La pop star che fu Hannah Montana è (quasi) diventata grande a 32 anni. Anche se «mi sento ancora una bambina e l’idea di perdere mia mamma mi paralizza. Credo che chiunque abbia cominciato a cantare o recitare da piccolo debba andare in terapia, come ha detto Ariana Grande. Io? Da quando ho 17 anni»
Lulu Garcia-Navarro
L’intera vita di Miley Cyrus è stata plasmata dalla fama. Nata all’apice della celebrità di suo padre, Billy Ray Cyrus, ha trascorso l’infanzia ai suoi concerti country sempre sold out. A 13 anni è diventata una star a sua volta – e un importante ingranaggio dell’ “ingranaggio” Disney – interpretando il ruolo da protagonista in Hannah Montana, ragazza qualunque di giorno e pop star di notte, diventando così un punto di riferimento culturale per i bambini della generazione millenial.
Quando ha abbandonato la serie, Cyrus vantava già decine di brani in classifica nella Billboard Hot 100, ma il riconoscimento da parte dell’industria musicale e degli addetti ai lavori tardava ad arrivare. Come spesso accade alle donne diventate famose da bambine, il suo passaggio all’età adulta sotto l’occhio dell’opinione pubblica è stato segnato da controversie (il twerking con Robin Thicke ai Video Music Awards del 2013) e giudizi negativi (l’organizzazione statunitense Parents Television Council condannò la sua performance). Oggi Cyrus ripensa con una certa amarezza al modo in cui è stata trattata.
Ora trentaduenne, è una delle regine indiscusse del pop, uno status consacrato dalla sua prima vittoria ai Grammy grazie alla celeberrima hit del 2023, Flowers. Il suo nono album in studio, Something Beautiful, rappresenta un tentativo di ridefinire il significato di “bellezza”: i sentimenti provocati dalla perdita della nonna, alla quale era molto legata, o emozioni come la rabbia, che considera bella perché «ti fa sentire viva». Abbiamo parlato a lungo anche del suo legame stretto con la madre, Tish Cyrus-Purcell, del rapporto ritrovato con il padre e di come abbia imparato a proteggersi in un mondo ancora ossessionato da ogni sua mossa. Ma abbiamo iniziato parlando della prima volta che l’ho intervistata, quando la sua franchezza e i suoi modi diretti, a dire il vero, mi spiazzarono.



Sa che non è la prima volta che la intervisto?
«Infatti c’è qualcosa di familiare…».
Non ci siamo mai viste però, all’epoca lavoravo alla National Public Radio.
« La voce!»
Lavoravo lì da poco. Non avevo ancora intervistato molte celebrità, e lei arrivò e mi disse: “Mi chieda qualsiasi cosa. Qualsiasi”. Io non sapevo davvero come reagire. Mi sono bloccata e ho pensato: “Cosa dovrei chiedere a Miley Cyrus dopo che mi ha detto di chiederle qualsiasi cosa?”. Farebbe la stessa affermazione oggi?
«Credo di sì, magari un po’ più cauta. Ma, perché no, può chiedermi qualsiasi cosa. Ho imparato che sono io ad avere il controllo. La cosa peggiore che può accadere è che potrei lasciare la stanza dicendo “torno subito” e non tornare mai più».
Mi piacerebbe che spiegasse cosa significa per lei ora “avere il controllo”.
«È qualcosa di animalesco. Nel momento in cui una persona o un animale percepisce di non essere al sicuro, tutto cambia. Ognuno ha i propri segnali. Il mio è nella gola, il che ha perfettamente senso: è lì che sento ogni cosa. Ogni volta che capisco di non essere completamente al sicuro, avverto una stretta e il respiro si fa corto. Il mantra che mi sono data è “non scappare”. Non voglio fuggire da situazioni che mi mettono a disagio, perché fanno parte della vita. Dobbiamo raggiungere una tranquillità anche nel disagio. Allo stesso tempo io sono la madre di me stessa. Mi faccio da madre».
È la prima volta che sento questa frase.
«Mia madre non mi accompagna più nei miei viaggi, perché ho 32 anni e stava diventando ridicolo. Faccio sempre fatica a separarmi da lei, perché siamo molto legate. Mi vengono le lacrime anche solo a parlarne. Tuttavia, se la natura fa il suo corso, arriverà un momento in cui sarò un individuo senza madre e questo pensiero mi paralizzava completamente. Immagino che la ragione per la quale ho detto “Mi faccio da madre” sia che non vedo mia madre spesso come un tempo e ora mi chiedo: “Che cosa c’era in lei che rendeva tutto migliore?” e la risposta è: la sicurezza. Sapevo che in qualsiasi situazione in cui non mi fossi sentita al sicuro, mia madre sarebbe intervenuta per tirarmi fuori o per rimettere tutto a posto. E quindi adesso penso a quello che faceva lei per darmi conforto e cerco di fare lo stesso per me stessa».



L’anno scorso ha vinto il suo primo Grammy con il brano Flowers e in quell’occasione ha manifestato una grande gioia. Mi chiedo come mai vincere significasse così tanto per lei.
«Penso di non aver mai ammesso con me stessa quanto mi ferisse il fatto che il mio lavoro non venisse riconosciuto. Fingevo che non mi importasse, quindi quando finalmente ho ottenuto un riconoscimento è stato come mettere una benda sopra una ferita che non sapevo neanche di avere».
Perché crede ci sia voluto tanto?
«Penso che ci siano un paio di ragioni. Innanzitutto, se hai fatto parte di Disney hai già qualcosa che devi superare. Non ho mai capito il bisogno di dover “superare” Disney o l’essere Hannah Montana, perché di fatto Hannah Montana era una cantante. Non sono mai stata nominata come artista emergente, il che mi andava anche bene, se non fosse per il fatto che c’è stato un momento in cui pensavo effettivamente di essere la migliore artista emergente – e comunque, anche se non lo fossi stata, il forte impatto che ho avuto su una certa generazione meritava un qualche riconoscimento. Penso che vincere il Grammy mi abbia permesso finalmente di superare la fase Disney e il mio personaggio. Quando mi sono lasciata il personaggio completamente alle spalle, sono andata avanti così in fretta che non tutti sono riusciti a stare al passo». (…)
Vorrei parlare del suo ultimo album, Something Beautiful. Il singolo principale si chiama End of the World e lei ha spiegato che è stato scritto per sua madre in un momento difficile. Può raccontarmi qualcosa del processo di scrittura?
«Sì, è una cosa ridicola. Lei era andata in vacanza in Italia senza di me per una settimana ed entrambe abbiamo vissuto questa separazione come la fine del mondo».
La canzone parla di questo?
«Esattamente. Non era mai successo che mia madre lasciasse il Paese senza di me prima di quel momento. So di essere troppo grande per sentirmi così, eppure è successo. E mia madre mi ha chiamato dicendo: “Non so perché, ma oggi ho voglia di piangere. Sto guardando fuori dalla finestra e non c’è nulla per me, perché tu sei a casa”. Il primo verso della canzone dice: “Oggi ti sei svegliata e mi hai detto che avevi voglia di piangere”, e si riferisce proprio a mia madre».
L’abbiamo vista emozionarsi durante l’esecuzione di questo brano allo Chateau Marmont di Los Angeles. Cos’è successo esattamente?
«Mia madre era proprio in prima fila e c’è un verso – anche adesso mi fa lo stesso effetto – che dice: “You’ve been thinking about the future like it’s already yours” (Pensi al futuro come se fosse già tuo). Questo testo non parla solo della mortalità, ma del fatto che ogni giorno non ci è garantito; quindi non ha senso preoccuparsi di un futuro che potrebbe non arrivare mai. Tuttavia immaginare un futuro senza mia madre mi spezza il cuore e ogni volta questa frase mi fa commuovere».
Sono curiosa di sapere qualcosa della Miley bambina. Quando ha scoperto di essere davvero brava a cantare? Non solo a canticchiare, ma a cantare sul serio.
«Più che altro mi accorgevo che le persone mi prestavano un’attenzione insolita, diversa da come venivano trattati o guardati gli altri. Quando ero bambina, mia madre era una maniaca dello shopping. Mi portava al centro commerciale, che per un bambino con una scarsa capacità di attenzione è uno dei luoghi peggiori, e il mio passatempo preferito era piazzarmi davanti a un negozio e fingere di essere un manichino. Restavo immobile per un’infinità di tempo, senza battere ciglio. E mi ritrovavo circondata da folle di persone che mi fissavano, perché stavo davvero esagerando, e immagino che si chiedessero: “Per quanto tempo questa bambina continuerà a portare avanti la scenetta?” E io continuavo a farla. Mi accorgevo chiaramente che c’era qualcosa di magnetico tra me e le altre persone; non voglio dire che fossero loro a essere attratte da me, piuttosto che provassimo un’attrazione reciproca. Tuttavia, quando poi ho iniziato a cantare in pubblico, non sapevo se chi mi ascoltava applaudisse semplicemente perché ero piccola ed era divertente vedermi salire sul palco e cantare le canzoni di Elvis. Non ho mai pensato: “Beh, canto veramente bene!”. Capivo di suscitare una risposta in chi mi ascoltava, e questa era l’unica cosa che m’importava. Guardavo la gente emozionarsi e pensavo: “È questo che voglio: vedervi rispondere al mio richiamo”».



In una recente intervista con David Letterman le ho sentito menzionare brevemente di essere stata vittima di bullismo quando era alle scuole medie, prima di partire per Hollywood e diventare Hannah Montana. Mi interessa questo punto, anche perché ho una figlia di 12 anni.
«Ahi, ahi… La ragazza ha tutta la mia comprensione».
Sì, le scuole medie sono terribili. Cos’ha imparato da quel periodo della sua vita?
«Ciò che ho vissuto quando ero alle medie è stato in gran parte determinato dall’attenzione che ricevevo a causa di mio padre e dal fatto che i compagni mi accusavano di ritenermi speciale. Non penso che fossero infastiditi dal mio essere speciale, ma dal loro sentirsi non speciali al mio confronto. Inoltre, sebbene avessi un carattere estroverso, durante il periodo delle medie ho sviluppato una certa timidezza. Mi sono chiusa in me stessa, perché l’essere vittima di bullismo ti impoverisce, ti fa desiderare di non essere oggetto di attenzione. Volevo passare inosservata. Decisamente non ero la ragazza più popolare della scuola».
Quindi alla fine è partita per Hollywood ed è diventata Hannah Montana. È interessante che abbiamo parlato di superare la fase Disney: Jenna Ortega, un’altra ex star di Disney ora divenuta un’attrice affermata, mi ha detto che se in una stanza c’è un “bambino attore”, lei riesce sempre a individuarlo. Questi bambini emanano un alone di precocità, tanto che le persone li trattano come se fossero degli adulti e questo in un certo senso li plasma. È d’accordo?
«Stavo ancora pensando al periodo delle scuole medie. Spero davvero che nei commenti a questa intervista qualcuno scriva: “Miley mente! Era molto popolare a scuola!” E dovrò ricredermi: “Santo cielo, allora ero popolare”. Forse hanno ragione? [ride] A me sembra di non esserla stata. Ma riguardo ai bambini attori, non so cosa ne pensi Jenna Ortega. Non ho mai avuto l’occasione di parlarle, anche se mi piacerebbe moltissimo. Penso che sarebbe fantastico fare una tavola rotonda con persone cresciute nella mia stessa situazione».
Dovreste essere tutti in una chat di gruppo.
«Assolutamente. Ariana ha affermato che i bambini attori dovrebbero fare psicoterapia e su questo punto sono completamente d’accordo, penso che dovrebbero partecipare a una seduta settimanale. Vado regolarmente in terapia da quando avevo 17 o 18 anni e credo che questo mi abbia aiutato a chiarire gran parte delle emozioni che provavo quando ero una star bambina, quindi ora non ci faccio più tanto caso perché non lo percepisco più dentro di me. Direi che l’unica cosa che noto è quando le persone lavorano troppo intensamente. Ho incontrato in un paio di occasioni Sabrina Carpenter e, ogni volta che la vedo, sento il bisogno di chiederle se sta bene. Vedo che si esibisce in Irlanda e il giorno successivo ha uno spettacolo nel Kansas, e mi dico: “Non so come questi ritmi possano essere fisicamente sani”, perché anch’io mi sono trovata nella stessa situazione. So cosa significa andare in burnout e non voglio che questo accada ad altri. Ma mi piacciono queste nuove ragazze, trovo che siano tutte speciali e molto consapevoli. E questo mi piace: ammiro le persone che hanno acquisito una propria consapevolezza, perché non credo che alla loro età io avessi ancora un’idea chiara di chi ero».
Molte giovani star hanno dovuto scoprire se stesse direttamente sotto la luce dei riflettori; anche il suo percorso è stato simile e talvolta è stata oggetto di giudizi severi. Ripensando al 2013, quando si è esibita insieme a Robin Thicke ai Video Music Awards e ha ricevuto numerose critiche per il suo “twerking”…
«Le basta dire “2013” e so già dove andiamo a parare».


Eh sì, si stava spogliando del suo personaggio Disney e diventando un’adulta sotto gli occhi del pubblico. Quando ripensa a quel periodo, cosa vede?
«Vedo degli adulti che non si comportano come tali. Io non guarderei mai una persona di 18, 19, 20, 21 anni giudicandola come se fosse un adulto, perché non lo è ancora. A un certo punto c’è stata addirittura una petizione, si chiamava qualcosa tipo “Milioni di mamme contro Miley”».
Mi scusi se rido.
«Ha firmato anche lei la petizione? È per questo che ride?»
Santo cielo, no!
«La sto solo prendendo in giro. Ma non è una cosa folle, questa petizione? Forse nel 2013 quell’esibizione risultò davvero scioccante, ma riguardandola oggi non sembra che fosse poi così scandalosa. Indossavo un costume da orsetto».
Sulla stessa linea, ha affermato che non sarebbe mai riuscita a far dimenticare l’immagine di lei che si dondola nuda su una palla da demolizione nel video del singolo Wrecking ball.
«Non ho bisogno di liberarmene».
Dopo l’uscita del video, Sinead O’Connor le ha scritto una lettera aperta in cui diceva: “L’industria musicale se ne frega di te, o di noi. Ti prostituiranno per tutto ciò che vali, e ti faranno credere, con astuzia, che era ciò che volevi”.
«Ho l’impressione che stesse riversando su di me la sua esperienza, ma non è la mia. Nella mia esperienza non ho avuto la sensazione che l’industria musicale se ne fregasse di me».
È ciò che mi stavo domandando. Risentendole oggi, quelle parole hanno un effetto diverso?
«No, continuo a non vederla in quel modo. Ma c’è da dire che io sono cresciuta in un ambiente molto diverso, entrando in contatto con la fama nel momento stesso in cui sono nata, quindi ero ben attrezzata. È difficile prepararti a sapere cosa aspettarti, tutto quello che la fama ti può portare, ma io avevo già un “manuale d’uso”, dato che la stessa esperienza l’avevano vissuta mio padre e Dolly e tutte le persone che avevo intorno. Sa cosa penso? Che io capisco il settore in cui sto lavorando, l’industria discografica. Quando firmo un contratto, la controparte sta acquistando dei dischi che intende vendere, pertanto mi è chiaro che mi sto accingendo a diventare un prodotto. M’impegno nei confronti della controparte a volere non solo il mio successo, ma anche il loro. Intendo questo quando dico che capisco come funziona l’industria musicale. Mi auguro di cuore che arriverà un momento nella mia vita in cui sarò solo un’artista, libera e senza vincoli. Prima o poi ci riuscirò».



Ha parlato di quanto sia legata a sua madre, ma lo era anche alla nonna, che inoltre capitanava il suo fan club. Non conosco invece la storia di come Dolly Parton sia diventata la sua madrina.
«È successo a causa di Hannah Montana. Nel programma interpretava mia zia, ma in realtà la conosco da quando ero piccola, perché mio padre faceva musica con lei quando ero ancora in fasce. Non la vedevo da parecchi anni, ma nel periodo di Hannah Montana ci siamo legate molto. Penso che abbia guardato una bambina con una parrucca bionda e abbia pensato: “Ti vedo”. Ci siamo ritrovate per volere divino, o del fato. Non abbiamo vincoli di sangue, ma ci sentiamo parte della stessa famiglia, ci siamo scelte. Ricordo che quando è arrivata, indossava un abito rosa e profumava di talco per bambini; ricordo i capelli, la parrucca, ogni cosa, e che tutti si sentivano in soggezione nei suoi confronti, ma non io. Vedendola per la prima volta, è talmente fantastica che si rimane un po’ intimoriti da tutta la forza che emana, ma nel mio caso, invece di provare quel timore reverenziale, ho avvertito una spinta ad andare verso di lei e mi sono sentita profondamente al sicuro. E ho pensato: “Potrei andare avanti così per tutto il resto della mia vita ed essere felice, perché lei sprigiona una felicità e una gioia immense”. Si vedono tanti personaggi famosi che non hanno gioia nella loro vita, mentre è evidente che lei ha avuto una vita privata e ha coltivato una relazione mantenendola rigorosamente riservata; l’ho sempre ammirata per questo. Più ancora che per il suo aspetto o le sue doti artistiche, l’ammiro perché è sempre rimasta fedele a sé stessa e in armonia con suo marito Carl, scomparso di recente, e perché ha vissuto una vita vera, piena di amore».
Mi domando, a questo punto, com’è per lei far parte di questa famiglia famosa. Recentemente sua madre si è risposata, causando qualche frattura all’interno della famiglia, e suo padre ha una nuova relazione con Elizabeth Hurley. Tutti questi eventi vengono vivisezionati all’infinito sui media tradizionali e sui social media. Deve essere complicato.
«Ciò che mi piace di come funziona oggi il mondo è che tutto si muove in modo estremamente veloce. Se ricorda, negli anni Novanta, quando usciva una notizia su un tabloid, se ne continuava a parlare per un anno. Ora non più. Una notizia può sembrare davvero importante per un paio d’ore, ma poi esce un meme virale, qualcuno improvvisa uno “scat” al Walmart, e quella diventa la nuova cosa di cui tutti parlano. Tutto ciò che accade sotto gli occhi del pubblico può essere imbarazzante per la persona coinvolta, ma non lo è particolarmente per me. Cerco solo di essere più comprensiva nei confronti dei miei genitori, perché detesto che vengano trattati così. E ancora di più odio che lo debbano subire le mie sorelle e i miei fratelli, che non hanno scelto di finire sotto tutti quei riflettori. Ma per quanto riguarda me, ci sono talmente abituata che mi dico: “Se questo è il rovescio della medaglia, cioè dover talvolta affrontare giudizi imbarazzanti o spiacevoli da parte del pubblico, sono disposta ad accettarlo per avere questo tipo di vita».
I rapporti con suo padre sono ancora tesi?
«No, il tempo guarisce tutto. Con il passare degli anni ho imparato a rispettare mia madre e mio padre come persone invece che come genitori. Mia madre ha veramente amato mio padre per tutta la vita e credo che essere sposati con qualcuno che lavora nel mondo della musica e non farne parte sia molto faticoso. Penso di essermi fatta carico di una parte del dolore di mia madre perché da adulta quella situazione ha fatto più male a lei che a me, così l’ho preso sulle mie spalle. Ma ora che vedo mia madre profondamente innamorata del mio patrigno, che adoro, e che anche mio padre sta trovando la felicità, posso amarli entrambi come persone invece che come coppia di genitori. Ho imparato a vivere in modo adulto il rapporto con loro. All’inizio non è stato facile, perché il bambino che è in te reagisce prima che il tuo io adulto possa dire: “Sì, questo è tuo papà, ma è anche un’altra persona che merita di seguire la sua strada ed essere felice”. Alla fine il mio io bambino ne è venuto a capo».



Ha raccontato della sua psicoterapia e di aver sperimentato l’EMDR, cioè la tecnica di desensibilizzazione e rielaborazione per mezzo dei movimenti oculari, che ho provato anch’io.
«L’adoro, mi ha salvato la vita».
In che modo ha funzionato per lei? Lo chiedo perché si tratta di una terapia molto specifica, impiegata per il trattamento dei traumi.
«L’etichetta della mia bustina di tè dice “Prenditi un momento solo per te”, quindi ho dovuto rispondere a questo richiamo, ma questo vale per me. La prima cosa che è successa è che sono stata guidata a sedermi su un treno. L’ha fatto anche lei, questa cosa in cui guardi il treno passarti davanti? È una sensazione strana, è come guardare scorrere un film nella propria testa, ma non in sogno. Si è più presenti, e allo stesso tempo in un altro luogo della coscienza difficile da descrivere se non si ha sperimentato questo stato ipnotico. Vedevo me stessa seduta sul treno e il terapeuta mi ha detto: “Guarda la tua vita come se fosse un film. Guardala scorrere attraverso il finestrino”. E mentre vedevo passare tutti quei momenti, dei semplici fotogrammi di un film, ha proseguito: “Com’è quella sensazione di ansia che ti assale mentre ti esibisci sul palco?” Non ci avevo mai riflettuto prima, ma in quello stato ipnotico ho risposto: “Desidero con tutta me stessa che mi amino”. E lui mi ha domandato: “Qual è stata la prima volta che ha provato questo desiderio?” All’improvviso il treno ha smesso di avanzare e ha iniziato ad andare all’indietro e ho visto me stessa… So che sembra una cosa assurda, ma è una tecnica scientifica. È reale».
È davvero reale. L’ho provato anch’io.
«Veramente. Ho visto me stessa nell’utero della mia nonna biologica, perché mia madre è stata adottata, e ho sentito i genitori biologici di mia madre parlare di darla in adozione. Mi sono sentita all’interno del suo utero come se fossi mia madre che li ascoltava mentre parlavano di darla via e pensava: “Voglio che mi vogliano. Desidero con tutta me stessa che mi amino.” A questo punto il terapeuta mi ha domandato: “Qual è stata la volta successiva in cui ha provato questo desiderio?” Con un balzo temporale in avanti, vedo mia madre mentre viene affidata a mia nonna, che l’ha adottata. La nonna Loretta, la mia “Mammie”, la persona più importante per me. E nel momento in cui mia madre le viene consegnata, vedo me stessa neonata messa tra le braccia di mia nonna. Mia madre ha avuto una gravidanza molto difficile e pericolosa, quindi quando sono nata non sono stata messa tra le braccia di mia mamma, bensì tra quelle di mia nonna. Quindi ho visto me stessa consegnata alla stessa donna a cui era stata consegnata mia mamma e ho sentito un’immediata sintonia tra noi. Il terapista mi ha incoraggiato: “Vai avanti.” Mi sono trovata sulla cima di una montagna in un luogo in cui avevo vissuto un grosso trauma, tra le nevi del Montana. È stato un momento molto intenso, in cui mi sono sentita immersa nella natura, una sensazione che ti aiuta a capire qual è il tuo posto. Ho visto me stessa bambina con indosso un cappottino e un basco rosso che adoravo, e all’improvviso attorno a me sono comparse tutte le persone che mi avevano regalato pace e amore: il mio cane, morto un paio di anni fa, mia nonna, mia mamma (accidenti, sento che sto per commuovermi), il mio attuale fidanzato, e ci siamo presi tutti per mano e abbiamo iniziato a fare un girotondo. Quando tutto è terminato, l’ansia da palcoscenico era svanita e non è più tornata».
Incredibile.
«Successivamente ho fatto altre sedute, perché c’erano ancora molte cose da portare alla luce. Tuttavia credo che quest’ansia che provavo – “Desidero con tutta me stessa che mi amino” – in realtà non appartenesse a me, bensì a mia madre. Mi faceva male vedere la sua sofferenza, quindi me ne sono fatta carico. È una cosa che mi capita di fare, ma ci sto lavorando».
Mi chiedo se abbia mai provato gli stessi sentimenti nei confronti di suo padre, dato che in passato ha parlato della sua infanzia difficile, dell’ambiente in cui è cresciuto, delle sue lotte.
«Certamente. Provo una grande tenerezza nei suoi confronti. È cresciuto in condizioni di estrema povertà, a volte senza neppure il bagno in casa, e prima di incontrare mia madre forse non era mai andato dal dentista o da un medico per una visita. Viveva in un minuscolo paesino del Kentucky, mentre io ho trascorso un certo periodo della mia vita a Nashville, ma per la maggior parte ho vissuto a Los Angeles, in un quartiere tranquillo. Non riesco proprio a paragonare in alcun modo le nostre infanzie, in nessuna forma. Quindi sicuramente ho un posto molto compassionevole nel cuore per l’infanzia di mio padre, anche se non riesco davvero a comprenderla fino in fondo».
Lei e suo padre avete lavorato molto insieme, poi a un certo punto il suo successo ha superato quello paterno. Ha mai avuto la sensazione che lui diventasse competitivo nei suoi confronti o si sentisse eclissato da lei?
«Sicuramente questo ha reso ancora più complessi i rapporti all’interno della mia famiglia. Penso che per chiunque abbia un sogno, non sia facile vedere qualcun altro realizzarlo nel modo in cui lo immaginavi per te stesso. Ma credo davvero che alla fine l’amore abbia vinto su tutto e lui riesca ancora a sentirsi orgoglioso di me. Nessuno di noi può tuttavia illudersi che questo non aggiunga un ulteriore livello di complicazione alle nostre dinamiche già complesse».
Questo l’ha fatta sentire in colpa?
«Mi sono liberata del mio senso di colpa e della vergogna con la terapia EMDR, durante la quale ho lavorato molto su questi aspetti. Ci sono stati periodi nella mia vita in cui il senso di colpa e la vergogna hanno rappresentato uno stimolo: facevo fatica a concedermi di poter soffrire perché pensavo a quanto sono stata fortunata. In realtà non ritengo che il mio successo abbia giocato un ruolo importante nei rapporti tra me e mio padre e devo poter credere che lui, come qualsiasi papà, desiderasse questo per me».



Un argomento di cui non abbiamo ancora parlato è la sua sobrietà. Ha dichiarato di aver dovuto diventare sobria per proteggere le sue corde vocali. Anch’io adesso sono sobria.
«Mi fa molto piacere».
Sì, sono ormai circa due anni e mezzo. So che in famiglia avete discusso del tema della sobrietà in riferimento a suo padre. Gli ha mai parlato del percorso che ha seguito lei e di come forse potrebbe aiutarlo?
«Penso che lui faccia più fatica a sentirsi gratificato dall’essere sobrio, al contrario di me. Mio padre è il tipo che in certe situazioni apprezza veramente un drink. La definisce una “buona brutta abitudine”, una di quelle cose che sai che ti fa male, ma ti fa sentire bene. Io appartengo a un’altra generazione, mentre mio padre è cresciuto a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, un’epoca in cui non era normale avere il numero dello psichiatra tra le chiamate rapide. Penso che mio padre non abbia ricevuto il supporto necessario».
Quindi non parlate mai di questo argomento?
«Diciamo che non lo evitiamo, ma non è oggetto delle nostre conversazioni a tavola; preferiamo parlare di musica e di film. Il tema della sobrietà non è mai stato al centro della nostra attenzione, anche se probabilmente dovrebbe: a un certo punto dovremo affrontarlo».
Abbiamo parlato della sua esperienza con la terapia EMDR e ci ha descritto il modo in cui lavora sui suoi traumi intergenerazionali durante le sedute. A questo proposito mi chiedo se diventare genitore è una prospettiva a cui pensa.
«Non sono particolarmente focalizzata su questa esperienza. Nonostante sia una persona molto risoluta e sicura di sé, questo è un aspetto della mia vita per il quale non sono mai stata categoricamente a favore o contraria. Un giorno stavo conversando con il mio patrigno e lui mi ha chiesto: “Perché sei l’unica celebrità che non ha creato una sua linea di cosmetici?” Gli ho risposto: “Perché non mi entusiasma”. Mi ha detto che la riteneva la risposta giusta. Provo gli stessi sentimenti nei confronti della maternità: semplicemente non è qualcosa la cui prospettiva mi abbia mai suscitato un grande entusiasmo. Comporta una grande dose di responsabilità, dedizione ed energia, e se non lo trovi veramente appassionante non so come potresti affrontare tutte quelle notti insonni e 18 anni di ciò che mia madre ha dovuto sopportare. E quando dico 18 anni, in realtà intendo 33, perché sotto alcuni aspetti sono ancora una bambina piccola. Non ho mai avvertito quella passione bruciante, e per me la passione conta più di qualsiasi cosa».




