Camilla Costanzo: “Tempo al tempo”

«Papà Maurizio? È al Verano, ma non è lì: fa parte di quel che sono. Ci ha salvati coi pranzi del giovedì»

La figlia del giornalista e conduttore, scomparso nel 2023, nel nuovo libro racconta le vite ai margini. «Io e Saverio siamo legati da sempre, e sempre lo saremo. Ma anche con Gabriele e con Maria, che lavora tantissimo, siamo vicini. Cosa mi manca di lui? La telefonata lunga del sabato. E i pranzi, tutti insieme, per non perderci»

Paolo Conti per

Il nuovo libro di Camilla Costanzo (Tempo al tempo, Mondadori) è composto da piccole storie brevi e comuni, che ciascuno di noi potrebbe vivere, destinate ad avere una loro leggibilità e un loro senso, come con le tessere di un mosaico, a racconti conclusi, nella visione d’insieme.

Perché la scelta della micro-storie?
«Perché mi interessano. I sentimenti universali appartengono a tutti, animano le nostre vite: mi soffermo sulle esistenze ai margini, che non hanno nulla di rivoluzionario, non sono insomma grandi vicende. Quando ho affrontato la maternità, la crescita dei figli, il matrimonio ho visto che tante vite si somigliano, che le relazioni familiari hanno nodi di fondo con cui tutti facciamo i conti».

Numerosi racconti affrontano un dolore che poi trova un senso.
«Quando si vive un momento buio non se ne vedono bene i contorni e il motivo. Poi, dopo, si. Il titolo del libro è legato a questo tema, Tempo al tempo. Racconterò un piccolissimo episodio della mia vita per farmi capire. Avevo 16 anni, ero nel pieno di uno di quei tipici conflitti adolescenziali con mia madre. Un giorno mi sono procurata una brutta ferita a un dito, la mano era fasciata e non potevo lavarmi i capelli. Chiesi a mamma di farlo lei. Così, con quel pretesto, riprendemmo a parlare. Nulla di trascendentale, lo so: ma senza quell’incidente, e senza quel pretesto, chissà quanto saremmo andate avanti a non parlarci, a non capirci».

Il libro è attraversato da un tema molto forte: la scomparsa.
«Mi ha sempre affascinato e insieme atterrito, anche più della morte. Il mio programma televisivo preferito in assoluto è Chi l‘ha visto?, non ne perdo una puntata da anni, è come scegliere un film dell’orrore in una notte di temporale rifugiata sotto le coperte. Quando i miei figli erano piccoli avevo sempre il terrore di perderli al supermercato, al parco, in vacanza».

Maurizio Costanzo

«UNA VOLTA LA SETTIMANA CI INVITAVA A MANGIARE. È IL SUO INSEGNAMENTO: SE HAI UN’ABITUDINE, NON TI PERDI E RESTI UNITO»


Le sparizioni, nel libro, riguardano uomini e figure paterne. La piccola Anita cresce senza il papà, andato via poco prima della sua nascita. Tita ha una figlia ma anche lì il padre non c’è… C’è un nesso con la vita vissuta con un padre che si chiamava Maurizio Costanzo?
«Non ho mai vissuto la quotidianità con lui. Per spiegarmi, non era il tipo da accompagnare o riprendere mio fratello e me a scuola, a pranzo non ne parliamo. Vorrei però essere chiara: papà c’è sempre stato, nella nostra vita, era presentissimo in tutto. Ma non nel quotidiano. Nell’adolescenza ha avuto un rapporto più semplice con Saverio, in generale papà si capiva più facilmente con gli uomini. Lui ed io ci siamo inseguiti per anni: io lo cercavo, lui fuggiva perché non ero un tipo facile e pretendevo molto, poi lui mi inseguiva e io fuggivo. Ma il nostro è stato un grandissimo amore tra padre e figlia: l’uomo di cui sono stata più innamorata nella vita è stato lui. Ed è la ragione per cui, nel libro, mi ritrovo più facilmente nel punto di vista femminile».

Molte storie sono tra madre e figlia. Elena si ritrova con una figlia come Anita, priva di padre, che va male alle elementari ma disegna benissimo e addirittura realizza un ritratto del genitore mai visto. Laura ha una enorme difficoltà di lasciar crescere Livia, di vederla autonoma…
«La tematica madre-figlia è emersa scrivendo nel modo più immediato e non pianificato. Livia è un po’ anche mia figlia Nina, che da bambina aveva un Dsa, un disturbo nell’apprendimento della matematica, diagnosticato solo in prima media, non ce ne eravamo accorti. In quanto al ritratto, la bambina disegna qualcosa che ha in mente ed è la madre a voler vederci a tutti i costi quell’uomo svanito nel nulla. In quanto a Laura, qualunque madre ha nel profondo il timore di perdere la figlia quando cresce. Ma Laura riesce a fermarsi in tempo prima di soffocarla, capisce cosa sta facendo e cambia. Penso sia un messaggio positivo».

La scrittura in qualche modo salva chi sta scrivendo? Libera l’autore o l’autrice, come in questo caso, dai propri pesi?
«Nel mio caso sicuramente. Ma sono certa che il potere salvifico della scrittura sia ben noto a chiunque scriva. È un rito direi di autoanalisi: scrivendo tiri fuori le storie che hai dentro, le guardi dall’esterno, diventano autonome e quel distacco ti aiuta a capire moltissimo della tua stessa vita.»

C’è un sacerdote, don Roberto, che viene ucciso mentre difende una ragazza ai margini. Muore non da santo ma da uomo qualsiasi.
«Don Roberto, lo scoprirà chi leggerà il libro, ha i suoi pesi per via di una sua fuga. Infatti la sua morte, per tornare al discorso iniziale, ha un senso. In quanto ai preti, sono uomini come tutti.»

C’è un modello di scrittura al femminile a cui si è ispirata?
«Ho amato moltissimo Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan. Titolo straordinario, lo avrei voluto per il mio libro… Una scrittura chiara, forte. E poi ho scoperto tardi Lalla Romano, anche lei con un dono raro nel fare letteratura».

Sono passati da poco due anni dalla scomparsa di Maurizio Costanzo, morto il 24 febbraio 2023. Le manca?
«Tantissimo, sempre, ogni giorno. Siamo andati a trovarlo al cimitero, al Verano nell’anniversario. Ma lui non è lì. Io sono certa della sopravvivenza di qualcosa che potremmo chiamare anima: nulla a che vedere con una religione ma sono certa che papà sia in qualche modo entrato dentro di me e faccia parte di ciò che sono io oggi, ho una nuova energia e penso di averlo riconquistato. Come nei grandi amori tra padre e figlia ci sono stati momenti difficili. Ma ora lui è sempre con me.»

Camilla, Saverio e Gabriele Costanzo

L’assenza più evidente e più forte?
«Papà era notoriamente un abitudinario. Manca la telefonata lunga del sabato, per fare il punto. E il famoso pranzo del giovedì dove eravamo convocati sempre nel suo ufficio noi figli, il mitico avvocato Giorgio Assumma, suo legale di fiducia e amico di riferimento, e l’ex dirigente Rai Lorenzo Vecchione. Telefonava al mattino del giovedì, chiedeva cosa volessimo per pranzo, spesso sushi o pizza o altro, e ci vedevamo lì, fissi, senza mai mancare. È un altro suo insegnamento: quando hai un’abitudine e un appuntamento regolare, non ti perdi e resti unito. E così noi abbiamo mantenuto l’impegno. Ci vediamo il giovedì a pranzo, sempre nel quartiere 
Prati, a rotazione o da “Dante”, o da “Vanni” o a “La nuova fiorentina”».

Siete rimasti tutti molto legati?
«Io e Saverio da sempre e lo saremo sempre. Poi c’è Gabriele, il nostro fratello adottato da papà e Maria, e anche con lui siamo molto legati così come con la stessa Maria che lavora tantissimo, proprio come papà, ma restiamo vicini».

Un modo per ricordare Maurizio Costanzo?
«Abbiamo fondato un premio teatrale che porta il suo nome, rivolto alle compagnie che operano nelle carceri italiane. Era una difficile parte della società che papà ha sempre seguito e ci è sembrato giusto fare qualcosa che portasse il suo nome».

Le piccole storie del libro sembrano pronte per una trasposizione cinematografica o televisiva….
«Vengo dal mondo della sceneggiatura. Ma guardando il libro da fuori non so se sia davvero adatto a un’operazione del genere. Scrivendo, non ci ho pensato. Ma magari, chissà, un o una regista che condivida la passione per le piccole storie… Perché no?».