Chi è Putin, davvero?

Il potere, i valori e le svolte dell’uomo che da 25 anni ossessiona l’Occidente..

«Nella mente di Putin», il libro in edicola gratis con il Corriere mercoledì 2 aprile, è la cronaca di anni nei quali Europa e Usa gli hanno dato una patente di affidabilità rimasta valida molto a lungo

Marco Imarisio

«Putin è sempre Putin»

Non è uno slogan, ma una delle frasi che capita di sentire a Mosca quando si parla di politica. Poco importa chi lo dice o in che modo declina il concetto. Che sia il taxista del Tagikistan, o il ragazzo universitario che prepara il caffè da Cofix, o qualche rappresentante di quelle élite consapevoli di non esistere senza il suo permesso, la società russa è pervasa da questo senso di ineluttabilità. Il suo gioco di prestigio più riuscito è quello di aver di fatto identificato la propria immagine con quella della nazione che lui governa con pugno di ferro da 25 anni.

Da «nanetto» a messia

All’inizio c’era addirittura una trasmissione satirica che lo chiamava «nanetto». Basterebbe questo, per dire quanto è cambiata la Russia da allora. Il funzionario grigio del Kgb che veniva sbeffeggiato sul Primo canale russo, è rimasto al Cremlino più di tutti i suoi predecessori, secondo solo a Stalin. Nel suo Paese, è un capo carismatico al quale l’esercizio di un potere illimitato, ottenuto in ogni modo possibile, anche con la violenza e la repressione ai danni degli oppositori, ha conferito un’aura quasi messianica. Per il resto del mondo, è un’ossessione che dura fin dall’inizio del nuovo secolo.

La sua ossessione per la Russia (e quella dell’Occidente per lui)

Alla fine di ogni anno, il nome più cercato in tutto il mondo su internet è il suo. Sempre lui al centro dei nostri pensieri. Con il suo tentativo di presentare la Russia come l’unico bastione dei valori sociali tradizionali, ultimo avamposto contro un ordine mondiale «americano» dominato da ideologie «sempre più degenerate», parole sue. Con la sua ambizione, sempre dichiarata e mai compresa fino in fondo, di garantire il ritorno della Russia alla grandezza perduta in campo internazionale, attraverso una forma moderna di imperialismo esercitato con metodi antichi, come la forza e l’uso delle armi, uniti a una potenza economica che a lungo gli ha permesso di infiltrare i Paesi dell’ex Sovietistan e ammansire l’Europa bisognosa di gas e petrolio a buon prezzo.

Vladimir Putin è l’ossessione dell’intero Occidente. Un personaggio che incute timore, detestato ma anche ammirato dalla galassia sovranista, almeno fino a quando l’invasione dell’Ucraina ha reso complicato qualunque accostamento al suo nome. Dal 31 dicembre 1999, giorno della sua improvvisa nomina a presidente ad interim, ultimo colpo a sorpresa di un Boris Eltsin travolto dagli scandali e dal proprio fallimento personale — «Sognavo di darvi una Russia moderna, non sono riuscito a farcela», disse nel suo discorso di addio — Putin ha cambiato volto e linea molte volte

C’è stato anche un tempo in cui gli Stati Uniti e l’Europa gli avevano consegnato una patente di democrazia e di affidabilità che è rimasta valida a lungo, nonostante i molti segnali sinistri che giungevano da quella nazione così vasta e così difficile da capire per noi. Fingere di dimenticarlo oggi è sbagliato.

Quando Gorbaciov di lui disse: «Per quelli che ha intorno, lui è Dio»

Il passato aiuta sempre a capire il presente. Per noi, il quasi decennio che separa la fine dell’Urss dal suo arrivo al potere fu in definitiva un’epoca di opportunità, in cui per la prima volta nella sua storia la Russia sperimentò qualcosa di simile alla democrazia. Per loro fu un disastro. Inflazione alle stelle, supermercati vuoti, ritorno al mercato nero, guerre di gang per le strade di Mosca e delle principali città. Soprattutto perdita della propria identità, concetto che nella storia russa ha spesso coinciso con la volontà di potenza. L’idea che sia stato lui a tirare fuori il Paese da quell’era è ancora oggi il messaggio politico più importante di ogni sua campagna elettorale.
Il patto sociale che ancora oggi lega Putin alla Russia è stato scritto in quei giorni di incertezza. Ma il modo in cui il presidente russo ha dato forma alla volontà di riscatto sua e del suo Paese è sotto gli occhi di tutti. «Forse si sta ammalando della stessa malattia che presi io: troppa, eccessiva sicurezza di sé. Quelli intorno a lui però dicono che non ha importanza perché lui è Dio, o quanto meno il vice-Dio». Era il 2015, e così parlava Mikhail Gorbaciov, l’ultimo segretario del Pcus, l’uomo tanto amato in Europa per la sua opera di disgelo quanto condannato all’oblio in patria per essersi mostrato debole, cosa che uno Zar non può permettersi.

Il metodo del topo all’angolo

Tutte le biografie di Putin cominciano con lo stesso aneddoto. La casa comune di San Pietroburgo dove viveva da bambino era un edificio infestato dai topi. Lui e i suoi amici li inseguivano nel cortile con i bastoni. Un giorno, un grosso ratto che era riuscito a intrappolare, reagì attaccandolo con rabbia. «Nessuno deve essere messo all’angolo», ripete sempre accompagnando il racconto di quel lontano episodio. «Nessuno deve essere portato fino al punto di non avere più vie d’uscita». È il suo metodo. Con lui è sempre stato così. Quando tutti lo ritengono con le spalle al muro, alza la posta. Lo ha fatto in questi anni, lo sta facendo anche in questi giorni. E lo farà ancora a lungo. Con questo piccolo libro, Nella mente di Putin (in edicola gratis con il Corriere mercoledì 2 aprile) abbiamo cercato, attraverso aneddoti, suoi discorsi, testimonianze, di fornire uno strumento per capire uno dei personaggi fondamentali del tempo che stiamo vivendo. Speriamo di esserci riusciti.