«centinaia di morti sulla coscienza di Trump»

Trump ferma gli aiuti a Kiev: «Prima gli interessi americani».

Mosca: così finisce il conflitto

Stop alle consegne di Patriot e altre armi difensive. Da Pyongyang altri 25-30 mila soldati

Che il presidente statunitense abbia fatto del disimpegno militare in Ucraina uno dei suoi cavalli di battaglia non è una novità. Ma che tagli — per la seconda volta in meno di sei mesi — le forniture militari e soprattutto quelle difensive a partire dai sistemi di difesa anti-aerea Patriot, con la motivazione di voler preservare le scorte del proprio arsenale, è una batosta difficile da assorbire per Kiev.

Prova a reagire il governo di Volodymyr Zelensky che convoca l’inviato Usa per chiedere chiarimenti di un taglio che sarebbe «disumano» come l’ha definito il primo consigliere del presidente Mykhailo Podolyak e rilancia l’offerta di acquistare quel tipo di armi. Opposta la reazione del Cremlino che definisce la svolta americana come un passo per «avvicinarsi alla fine della guerra». 

È stato Politico ad aver fatto filtrare la notizia martedì. Poi, la conferma della Casa Bianca: la decisione di sospendere l’invio di alcune tipologie di armi a Kiev è stata presa nei giorni scorsi dal responsabile politico del Pentagono, Elbridge Colby, al termine di una revisione complessiva delle dotazioni della Difesa. Motivazione: «Mettere al primo posto gli interessi americani».
Le armi attese da Kiev rientravano nei pacchetti di aiuti decisi da Joe Biden, e sebbene nessuna nuova spesa fosse stata autorizzata da Trump, le forniture erano continuate ad arrivare, a parte la breve pausa a marzo.

Il ministero degli Esteri, in assenza di una comunicazione ufficiale da Washington sullo stop alle forniture, convoca l’incaricato d’affari John Ginkel per fare il punto, sottolineando che «qualsiasi ritardo nel sostenere le capacità difensive dell’Ucraina non farà altro che incoraggiare l’aggressore a continuare la guerra e il terrore, invece di cercare la pace».

Zelensky, nel discorso serale, prova a rassicurare la nazione spiegando che con gli Usa «si stanno definendo tutti i dettagli della fornitura di supporto alla difesa», sottolineando che «dobbiamo garantire in ogni modo la protezione del nostro popolo», mentre il ministro Andrii Sybiga chiede di «acquistare o prendere in affitto» i sistemi di difesa. Una proposta che Zelensky aveva già ribadito durante il summit Nato dell’Aia a cui Trump non ha risposto in modo netto preferendo concentrare il suo appoggio militare all’altro alleato, Israele.

E se a fronte di una minor assistenza militare americana le capacità difensive dell’Ucraina nel lungo termine sono a rischio nonostante gli sforzi aggiuntivi degli europei, è Mosca a guardare con ottimismo ai prossimi mesi forte dell’indebolimento dei rapporti tra Kiev e Washington. «Meno armi vengono fornite all’Ucraina, più vicina è la fine della guerra», sottolinea sornione il portavoce Dmitri Peskov, mentre le fabbriche riconvertite all’economia di guerra incrementano la produzione di missili e droni, arrivando a circa 70 Iskander balistici e 15 Kinzhal ipersonici al mese.
Oltre 500 colpi sono stati sparati dal cielo sabato notte, nel raid più massiccio dall’inizio delle ostilità. Lo stesso Vladimir Putin, nella prima telefonata con Emmanuel Macron dopo tre anni, ostenta con sempre maggior convinzione la sua posizione di forza: per lo zar l’unica pace possibile deve «riconoscere le nuove realtà territoriali», quindi non ci sarà nessun passo indietro sulle conquiste ottenute dall’Armata dice al capo dell’Eliseo. 

In questo quadro l’intelligence ucraina stima che la Corea del Nord sia pronta a triplicare il numero delle truppe da affiancare ai russi, inviando al fronte altri 25-30 mila soldati nei prossimi mesi. In aggiunta agli 11 mila che da novembre avevano contribuito a respingere l’incursione ucraina nella regione di Kursk. Pyongyang finora ha pagato caro questo aiuto: circa 4.000 soldati uccisi o feriti.

«Disumano»: la disperazione degli ucraini dopo lo stop Usa alle armi

Le conseguenze: «L’assenza di Patriot porterà a un aumento delle vittime civili»

«È una situazione molto spiacevole». Fedir Venislavskyi è un deputato di Servitore del Popolo, partito del presidente Zelensky, e come chiunque si trovi vicino al potere ucraino sa di non dover usare toni allarmanti quando commenta questioni che riguardano il complicato rapporto con l’alleato statunitense. Ma già che commenti la decisione statunitense di sospendere le forniture militari, tema al di fuori della sua competenza, è molto. Può permettersi un po’ di più il primo consigliere del presidente Mikhailo Podolyak che prova a tranquillizzare: le consegne continuano ma se la fornitura dovesse essere sospesa sarebbe «disumano». Più libera di parlare la deputata dell’opposizione Inna Sovsun, che su X si toglie i guanti e scrive: «Centinaia di morti causati da obiettivi civili saranno sulla coscienza non solo di Putin, ma anche di Trump».

Certo, Washington aveva staccato la spina già a inizio anno dopo la sfuriata tra Trump e Zelensky nello Studio Ovale salvo poi tornare sui suoi passi. Inoltre nessuno sa quanto durerà lo stop e nemmeno se Trump, come ha lasciato intendere lui stesso all’ultimo vertice Nato dell’Aja parlando a una giornalista ucraina della Bbc preoccupata, permetterà a Kiev di acquistare dei Patriot o meno. Ma nell’ultimo anno e mezzo il Paese ha vissuto solo due giorni senza attacchi missilistici e con droni russi con un incremento nel solo mese di giugno del 38 per cento.

L’umore è basso. «Qui ormai nessuno fa più programmi, se ti svegli la mattina e sei ancora vivo vai a lavorare se non lo sei non ci vai», recitava un meme circolato su Instagram settimana scorsa. Concedersi una notte di sonno è diventato un lusso. «Ormai ho imparato a distinguere il boato degli Iskander dallo schianto dei droni. Sta imparando anche mia figlia di tre anni Viola. Ho deciso di trasferirmi in campagna da mia madre per dormire altrimenti do fuori di matto», confida Liuba che racconta anche come trovare tranquillanti e sonniferi nelle farmacie della capitale sia ormai praticamente impossibile.

Ieri il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha convocato il vice capo della missione dell’ambasciata statunitense in Ucraina, John Ginkel. «Qualsiasi ritardo o esitazione nel sostenere le capacità di difesa dell’Ucraina non fa che incoraggiare l’aggressore a continuare la guerra e gli atti di terrore, anziché cercare la pace», è il commento ufficiale. Tra le armi interessate dallo stop figurano decine di intercettori PAC-3 per i sistemi di difesa aerea Patriot. Ma anche Stinger, Hellfire, F-16 ucraini, sistemi anticarro come il lanciagranate AT4 così come i Gmlrs, utilizzati per bersagli terrestri a lunga distanza. Tutte armi senza le quali tirare giù gli Iskander e gli Shahed che tengono sveglie la piccola Viola e Liuba è praticamente impossibile.

Ma perché Washington abbia chiuso i rubinetti proprio ora, è la domanda che rimbalza tra i corridoi della Bankova, la via del potere ucraino. La decisione di Trump — che arriva tre giorni dopo il più grande bombardamento combinato di missili e droni — è stata presa all’inizio di giugno, spiegano fonti della Difesa al Financial Times. Ma alcune spedizioni erano già in viaggio verso l’Ucraina quando sono state bloccate. Il tutto mentre il ministero della Difesa ucraino Rustem Umerov dice di non essere nemmeno stato informato ufficialmente delle sospensioni alle forniture. E se la prima domanda non trova risposta, ce l’ha molto chiaramente la seconda: a chi giova tutto ciò? Il Cremlino sostiene che ridurre il flusso di armi verso Kiev contribuirà a porre fine al conflitto più rapidamente.

Ma a crederci sono davvero pochi. «L’assenza di Patriot porterà a un aumento degli attacchi missilistici russi contro le città ucraine, con un conseguente aumento delle vittime civili», commenta Viktor Kevlyuk, esperto militare del Centro per le Strategie di Difesa di Kiev. E di conseguenza, sintetizza George Barros analista dell’Institute for the Study of War, think tank con sede a Washington, «è improbabile che la decisione di sospendere gli aiuti militari porti al cessate il fuoco auspicato dal presidente Trump».

L’incubo dei droni kamikaze, perno della strategia russa in Ucraina:

«Mille lanci a settimana, uccideranno più bambini»

Economici e sgraziati, gli Shahed sono di origine iraniana ma ora vengono prodotti in casa

«Moriranno ancora più bambini». Gheorgy è un ingegnere di Kiev ed è capitano della 59esima brigata dell’esercito. Alla fine dell’estate scorsa è stato ferito al fronte da un drone vicino a Pokrovsk e ora sta seguendo un programma di riabilitazione psicofisica. «Che un militare resti ferito o ucciso, lo posso accettare. Ma che Putin possa colpire civili innocenti mentre dormono nei loro letti, no».

Gheorgy è arrabbiato: come tutti ha letto la notizia della sospensione degli aiuti militari statunitensi. Ma meglio di altri è consapevole del rischio che il numero di attacchi coi droni russi aumenti sia sul fronte che nelle città, tanto più che i suoi colleghi, nell’arco di pochi, mesi troveranno senza armi per abbattere gli Shahed. «Tre quattro o mesi al massimo e poi diventa davvero complicato difendersi», sospira. Inoltre, come chiunque sia sopravvissuto ad un drone di «fabbricazione iraniana», il capitano sa che dopo l’impatto devi guardarti dalle fiamme perché tra i vari materiali con cui vengono caricate le testate ci sono potenti sostanze incendiarie. 

Infine, da ingegnere ha notato come i «modelli» di Shahed siano ormai molti. «Uno è il Geran (il geranio) di fabbricazione russa l’altro è Garpiya (l’arpia), poi il Gerbera che è un’esca per distrarre i sistemi anti missile». Bianchi i primi modelli prodotti da Teheran, nella loro forma attuale gli Shahed misurano circa 3,3 metri, e nonostante il loro peso di 180 chili si muovono quasi invisibili nei cieli notturni avvolti in scafi in fibra di carbonio nero per evitare i radar.

Nell’ultimo anno i tecnici ucraini hanno identificato almeno cinque tipi di testate, tra cui cariche termobariche, incendiarie e ad alto esplosivo in contenitori d’acciaio frammentati di vario peso. Alcuni campioni analizzati questa primavera raggiungevano i 90 chili. E ora i droni dello zar sono dotati di modem e schede Sim ucraine, che si collegano alle reti cellulari; i modelli più recenti ne hanno più di una, per passare a un nuovo numero di telefono in caso di interruzione della connessione. Disturbarli con le tecniche di jamming è diventato dunque sempre più difficile.

Economici e sgraziati («sembrano delle supposte», scherza Gheorgy), gli Shahed sono il perno della strategia spietata e nemmeno troppo raffinata che il Cremlino applica all’Ucraina.

Dal 2022 gli attacchi con droni si sono quasi quintuplicati, raggiungendo una media di 1.048 lanci a settimana dopo metà febbraio, quando Trump ha iniziato a fare pressione per il cessate il fuoco. L’8 giugno, Mosca ne ha lanciati 479 in una sola notte. Questo — dice Gheorghy — significa solo una cosa: più morti civili. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani conferma che le vittime civili in Ucraina sono aumentate del 37 per cento nel periodo compreso tra dicembre 2024 e maggio 2025, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con 968 civili uccisi e 4.807 feriti.

La produzione dei droni russi è ormai tutt’altro che solo iraniana. In collaborazione con aziende cinesi, la Russia ha anche ampliato la linea con la produzione in uno stabilimento di Izhevsk della Kupol che proprio nei giorni scorsi è stato bombardato e fermato. E non solo. Secondo diverse inchieste, compresa una dell’Afp, il bacino di manodopera di Alabuga, in Tatarstan, comprende studenti di appena 15 anni provenienti da una scuola professionale reclutati con l’inganno e giovani donne africane fatte arrivare con la promessa di formazione e impiego nel settore alberghiero, poi tenute sotto sorveglianza e costrette a lavorare senza adeguati indumenti protettiva.

E questo è solo quello che riguarda i droni. Mosca sta attaccando target civili ucraini con missili balistici e bombe a grappolo, oltre ad aver rapito, stuprato e ucciso centinaia di civili nei territori occupati. Dolore e rabbia che per Gheorgy non si cancelleranno mai, come la cicatrice che gli attraversa la faccia.