Parla il famoso politologo, professore emerito di Harvard. “Donald non rappresenta tutta l’America: dai sondaggi emerge un grande sostegno alla Nato”
articolo di Mladen Gladi per “Die Welt” pubblicato da “la Repubblica”

Joseph S. Nye ha coniato la nozione del “soft power”, grazie al quale dopo la fine della guerra fredda l’America è assurta a superpotenza solitaria governando il mondo globale con la persuasione anziché con la coercizione. Ma ora, nota, negli Stati Uniti di Trump non c’è più nulla di “soft”. Incontriamo l’ottantottenne professore emerito di Harvard ed ex vicesegretario di Stato a Cambridge, Massachusetts.
Professor Nye, poco dopo la fine del millennio lei ha pubblicato “Il paradosso del potere americano. Perché l’unica superpotenza non può agire da sola”. Gli Usa sono ancora oggi l’unica superpotenza mondiale?
«Gli Stati Uniti dispongono di capacità di esercitare la forza militare a livello mondiale superiori a quelle di qualsiasi altro Paese. Ma sotto il profilo economico americani, cinesi ed europei, quando questi ultimi agiscono unitariamente, sono su un piano di parità. A livello militare ci sono ancora elementi di unipolarità, ma a livello economico viviamo indubbiamente in un mondo multipolare. E in politica, inclusa quella transnazionale, il potere è molto ripartito».
Ma nel 2025 gli Usa non sembrano più aver bisogno di alleati. È proprio così?
«Questo non è vero per la maggioranza degli americani, se prestiamo fede ai sondaggi. Certamente non lo è per il Partito democratico o per i repubblicani di orientamento tradizionale. Perciò, la risposta alla sua domanda è: per Trump sì, per l’America no».
Nel settembre 2023 ha scritto che chi crede che l’America non abbia alcun rilevante interesse nazionale ad aiutare l’Ucraina, indossa paraocchi storici e non dovrebbe candidarsi alla presidenza. Le cose sono andate in modo diverso.
«Il problema è che Trump non ha mai avuto un adeguato senso della storia. È un uomo senza ideologia. Un uomo che crede in ciò che si potrebbe chiamare personalismo. I narcisisti non hanno un buon senso della realtà o della storia, poiché valutano ogni cosa in base agli effetti sul proprio ego».



Fra dieci anni esisterà la Nato?
«Trump potrebbe ritirarsi dalla Nato o ridurre l’impegno degli Usa. Se però si considerano i sondaggi d’opinione negli Usa, emerge un grande sostegno alla Nato. E sono convinto che un governo democratico nel 2028 ripristinerebbe ciò che Trump ha demolito. Ma Trump è imprevedibile».
Non è troppo ottimistico immaginare una sconfitta dei repubblicani Maga nel 2028?
«C’è in me una debole scintilla di cauto ottimismo».
Si ricorderà anche di un incontro con il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, durante il primo mandato di Trump. Secondo quanto scrive, gli disse che Trump era stato un incidente stradale grave ma non mortale. Lo ripeterebbe oggi?
«Direi comunque che non si tratta di uno scontro fatale, anche se credo che il computo dei danni si sia aggravato».
Trump non è il primo presidente degli Stati Uniti incline all’isolazionismo. Lei però ha scritto una volta che dai tempi di Franklin D.Roosevelt e Harry Truman l’ordine internazionale liberale ha goduto per decenni di un ampio sostegno negli ambienti della politica estera statunitense.
«In base ai rilevamenti effettuati ogni due anni dal Chicago Council on World Affairs, l’opinione pubblica statunitense è isolazionista per circa un terzo. Questo dato si mantiene stabile, sia pure con leggere variazioni, fin dal 1974. Questo zoccolo duro di isolazionisti è rimasto inalterato. Trump è riuscito a mobilitarlo. Avendo ottenuto il controllo del partito repubblicano, può trascinarlo in questa direzione. Tuttavia, i repubblicani tradizionali non seguono questo isolazionismo. Sarà interessante vedere se, nel tempo, il partito nel suo insieme proseguirà lungo il percorso verso il quale Trump cerca di sospingerlo o se invece si riorienterà sulle sue posizioni tradizionali».



Lei è nato nel 1937, all’inizio di quello che viene chiamato “il secolo americano”. Come stanno oggi le cose a questo riguardo?
«Penso che gli americani siano ancora i numeri uno. Ma la distanza dal numero due si è decisamente ridotta. Non siamo più così dominanti. Questo potrebbe significare che il nostro primato si sta erodendo. Trump non farà che accelerare questa erosione».
Quando si parla di declino delle grandi potenze, è inevitabile riferirsi a Roma, come termine di paragone. Anche lei lo fa spesso.
«La potenza romana raggiunse l’apice con Traiano, che morì nel 117 dopo aver conquistato l’attuale Romania. Ma il crollo definitivo di Roma avvenne soltanto nel 476. Perciò, il fatto che un Paese giunga all’apice della sua parabola non significa che il suo tramonto sia imminente. Peraltro, quando si parla di Roma, è anche importante ricordare che la potenza romana non era soltanto quella dura, militare. Essa si basava anche sul soft power derivante dalla forza di attrazione della cultura romana».
E così veniamo al concetto più influente da lei elaborato: soft power. In cosa consiste, esattamente?
«Il potere è la capacità di far fare agli altri ciò che si desidera che facciano. A questo scopo ci sono tre possibilità: coercizione, pagamento e attrattiva. Il soft power è la capacità di ottenere ciò che si vuole grazie all’attrattiva e non alla costrizione o al pagamento. Il potere viene massimizzato se si è in grado di combinare tutte e tre le forme. Questo è ciò che chiamo smart power».
Un’importante fonte del soft power americano è stata la Usaid. Il Doge di Elon Musk ne ha ridotto i collaboratori da 10 mila a meno di 300.
«Un grave errore. Ma è parte dell’ideologia dei repubblicani Maga opporsi agli aiuti finanziari ai Paesi stranieri, anche se rappresenta meno dell’1% del bilancio federale».
Quanto sono popolari Musk e il suo team?
«Attualmente, ciò che stanno facendo piace a un terzo degli isolazionisti. Se lei crede che nel governo ci siano molti sprechi, frodi e abusi, come affermano Trump e Musk per rendersi graditi ai repubblicani Maga, allora sostenga il Doge. Perché chi altri vorrebbe appoggiare una cosa del genere? Chi però considera nel dettaglio cosa fanno e come lo fanno, vede che il sostegno sta diminuendo. La mia previsione è che con l’andare del tempo Musk verrà emarginato. Tra quattro anni potrà essere ancora lì, ma non sarà più così potente come lo è adesso».
Che consiglio darebbe a un europeo durante il secondo mandato di Trump?
«Il critico europeo dovrebbe esplicitare la sua critica. Ma dovrebbe anche distinguere fra Trump e l’America. Attraverseremo momenti difficili. Ma alla lunga non riesco a immaginare due regioni del mondo che abbiano più valori condivisi di Europa e America».
Traduzione di Carlo Sandrelli







