Cinque anni senza Kobe e la magnifica ossessione

Kobe Bryant possedeva un’etica del lavoro sconosciuta a chiunque: il suo esempio era contagioso

Sono passati cinque anni dalla tragedia di Kobe Bryant, dallo schianto dell’elicottero nel quale morirono con lui la figlia Gianna e altre sette persone, il 26 gennaio 2020 sulle colline di Los Angeles. Sono passati cinque anni e ricordiamo tutti ogni momento di quella serata orrenda, l’incredulità, lo sgomento, il dolore che a macchia d’olio oltrepassava via via i confini del basket Nba, della pallacanestro in generale, dello sport tutto per diventare un lutto globale. Kobe era una faccia universalmente nota, una figura amata, ammirata, rispettata.
Poi, col tempo, siamo andati a ricercarlo nei libri, nei racconti, nelle fotografie, nei mille murales dedicati della sua città, nei filmati e nei documentari, e ciascuno ha trovato il suo Kobe in un episodio, in una partita, in un canestro sulla sirena. Il mio è incastonato nel docufilm sul Redeem Team, la nazionale degli Stati Uniti che vinse a Pechino la medaglia d’oro nel 2008, quattro anni dopo la sconfitta in semifinale ai Giochi di Atene. Un affronto insopportabile per gli americani, che non a caso chiamarono quella del 2008 la squadra del riscatto. Redeem.
Kobe Bryant in allenamento non era un simpaticone. Sfidava i compagni a fare sempre di più, e lo faceva usando toni alti e parole forti, una sorta di trash-talking a uso interno che mandava a casa in lacrime i più sensibili. Ma se il suo bisogno di competizione era ossessivo, il modo in cui si preparava a competere era degno di un monaco guerriero: Kobe possedeva un’etica del lavoro sconosciuta a chiunque altro, compresi i suoi compagni di Team USA. Quando, un anno prima delle Olimpiadi, la squadra si raduna a Las Vegas per il torneo di qualificazione a Pechino, lui viene aggregato all’ultimo momento perché c’è bisogno di un campione diverso dagli amiconi riuniti attorno a LeBron, e quando arriva Kobe – che è un’icona anche per i compagni – il suo saluto è “sono venuto perché mi sono stufato di vedervi perdere in tv”. Una personalità da elettrochoc. Bryant è un solitario, vive per conto suo, non partecipa alle attività ricreative extra-allenamento che a Vegas sono particolarmente intriganti. Così una sera la squadra va a ballare nella discoteca alla moda, il giorno dopo è libero e i giocatori rientrano alticci alle sei del mattino, e quando l’ascensore si spalanca per andare finalmente a dormire… ne esce Kobe, che sta andando in palestra. Alle sei del mattino. Ha il borsone a tracolla e i guantini per i pesi, racconta nel film Carmelo Anthony, con gli occhi che brillano. Un cenno di saluto, Kobe procede come se nulla fosse, gli altri in ascensore sono muti e sbigottiti, poi qualcuno impreca, “ma l’avete visto? È pazzo!”. E sarà stato anche pazzo, ma il mattino dopo alle 6 LeBron James è in palestra con lui. E il giorno dopo ancora si aggiunge Dwayne Wade, e a uno a uno finiscono tutti per sollevare pesi da paura prima ancora di fare colazione. Perché la parola ispira, ma l’esempio contagia.