L’inventore della bellezza ideale ad un certo punto cambierà pelle
Roberta Scorranese
Solo sette anni separano Sandro Botticelli (nato nel 1445) dal più giovane Leonardo da Vinci, eppure la differenza tra le due stelle del Rinascimento fiorentino è profonda e parte da un dettaglio: il disegno.

La Primavera è un dipinto che trova la sua grandiosità anche nelle linee di contorno, definite come dei confini tematici, una scansione che era prima di tutto filosofica: la vita è da intendersi come una serie di forme concluse, ispirate a un ideale profondo e assoluto. La Gioconda, invece, è l’esempio classico dello «sfumato» leonardesco, cioè una visione differente, quella dello scienziato: nella natura niente si presenta come fissato per sempre, ma tutto è in definizione, senza linee di contorno.

Cosa che Leonardo replica persino nei disegni, somiglianti a un fascio nervoso di tratti fitti e capricciosi. Ecco perché il Botticelli che possiamo ammirare fino al 18 ottobre nella mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento (Gallerie d’Italia Intesa Sanpaolo, Piazza Scala a Milano) è interessante: Ritratto allegorico di figura femminile, un dipinto nel quale forse è stata ritratta la sua musa ispiratrice, Simonetta Vespucci, è un capolavoro di dettagli minuziosi ben delineati, dai riccioli alle perline del manto. È ancora il Botticelli della bellezza ideale, della dottrina neoplatonica con la quale il corpo femminile (anche nudo, pensiamo alla Nascita di Venere) perde la sua natura terrena e diventa strumento di elevazione verso Dio.

Diciamo «ancora», perché più tardi l’artista cambierà registro: niente più bellezza assoluta, ma già nella Calunnia di Apelle (1496) la leggerezza quasi mondana si trasforma in figure ombrose, volti deformati dalle emozioni, abiti neri e allusioni ad un castigo ineluttabile. Sarà stato un progressivo avvicinamento alle posizioni apocalittiche di Girolamo Savonarola? Non è ancora del tutto chiaro. Botticelli è stato il primo a ravvisare nei corpi una bellezza vicina al divino, com’è stato possibile che poi abbia sposato una filosofia «piagnona» e moralista, quella di uno che condannava i nudi e le allegorie neopagane?
Resta una terza ipotesi, più originale e affascinante: Botticelli sentì il bisogno di compiere una sterzata anti-estetizzante, che lui sentiva più «moderna». E, forse, più simile ai tempi bui che la città stava attraversando.




