Giugno 1980, lo storico concerto reggae a San Siro, il giorno dopo a Torino. La Trenchtown Experience era unica, mai nessuno così né prima né dopo
CARLO MASSARINI
le pareti di una stanza dell’allora casa di Bob Marley, al 56 Hope Road di Kingston, ora trasformata in museo, sono tappezzate di ritagli stampa e prime pagine dei quotidiani. Ce ne sono da tutto il mondo, ma una spicca in modo particolare, e fa bella mostra di sé proprio al centro: Bob Marley a San Siro.



Forse è casuale o forse no, ma di sicuro quel concerto, a colui che in quel momento era la più grande star planetaria, era rimasto nel cuore. Fanatico del calcio, per lui suonare a San Siro – uno degli stadi leggendari, conosciuto in tutto il mondo – rappresentava uno degli highlights della sua carriera. Sicuramente gli sarebbe piaciuto giocare su quel prato una partita con la sua banda di jamaicani, tutti amanti del calcio (alla Barcellona di Guardiola, si entra in porta con la palla). Ma 45 anni fa era complicato farlo: quel giorno gli spettatori sono stati fatti entrare presto, e la platea infinita si è riempita già a metà pomeriggio. In Italia la fama di Marley nel 1980 era ormai grande, e la fame di concerti sul suolo italico, ormai in crisi da molti anni per le contestazioni da parte degli auto-riduttori, ancora di più.



E giornatona fu. Intanto, come aperitivo, il nostro bluesman Roberto Ciotti, un Pino Daniele appena sbocciato e gli scozzesi Average White Band, r’n’b bianco di buona qualità. Poi, quando il sole stava tramontando, e San Siro era punteggiato di luci e di nuvole che fluttuavano nell’aria, Bob e i suoi Wailers sono discesi sul pianeta terra. Compatti e in missione per conto di Jah. Chiunque c’era quella sera, o che abbia mai visto un concerto di Marley in qualche angolo del mondo, sa. Per me, e li ho visti tutti i migliori, da Hendrix ai Talking Heads, da McCartney a Prince, l’uomo che veniva dal ghetto di Kingston è il ricordo più forte, più profondo, più spirituale. E, non ultimo, più trascendente sul piano psico-fisico, perché come si ballava ai concerti del rastaman, mai nessuno né prima né dopo. Ya man.



La Trenchtown Experience era qualcosa che ti portava altrove. Se stavi lì in piedi, ginocchia morbide, quel basso pulsante e quel chaka-chaka in levare che ti spingeva, era un movement verso un’altra dimensione. «Forget your troubles and dance, dimentica i tuoi guai e balla, dimentica le tue debolezze, e balla». Marley ti prendeva, e ti raccontava, e ti illuminava con parole di saggezza – popolare, biblica -, ti cantava con dolcezza che «everything will be alright» e alla fine, già nella sua consapevole mortalità, ti raccontava che, in sintesi, cantava canzoni di libertà e redenzione.
E tu sapevi che era vero, che lui era vero. Il ragazzo mezzosangue era venuto a risvegliare, e unire, a essere una perfetta parabola dell’idea, come ha detto «quello che veramente vorrei è che tutte le razze, gialle, bianche, nere, si unissero». Marley, come nessuno prima o dopo, lavorava su tre livelli: autorale, spirituale e fisico, e tutto si fondeva: pancia, mente, anima. Jah gli aveva dato questo potere e se lo è portato via, al suo culmine, lasciando tante domande e nessuna risposta.
Ma questo, il 27 giugno 1980, solo pochi lo sapevano. E non so quanti, quella notte e la successiva a Torino, davvero conoscessero Marley e la sua storia. I social non c’erano (pensa ci fossero stati, col moralismo e il politichese di allora), ma era comune credenza – a metà fra il gossip e il senti questa – che sto Bob era uno con le trecce che veniva da un’isola dei Caraibi, suonava uno strano ritmo, e si faceva un sacco di canne.



Tutto vero, vostro onore. Fortunatamente. Quella notte a Milano e il giorno dopo, a Torino, danzando sulla pista in tartan del glorioso Comunale, mi son sentito circondato da centomila e passa che si sono goduti qualcosa di irripetibile. Il palco di San Siro altissimo, inscalabile, era praticamente buio ma là fuori io ricordo ancora la sensazioni di fuoco, e fumo. Milano era una città dura, alla fine degli Anni Settanta. La notte di Torino invece la ricordo di morbidezza assoluta, quasi un opposto. Guerra e pace.
Chissà se è vero, sapete che la memoria ricorda quello che vuole lei, a te rimane la sensazione. E poi, onestamente non pensavo a fare il cronista: ero un soldato in caserma a Sassari volato su Milano, invitato a bordo del magic bus a viaggiare con loro fino a Torino e che doveva rientrare all’alba, grazie a una licenza breve (tre giorni ) ormai finita. Quella è stata la experience dentro all’esperienza. Davvero irripetibile.







