Chi vuole distruggere Israele? Non i giovani iraniani

Il presente è sovraccarico e pare sul punto di spezzarsi. Servirebbe il ritorno della ragione e della verità: i giovani di Teheran – età media in Iran 34,7 anni – non vogliono la morte dei giovani di Tel Aviv

BARBARA STEFANELLI

L’orologio comunale di via Santa Marta, a Milano, fa ancora le 9 meno un quarto. È così almeno dal Covid, quando ci passavo sotto la mattina, in una città sterilizzata dal contagio, a metà strada tra casa e il giornale. Ogni volta pensavo: è giusto, che il tempo sia sospeso, le lancette ferme, inchiodate l’una sull’altra. Poi ripartiranno, ripartiremo. Una manciata di anni dopo, forse ha senso che nessuno abbia mosso quegli ingranaggi. Perché è successo di tutto – crisi e recessioni, guerre e guerre e ancora guerre – ma non abbiamo certo la sensazione di essere andati “avanti”. Durante la pandemia, il presente ci sembrava spogliato e tuttavia stracolmo: ci ripetevamo «It’s a lot», ha scritto Melissa Kirsch sul New York Times. «Tanta roba», potremmo tradurre con licenza. C’erano nuove informazioni da trattenere e numeri aggiornati da confrontare in una apparente normalità, che era profondamente disfunzionale. Adesso, osserva Kirsch, sospiriamo: «It’s too much!». Troppa roba. Il presente è così sovraccarico che pare sul punto di spezzarsi e spezzarci. Il futuro è scivolato fuori dai quadranti di una navigazione tenuta a vista, erratica, imprevedibile. Ci percepiamo a un bivio: o perdere la testa o metterla sotto la sabbia. O lasciare che le notizie ci travolgano o ignorarle del tutto.

Invece. Mentre i leader mondiali, i potenti, i Grandi si urlano frasi che spaccano i timpani della ragione (Trump: «Evacuare immediatamente Teheran»; Khamenei: «Punire Israele come non è mai stato fatto, completa distruzione», Trump: «Macron sbaglia sempre»; Macron: «Trump deve aver cambiato idea»; Merz: «Israele fa il lavoro sporco per noi»; Katz, ministro della Difesa dello Stato ebraico: «La gente d’Iran la pagherà», poi ritrattata), tocca a noi singolarmente trovare un punto di equilibrio, un nostro centro nel caos, una stanza dove respirare (l’articolo del NYT era intitolato Breathing Room) e dove raccogliere le idee. Per non farci assordare.
C’è un altro orologio in questa storia: è in una piazza di Teheran e batte «il tempo che manca» alla distruzione di Israele. È stato programmato per girare fino al 2040. Venne inaugurato nel 2015, nella Giornata di Al-Quds (Gerusalemme): serviranno massimo 25 anni – profetizzò la Guida Suprema della Repubblica integralista islamica, circondato da turbanti e missili – e «avremo spazzato via l’entità sionista».

Ora è chiaro che il sogno della ragione ritrovata sarebbe quello di svegliarsi e scoprire che qualcuno nella notte ha fermato anche quelle lancette. Per dire agli ayatollah che, no, i giovani di Teheran – età media in Iran 34,7 anni – non vogliono la morte dei giovani di Tel Aviv – età media in Israele 34,3. Più che l’atomica, vorrebbero vedere le risorse di un Paese straordinario per Storia e ricchezze reinvestite per il loro bene, non per il male altrui. Ma questo è il finale di un vecchio film americano.

Barbara Stefanelli