“C’è una deriva autoritaria, Trump ha troppo potere”

Usa, allarme degli ex 007

Il monito di The Steady State, gruppo di oltre 400 ex agenti dell’intelligence: “Culto della personalità ed erosione dei contrappesi, la democrazia è a rischio”

Massimo Basile

La deriva autoritaria non arriva con il rumore dei carri armati. Spesso arriva con la normalità. Un presidente revoca cinquanta nulla osta di sicurezza. Uno 007 viene allontanato senza che gli venga spiegato il perché. Chi dovrebbe opporsi, sceglie di non farlo, o impara presto a tacere. Intanto il presidente parla al Paese, promette di «difendere gli americani dai nemici interni» e mette in dubbio l’integrità del sistema elettorale.

L’allarme viene da oltre 400 ex funzionari dell’intelligence americana, che sulla piattaforma online Substack hanno denunciato il piano di Donald Trump: l’uomo d’affari che aveva promesso di andare a Washington per scoperchiare il “deep state”, lo stato sotterraneo, sta creando una macchina per accentrare il proprio potere come mai prima nella storia americana. Il tycoon – dicono – starebbe seguendo, nel suo secondo mandato, il manuale di istruzioni di ogni autocrate: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende il Paese meno sicuro.

«Gli autocrati hanno modalità relativamente comuni di conquistare ed esercitare il potere», spiega Paul Kolbe, ex dirigente della Cia, che ha lavorato in aree dell’ex Urss e nei Balcani. «Tutte queste cose, per me, fanno rima con ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti», aggiunge. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale al quale Trump ha revocato il nulla osta di sicurezza, è convinto che il presidente non si fermerà: «Sono state tolte tutte le barriere di sicurezza – dice -. E credo che il peggio debba ancora arrivare».

Kolbe è tra gli oltre 400 ex funzionari statunitensi dell’intelligence che fanno parte di The Steady State, organizzazione nata nel 2016 in risposta alla crescente deriva autoritaria negli Stati Uniti. Il gruppo ritiene che l’erosione del potere di controllo delle istituzioni, a cominciare dal Congresso ora guidato dai repubblicani, stia mettendo a rischio l’essenza stessa della democrazia americana. La rete ha accusato Trump di «mettere sé stesso al primo posto, e l’America all’ultimo». Intanto, il «culto della personalità» appare inarrestabile. «Trump vuole la sua faccia sui nostri passaporti. Vuole la sua faccia sui nostri soldi. Neanche Mao era arrivato a tanto», spiega Gail Helt, ex analista dell’intelligence, riferendosi all’ex presidente comunista cinese.

Secondo un altro gruppo formato da veterani dell’intelligence, l’Institute for the Study of States of Exception, funzionari dell’amministrazione potrebbero utilizzare i poteri d’emergenza per interferire con le elezioni di novembre, quando verrà eletto il nuovo Congresso. Le preoccupazioni si sono moltiplicate a luglio, quando in un messaggio alla nazione Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, nonostante un rapporto del National Intelligence Council l’avesse escluso. Il richiamo costante all’“invasione comunista”, come negli anni del maccartismo, non sembra casuale. E neanche la Cia riesce a fare da contrappeso: tutti quelli che avevano sostenuto l’ipotesi di un coinvolgimento russo a favore di Trump sono stati privati dell’accesso a documenti sensibili.

Nonostante il quadro cupo, gli ex 007 vedono uno spiraglio: «Gli americani hanno alle spalle una lunga storia di democrazia e libertà. Le istituzioni resisteranno», dicono. Ma il pericolo vero, secondo alcuni di loro, non è solo cosa Trump possa fare, ma quanto l’America possa finire per abituarsi a manovre che un tempo sarebbero apparse intollerabili.

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Anna Lombardi

Prove tecniche di colpo di Stato, e come affrontarlo. La paura di interferenze nelle elezioni di midterm è ormai tale da aver spinto il mese scorso – ma se n’è avuta notizia solo ora – i più illustri senatori democratici d’America a riunirsi in un salone delle conferenze di Washington per allenarsi ad affrontare gli scenari peggiori che potrebbero emergere in prossimità del voto di novembre. Sorta di “war games” fantapolitici, dove gli esperti hanno sottoposto potenziali situazioni da affrontare senza esitazioni ai partecipanti: tutte figure di altissimo rango del partito, a dimostrazione della serietà dei timori. C’erano infatti il leader della minoranza Chuck Schumer, l’ex capo della commissione intelligence – e principale accusatore di Donald Trump durante l’impeachment del 2016 – Adam Schiff, l’attuale vicepresidente della commissione intelligence Mark Warner, l’ex analista della Cia Elissa Slotkin; e pure Raphael Warnock, il reverendo della chiesa che fu di Martin Luther King rappresentante di quella Georgia dove nel 2020 Trump tentò invano di convincere il locale segretario di Stato repubblicano Raffensperger a «trovare» gli 11.780 voti necessari a ribaltare la vittoria di Joe Biden.

Fra le possibili situazioni proposte – un attentato notturno a una sede di voto anticipato, il dispiegamento unilaterale della Guardia Nazionale ai seggi, la diffusione di informazioni private sugli scrutatori – c’era anche quella della possibile diffusione di video deepfake realistici, creati cioè con l’intelligenza artificiale, che mostrano frodi elettorali. Pompati sui social di destra, rilanciati pure dal presidente degli Stati Uniti, scatenerebbero reazioni a catena: dalle minacce di morte agli scrutatori fino a uomini armati nei seggi. In un’eventualità del genere, non ci si può far trovare impreparati: bisogna reagire con fermezza e rapidità.

A guidare i senatori nell’ipotizzare azioni e interventi c’era un team di attivisti e avvocati guidati dall’ex procuratore generale (ai tempi di Barack Obama) Eric Holder, insieme agli esperti di diritto elettorale Norman Eisen Marc Elias, mentre le simulazioni erano a cura dell’organizzazione Protect Democracy e della no profit Democracy Forward. «Non stiamo dicendo che accadrà. Vogliamo però creare un contesto che ci aiuti a identificare le lacune, rafforzare il coordinamento e sviluppare raccomandazioni per farci trovare pronti a tutto», ha spiegato Justin Vail, responsabile di Protect Democracy, al britannico Guardian. «Ho fiducia nella solidità della democrazia statunitense e del suo sistema legale, vero argine contro palesi interferenze politiche che possono arrivare persino dal presidente degli Stati Uniti. Ma può tentare quel che vuole, non può riscrivere una Costituzione chiara e inequivocabile come quella americana», gli ha fatto eco Skye Perryman, ceo di Democracy Forward.

Che Trump non si rassegnerà a una sconfitta non solo è prevedibile, ma è annunciato. Ha già ricominciato a parlare di possibili brogli ed è tornato a sostenere di aver vinto le elezioni nel 2020, chiedendo con insistenza al Congresso l’approvazione del Save America Act, un pacchetto di controlli federali che vieterebbe il voto per corrispondenza a livello nazionale e imporrebbe nuovi requisiti di identificazione agli elettori al momento della registrazione e del voto che finora perfino gli stessi repubblicani si sono rifiutati di votare (rimandando la questione a settembre). Tanto che il senatore Jon Ossoff, della Georgia, considerato uno dei più plausibili candidati dem alla Casa Bianca 2028, ha parlato di «segnale inequivocabile della sua intenzione di attaccare le elezioni e il diritto di voto, proprio come ha cercato di invalidare il voto e impadronirsi della presidenza nel 2020».