Che cosa raccontano di noi i litigiosi Labubu, e la felpa-manifesto di Lavrov

Oggetti di culto e specchio dei tempi: dall’acronimo CCCP (Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche) esibito dal ministro degli Esteri russo al vertice in Alaska, ai soldatini litigiosi del soft power cinese che stanno conquistando l’Occidente

BARBARA STEFANELLI

Che cosa hanno in comune una felpa con l’acronimo CCCP, che in russo indicava l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, e un pupazzetto creato da un artista di Hong Kong, che si è ispirato agli elfi scandinavi? Che in mondi paralleli, e davvero destinati a non incontrarsi mai, il desiderio di possedere uno status symbol ha spinto uomini e donne (non solo giovani, anzi) a mettersi in coda per vestire un’identità.
La maglia è quella con cui il ministro degli Esteri di Putin si è presentato ad Anchorage, Alaska, dove la delegazione moscovita era attesa sul tappeto rosso steso dall’America di Donald Trump. Sfondo chiaro e scritta nera in stampatello maiuscolo, la felpa di Sergej Lavrov è uno dei pezzi nostalgici messi in commercio sul sito SelSovet da una start-up degli Urali, che ha accolto l’impennata negli ordini avvertendo: «Egregi compagni, grazie per la vostra richiesta, ma è prevista un’attesa di almeno 60 giorni». Il ministro, 75 anni, è così diventato il testimonial scanzonato di una volontà di potenza che guarda ai confini pre dissoluzione nel 1991 e di conseguenza calpesta quelli con l’Ucraina.

Nelle stesse ore, a Milano, ecco i Labubu, misteriosi mostriciattoli destinati a borse e tracolle, aspettare al varco file di collezionisti, incuranti del caldo d’agosto come del sospetto di rappresentare «una società infantilista» (Aldo Grasso sul Corriere). I piccoli Labubu non erano nati quando l’URSS si contrapponeva a un Occidente granitico e guidato da Washington. Kasing Lung, designer cinese passato in Olanda, li immaginò, un decennio fa, abitanti di un villaggio tipo Puffi, teneri e un po’ inquietanti. Perfetti per essere trasformati in oggetti di culto – si sono presto moltiplicati in 300 versioni, taglia e prezzi variabili – dalla Pop Mart, specializzata in “giocattoli di design”, con capitalizzazione superiore a quella della Mattel.

Come ha scritto Ferruccio de Bortoli in uno dei suoi Frammenti digitali, questi pacifici pupazzi dalle orecchie appuntite e dalla dentatura iconica (pare che i falsi si riconoscano proprio dalle imperfezioni nella corona a vista) sono i soldatini del soft power cinese in avanzata da Oriente.
E forse, tra dazi e disunioni, è proprio questo il segno dei tempi più profondo. Nelle storie illustrate originali di Kasing Lung, per la serie “The Monsters”, i Labubu hanno un’aria da cultura pop asiatica e tuttavia portano evidenti le tracce europee: scaltri all’apparenza, sono pasticcioni di buon cuore. Provano ad aiutare gli altri, ma la loro litigiosità li distrae e finiscono spesso per mettersi nei guai… Se fossero umani, parleremmo di rischi di «irrilevanza geopolitica» (Mario Draghi e Giorgia Meloni sull’Europa).

Il soft power cinese dei pupazzi di Labubu

La Cina ha acquisito un vantaggio apparentemente incolmabile nell’esercizio di un soft power nei consumi e nelle scelte globali che si manifesta nel mercato di un pupazzetto bruttino

FERRUCCIO DE BORTOLI

Anche in una Milano deserta impressiona vedere ancora una fila davanti al negozio Pop Mart in corso Buenos Aires 3 che vende i celebri pupazzetti Labubu

La pazienza di chi è in coda è infinita. Anche nelle giornate calde e assolate. Non sono tutti giovanissimi. Alcuni hanno una veneranda età. E l’osservatore distratto non può che avere un moto di solidarietà nei loro confronti. 

Lo staranno facendo – è il pensiero comune dei passanti – per un figlio o un nipote. In realtà, l’ormai sterminata letteratura sul fenomeno Labubu – creato su Tik Tok, diventato una moda irresistibile anche grazie a celebri adozioni, da Rihanna a Dua Lipa – ci rivela che sono molti gli appassionati maturi e persino con i capelli grigi

Sul Financial Times sono stati pubblicati i dati più aggiornati sulla consistenza economica della passione planetaria per i Labubu. Nei primi sei mesi dell’anno, le vendite sono semplicemente triplicate. I profitti del gruppo cinese che li produce sono aumentati del 400 per cento. In poco tempo Pop Mart, il cui titolo è quotato alla Borsa di Hong Kong, ha raggiunto una capitalizzazione – come segnala nella sua quotidiana newsletter Franco Quillico – che è pari a più del doppio di giganti come Hasbro e Mattel. Il fondatore e chief executive officer, Wang Ning, è diventato, secondo Forbes, il decimo uomo più ricco della Cina

Non si tratta solo di un fenomeno di adolescenti esaltato dai social network, ma anche nella dimostrazione che sul versante del marketing, e soprattutto dell’esercizio di una sorta di soft power nei consumi e nelle scelte globali, la Cina ha acquisito un vantaggio apparentemente incolmabile

Si misura di più nel mercato di un pupazzetto bruttino, ma per nulla tecnologico, che in quello delle auto elettriche. Conta la creatività e la capacità di imporre delle mode. Una volta prerogativa solo occidentale. E qui non c’è dazio che tenga.