di un sacrificio che anche la vostra famiglia sta facendo. Non sono lavori nei quali si possa raggiungere un vero equilibrio.

Ci sono però diverse cose che sono cambiate. La prima è che oggi il lavoro da remoto è possibile. Era una delle cose più difficili da ottenere, mentre ora ha reso più facile la vita dei genitori. La seconda è che negli Stati Uniti i padri sono realmente molto più coinvolti. Si sentono uomini dire: “Non accetterò quel lavoro perché perderei questa fase della vita della mia famiglia”. Oppure: “Non accetterò quel lavoro perché sono io il genitore principale e mia moglie porta a casa la quota maggiore del reddito familiare”. Dieci o quindici anni fa era molto più raro.

La terza cosa è la consapevolezza che bisogna garantire assistenza ai bambini, agli anziani, alle persone con disabilità e a chiunque ne abbia bisogno. Questa è un’infrastruttura sociale importante quanto le strade, i ponti o la banda larga. Negli Stati Uniti esiste almeno un movimento in questa direzione, che durante l’amministrazione Biden è quasi riuscito a far approvare una riforma. Quando scrissi quell’articolo, nessuno parlava di “care”. Semplicemente non se ne parlava. Era qualcosa che le donne facevano in casa. Oggi le persone capiscono che è un pilastro, una delle fondamenta della società».

Quindi almeno oggi esiste una maggiore consapevolezza.
«Sì. E penso che molti più uomini comprendano questo problema. Allo stesso tempo, però, le donne non hanno ancora minimamente abbastanza potere: potere finanziario, politico, nei media. Se vivessimo davvero in un mondo anche soltanto vicino a una divisione del potere cinquanta e cinquanta, avrebbe un aspetto diverso. Non perché le donne siano fondamentalmente diverse dagli uomini, ma per i lavori che tradizionalmente abbiamo dovuto svolgere. Qualcuno deve svolgerli. Penseremmo in modo diverso a che cosa costituisce una vita piena e a come costruire società che si prendano cura degli altri».

George Clooney ha detto che rinuncerà alla regia perché altrimenti non riuscirebbe a vedere i figli.
«Sì, ed è una cosa meravigliosa. Abbiamo sentito atleti e professionisti dire la stessa cosa. Abbiamo sentito alti funzionari pubblici dire: “Ho fatto la mia parte. Ora devo tornare dalla mia famiglia”. Ed è esattamente la direzione nella quale dobbiamo andare: un mondo in cui gli uomini, i padri, dicano che stare con i propri figli e con i propri genitori è qualcosa di prezioso. Il lavoro, il denaro e il successo sono soltanto una parte di ciò che rende buona una vita».

Anne-Marie Slaughter posa per una foto di famiglia con il marito Andy Moravcsik e i loro due figli.
(Per gentile concessione di Penguin Random House)