la Cartiera di Foggia, l’Officina sulla Salaria, la cellulosa di cotone e le microstampe, «è tra i più sicuri al mondo»
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
C’è un oggetto che ha attraversato secoli, continenti e, naturalmente, frontiere. Il passaporto è il documento che, forse più di tutti, racchiude quell’anelito al viaggio che vive dentro di noi, ma anche il peso della Storia, della politica e, financo, dei diritti umani. Nato per ragioni pratiche e di controllo, oggi è un simbolo di libertà, ma non di rado, purtroppo, anche di esclusione. Dall’Europa medievale alla sua versione elettronica, il passaporto è stato ed è testimone di come le nazioni si sono evolute e di come l’idea di «cittadinanza» è cambiata.
Ma come nasce il nostro passaporto? Se il viaggio è nel suo Dna, anche la sua realizzazione è tutto meno che statica. Dalla Cartiera di Stato di Foggia, dove vengono create le 48 pagine di carta che lo compongono, fino a Roma, sulla Salaria, all’interno dello stabilimento Officina Carte Valori, dove quei fogli vengono rilegati e microchippati, il Corriere ha seguito passo dopo passo la creazione di questo prezioso documento, che nel 2024 ha visto toccare il record storico annuale: oltre 4 milioni di nuovi passaporti consegnati agli italiani.
Però, prima di scoprire come nasce un passaporto… un po’ di storia.
Dal lasciapassare medievale alla fotografia
Per raccontare gli inizi del passaporto dobbiamo tornare indietro nel tempo, fino al XII secolo, quando le repubbliche marinare italiane, come Venezia e Genova, erano protagoniste di un commercio florido e internazionale. Allora, come oggi, le rotte commerciali si intrecciavano spesso con la politica e il diritto di viaggiare non era garantito a tutti. Diplomatici, mercanti e, talvolta, anche soldati avevano bisogno di un «permesso di passaggio» per attraversare gli innumerevoli confini che disegnavano l’Europa e i paesi mediterranei di allora, tra piccoli e grandi regni, città-stato e territori contesi. I primi passaporti, in questo senso, erano nulla più che bolle papali o salvacondotti che attestavano il diritto del viaggiatore a transitare senza ostacoli. Ma è con l’emergere degli Stati moderni e il rafforzarsi delle frontiere nazionali, soprattutto nel XIX secolo, che il passaporto inizia a evolversi: non più semplice lettera di raccomandazione, ma vero e proprio documento di identificazione. L’introduzione della fotografia, poi, negli anni Venti, portò il passaporto a un livello superiore, permettendo di associare un volto alla persona e riducendo così gli abusi e le falsificazioni.
La Seconda guerra mondiale
Per quanto riguarda l’Italia, la storia moderna del passaporto è strettamente legata alla nascita dello Stato nazionale. Dopo l’Unità, infatti, questo documento divenne uno strumento di identificazione fondamentale per un Paese che vide emigrare all’estero, nei cento anni successivi, quasi 29 milioni dei suoi abitanti. Poi, con l’avvento del fascismo e l’inizio della Seconda guerra mondiale, come per tutti i Paesi dell’Occidente, il passaporto da semplice documento di identificazione divenne strumento per i regimi autoritari e mezzo di esclusione, limitando il diritto di movimento a milioni di persone. Tornata la libertà, il passaporto continuò a essere usato da milioni di italiani nell’ultima fase del nostro «grande esodo» di emigranti. Bisognerà attendere il 1967, con l’introduzione della Legge 1185, perché il nostro passaporto italiano venga dotato di una serie di norme che da allora disciplinano il suo rilascio, la validità e le cause di sospensione o di revoca.
Il presente: il passaporto elettronico
E arriviamo così alle soglie del nuovo Millennio, con un passaporto decisamente ben regolamentato, con informazioni basilari, una foto del titolare e tutto esclusivamente su carta. Ma l’altro importante giro di boa è nel 2006, quando l’Italia, come molti altri Paesi, si dota del passaporto elettronico, che al suo interno ha un microchip in grado di contenere altri dati importanti, come quelli biometrici del titolare: le impronte e la fotografia in formato digitale. Quello che tutti noi oggi conserviamo nel cassetto, pronto per essere tirato fuori per le vacanze all’estero o per i viaggi di lavoro, è diventato un sofisticato documento elettronico con ridottissimo rischio di contraffazione. Anche in questo caso, si tratta di un’eccellenza tutta italiana, dato che il nostro è considerato uno dei passaporti più sicuri al mondo.
La Cartiera di Foggia
Ottenere un passaporto italiano, oggi, è un processo che coinvolge una sofisticata rete di tecnologie e competenze, che, come si diceva all’inizio, partono dal Sud Italia e arrivano fino al centro di Roma.
«Il primo viaggio di ogni passaporto italiano, infatti, comincia alla periferia di Foggia, dove la Cartiera di Stato, che quest’anno compie 89 anni, produce il materiale più prezioso di tutti: la carta», racconta Lorenzo Stridi, direttore dello stabilimento di Foggia. Questa «è realizzata con gli impasti di cellulosa di cotone e acqua, che una volta spappolati, vengono uniti alle cariche minerali; alla resina e agli additivi liquidi e in massa che conferiscono al prodotto finito specifiche caratteristiche chimico-fisiche, qualitative (colore) e di sicurezza (anticontraffazione)».
Il risultato è un intreccio di fibre (il feltro) che viene pressato e lisciato, passando sopra un cilindro filigranatore, in modo da imprimere un’immagine in filigrana sulla carta stessa. «È in questa fase che viene inserito anche il filo di sicurezza, uno degli elementi più importanti del passaporto dal punto di vista dell’anticontraffazione», sottolinea Stridi. A questo punto, asciugata, trattata e avvolta in enormi bobine, la carta è giunta all’ultima fase, quella del taglio e del confezionamento in risme da 500 fogli pronti per essere spediti a Roma, nello stabilimento del Poligrafico-Zecca dello Stato.
L’Officina Carte Valori di Roma
«Nello stabilimento Officina Carte Valori lavorano quasi 570 persone», spiega al Corriere Matteo Cerasoli, il responsabile dello stabilimento sulla Salaria. «Si tratta di un’area altamente protetta in cui ogni passaggio della produzione è monitorato con rigore attraverso tecniche avanzate che combinano metodi tradizionali e innovazioni high-tech».
È qui che i fogli di carta filigranata vengono stampati con inchiostri speciali, che includono microstampe e rilievi tattili (alcuni di questi dettagli sono visibili solo sotto particolari luci, mentre altri sono invisibili agli occhi).
Una volta completata la stampa, i fogli vengono piegati e cuciti all’interno della copertina numerata in un processo che implica l’utilizzo di altre misure di sicurezza, come la stampa di codici identificativi univoci e l’applicazione di tecnologie anti-contraffazione visibili solo con specifici strumenti. A questo punto, «i libretti bianchi numerati sono pronti per essere consegnati settimanalmente al Ministero degli Esteri, che si occuperà poi della distribuzione alle questure e ai consolati», conclude Cerasoli.


