(che ha anche un lato vulnerabile)
Dai successi ottenuti contro l’immigrazione clandestina, al calo della disoccupazione alla ripresa di Wall Street. Anche i giornali più critici prendono atto che ha raggiunto «una striscia di vittorie»
GIUSEPPE SARCINA
Alla Casa Bianca, scrive il New York Times, «sono tutti euforici». Le scelte di Donald Trump continuano a seminare divisioni all’interno degli Stati Uniti e polemiche all’estero. Ma persino il quotidiano solitamente tra i più critici, sottolinea come nelle ultime due settimane, il presidente abbia ottenuto «una striscia di vittorie». E in effetti, dal punto di vista trumpiano, i successi sono innegabili. Venerdì 4 luglio, festa dell’Indipendenza, ha promulgato la manovra di bilancio, il «Big Beautiful Bill», che conferma il taglio delle imposte soprattutto per i redditi superiori ai 200 mila dollari annuali, sottraendo risorse al «Medicaid» il programma di assistenza medica per i più bisognosi. Stando a un primo sondaggio, realizzato dalla «Quinnipac University», solo il 29% degli americani apprezza la nuova legge. Ma Trump e i suoi consiglieri sostengono che i contrari e gli scettici cambieranno idea quando vedranno materializzarsi l’imminente «età dell’oro».
Il leader Usa fa leva anche su alcuni dati economici, citati in modo selettivo. Il tasso di disoccupazione è al 4,1%, il livello minimo, considerato fisiologico; l’inflazione è al 2,4%, non lontano dal 2%, obiettivo dichiarato della Federal Reserve. Infine la Borsa sembra aver superato il trauma di inizio aprile, quando Trump annunciò l’imposizione generalizzata di dazi. Ora l’indice «S&P 500» viaggia al più 3,8% rispetto al 20 gennaio, il giorno in cui iniziò il secondo mandato dell’ex costruttore newyorkese. Certo, bisognerebbe mettere in conto altri elementi: a cominciare proprio dall’impatto dei dazi, una volta definito il quadro complessivo, sul commercio mondiale e quindi sulla produzione, l’inflazione, l’occupazione. Oppure occorrerebbe prestare attenzione alla dinamica del debito pubblico, pari a 36 mila miliardi di dollari: «Per adesso è sostenibile, ma sta andando nella direzione sbagliata», avverte Jerome Powell, presidente della Fed.
Non c’è solo l’economia. Le buone notizie per Trump, pessime per i suoi oppositori, arrivano anche dalle aule giudiziarie. Negli Usa operano 677 magistrati federali nominati dal presidente e con il potere di bloccare i provvedimenti di urgenza adottati dalla Casa Bianca.
Secondo le cifre pubblicate da «Ballotpedia», al primo gennaio 2025 risultavano in servizio 232 giudici indicati da Joe Biden e 228 da Trump. Dal 20 gennaio al 3 luglio, 194 sentenze hanno bloccato, a volte solo temporaneamente, i provvedimenti dell’Amministrazione. Ma da ultimo, le Corti d’Appello e la Corte Suprema, controllata da sei togati conservatori su nove, hanno ribaltato diverse pronunce, dando ragione a Trump su materie cruciali come l’immigrazione, il licenziamento di impiegati federali, il dispiegamento, su ordine presidenziale, della Guardia Nazionale a Los Angeles.
Nel mese di giugno gli arresti di immigrati illegali al confine messicano sono stati seimila, il livello minimo dagli anni Sessanta. La media degli ultimi mesi di Biden nello Studio Ovale si attestava a quota 50 mila. Si presume, quindi, che i flussi si siano ridotti drasticamente.
Il versante più vulnerabile resta la politica estera. Trump rivendica «la grande vittoria» in Iran, con il bombardamento delle centrifughe nucleari. Un’operazione che ha ritardato il percorso degli ayatollah verso l’atomica, senza innescare una guerra totale.
Il modello trumpiano, però, non ha funzionato, almeno finora, nè con Vladimir Putin nè con Xi Jinping. Per quale motivo? La risposta più semplice è che in tutti gli altri casi Trump ha potuto sfruttare, in modo abile per i suoi sostenitori, in maniera spregiudicata per gli altri, un’oggettiva superiorità istituzionale, politica o militare, a seconda dai casi. Con la Russia e con la Cina i vantaggi di partenza sono tutti azzerati. Putin è convinto di avere le risorse per poter continuare la guerra in Ucraina e sta scommettendo sul disimpegno di Trump. Xi Jinping sta conducendo la trattativa sui dazi sfidando Washington, confidando sul fatto che le aziende e i consumatori americani non potranno fare a meno dei mercati e dei prodotti cinesi. Il presidente Usa prevale quando può dominare, minacciare, coartare gli interlocutori. Siano essi i deputati del Congresso o gli ayatollah di Teheran. Ma di fronte a interlocutori di pari peso, «The Donald» si ritrova spiazzat0.

