
IL CERCHIO SI STRINGE INTORNO A PETE HEGSETH – SI È DIMESSO JOE KASPER, IL CAPO STAFF DEL SEGRETARIO ALLA DIFESA: È LUI IL CAPRONE ESPIATORIO TROVATO DALL’EX CONDUTTORE DI FOX NEWS PER LE FIGURACCE DI HEGSETH – KASPER AVREBBE AVUTO UN RUOLO INDIRETTO: HA SOSPESO QUATTRO ALTI DIRIGENTI, ALTAMENTE SOSPETTATI DI AVER FATTO TRAPELARE LE (MOLTE) NOTIZIE DANNOSE NEI CONFRONTI DEL CAPO DEL PENTAGONO…
Media, il capo dello staff di Hegseth lascia il Pentagono
(ANSA) – Joe Kasper, il chief of staff del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, lascerà immediatamente il dipartimento. Lo riporta Politico. Qualche giorno fa era stata data la notizia che Kasper avrebbe solo lasciato il suo incarico per assumere un altro ruolo all’interno dall’agenzia e lo stesso Hegseth aveva ribadito la sua piena fiducia in lui. Il chief of staff ha avuto un ruolo chiave nella sospensione di Colin Carroll, capo di gabinetto del vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg, e dei due alti dirigenti, Dan Caldwell e Darin Selnick, tutti sospettati di aver fatto trapelare la notizia dannose nei confronti del capo del Pentagono.
Peter Thiel è tornato ad aprire il portafogli
Traduzione di un estratto dell’articolo di James A. Downs
Il megadonatore del GOP Peter Thiel è tornato. Il magnate […] diventato finanziatore politico era rimasto ai margini durante le elezioni del 2024, dichiarando che non avrebbe finanziato candidati dopo un intenso ciclo elettorale nel 2022. Aveva donato ingenti somme a due suoi ex colleghi: l’attuale vicepresidente J.D. Vance nella corsa al Senato in Ohio e al candidato al Senato per l’Arizona Blake Masters […]
Ora sta di nuovo aprendo il suo libretto degli assegni, mentre i repubblicani cercano di difendere le loro risicate maggioranze al Congresso contro quello che potrebbe essere un contesto politico difficile il prossimo anno.
Ha già contribuito con oltre 1,3 milioni di dollari nei primi tre mesi dell’anno non elettorale. Nel complesso, nel 2022, Thiel ha speso oltre 35 milioni di dollari, secondo i documenti depositati presso la FEC, inclusi 15 milioni di dollari a un super PAC a sostegno di Vance e 20 milioni di dollari a un super PAC allineato con Masters. […]
C’è chi sostiene che senza il sostegno di Thiel, oggi non ci sarebbe un vicepresidente Vance, che aveva affrontato una primaria repubblicana molto combattuta, in cui era intervenuto anche il presidente Trump.
Thiel si era tenuto fuori dal ciclo presidenziale scorso perché, secondo quanto riportato da Reuters nel 2023, riteneva che il suo partito si fosse concentrato troppo su “temi culturali scottanti”.
Ma il miliardario è stato attivo nei primi mesi del 2025, secondo i rapporti trimestrali. Stavolta, Thiel si è concentrato sui repubblicani della Camera, il fulcro della battaglia politica per il 2026. Ha sborsato oltre 850.000 dollari al comitato congiunto di raccolta fondi dello speaker Mike Johnson, un meccanismo che aiuta i candidati a riempire le proprie casse mentre lo speaker organizza raccolte fondi. […]
Thiel ha raggiunto il tetto massimo di donazioni per diversi repubblicani vulnerabili […] e ha donato a diversi fondi per futuri candidati e a due comitati elettorali statali, New York e New Mexico.
I repubblicani hanno un percorso favorevole per mantenere la maggioranza al Senato, ma detengono solo una maggioranza di tre seggi alla Camera. Il partito alla Casa Bianca ha perso in media circa 28 seggi alle elezioni di metà mandato negli ultimi 100 anni, secondo i dati dell’American Presidency Project.
Storicamente, il Partito Repubblicano ha sempre avuto deficit di raccolta fondi, poiché il Partito Democratico è stato più capace di mobilitare il sostegno economico di piccoli donatori. Di conseguenza, il GOP si è spesso affidato ai megadonatori per finanziare le campagne.
Ma i candidati repubblicani alla Camera sono partiti bene in questo ciclo elettorale. Hotline ha riportato la scorsa settimana che i membri repubblicani più vulnerabili hanno raccolto in media oltre 990.000 dollari. I loro omologhi democratici hanno raccolto in media circa 500.000 dollari nei primi tre mesi dell’anno. […]
I più ricchi sono diventati ancora più ricchi e controllano una quota record della ricchezza americana. Nuovi dati suggeriscono che nel 2024 è stato creato un patrimonio di 1.000 miliardi di dollari solo per le 19 famiglie più ricche degli Stati Uniti. Si tratta di un valore superiore a quello dell’intera economia svizzera.
Ci sono voluti quattro decenni perché la quota di ricchezza totale delle famiglie americane detenuta dallo 0,00001% più ricco della popolazione passasse dallo 0,1% del 1982, quando 11 famiglie costituivano questo ristretto gruppo, all’1,2% del 2023, secondo un’analisi di Gabriel Zucman, economista dell’Università della California, Berkeley e della Paris School of Economics – scrive il WSJ.
In un solo anno, alla fine del 2024, la quota della ricchezza totale delle famiglie statunitensi detenuta dallo 0,00001% più ricco, ovvero quelle 19 famiglie, è balzata all’1,8%, pari a circa 2,6 trilioni di dollari. Si tratta del più grande aumento annuale mai registrato, secondo Zucman.
Il patrimonio totale delle famiglie statunitensi era pari a circa 148.000 miliardi di dollari alla fine del 2024, secondo una misura utilizzata da Zucman che sottrae il valore dei beni di lusso e delle pensioni non finanziate dalla stima del patrimonio delle famiglie della Federal Reserve.
Il patrimonio netto medio di tutti i gruppi è aumentato dal terzo trimestre del 1990, in linea con la crescita dell’economia statunitense. La crescita della ricchezza degli americani più ricchi ha superato di gran lunga quella di tutti gli altri gruppi di ricchezza degli Stati Uniti.
[…] I gestori patrimoniali affermano che il boom del mercato azionario nel 2024 ha alimentato la creazione di ricchezza ai vertici, dopo i guadagni già considerevoli dell’anno precedente. Insieme, questi due anni hanno rappresentato i migliori anni consecutivi dell’S&P 500 in un quarto di secolo. (I mercati sono crollati da quando il presidente Trump ha scatenato una guerra commerciale globale, drammatizzando la natura volatile della ricchezza dei più ricchi tra i ricchi. Con gran parte della loro ricchezza legata al mercato azionario, il loro patrimonio netto può oscillare di miliardi ogni giorno).
Secondo la ricerca di Zucman, lo 0,00001% più ricco degli Stati Uniti possiede un patrimonio netto di almeno 45 miliardi di dollari per famiglia e include Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Bill Gates, Warren Buffett e l’investitore di private equity Stephen Schwarzman. Altri ricercatori hanno soprannominato coloro che possiedono una ricchezza di tale portata “supermiliardari”.
La crescita della ricchezza tra i ricchi ha creato nuovi miliardari in tutto il mondo, e in particolare negli Stati Uniti.
La banca privata JPMorgan Chase stima che i miliardari statunitensi fossero quasi 2.000 lo scorso anno, in aumento rispetto ai circa 1.400 del 2021, quando ha iniziato a monitorare i miliardari. La società di dati patrimoniali Altrata, invece, stima che nel 2023, l’anno più recente per cui dispone di dati, i miliardari saranno 1.050, in aumento rispetto ai 975 del 2021. Altrata calcola che il loro patrimonio totale nel 2023 si avvicinerà ai 4,9 trilioni di dollari.
Secondo il World Inequality Database, nel 2023 l’1% più ricco degli Stati Uniti deteneva il 34,8% della ricchezza totale delle famiglie statunitensi. In confronto, l’1% più ricco del Regno Unito deteneva il 21,3% della ricchezza totale del Paese. In Francia, l’1% più ricco deteneva il 27,2% e in Germania il 27,6%.
Più una famiglia era ricca nel 1990, più rapidamente ha accumulato ricchezza negli anni successivi. Mentre l’1% più ricco ha aumentato la propria quota di ricchezza totale delle famiglie, tutti gli altri gruppi di ricchezza degli Stati Uniti hanno visto diminuire la propria quota.
Secondo un’analisi dei dati della Federal Reserve condotta da Steven Fazzari, economista della Washington University di St. Louis, una famiglia appartenente allo 0,1% più ricco (circa 133.000 famiglie con un patrimonio di almeno 46,3 milioni di dollari ciascuna) ha accumulato in media 3,4 milioni di dollari all’anno dal terzo trimestre del 1990, in dollari del 2024. In confronto, la ricchezza del resto dell’1% più ricco, circa 1,2 milioni di famiglie con un patrimonio di almeno 11,2 milioni di dollari ciascuna, è cresciuta in media di 450.000 dollari all’anno per famiglia.

Così la Casa Bianca si stacca dall’Europa
Pioggia di missili su Kiev: 12 morti. Putin scatena il peggior attacco dell’anno, dopo l’invito di Trump all’Ucraina a cedere la Crimea. Zelensky: «Ci stanno uccidendo tutti». Il leader del Cremlino non sarà a Roma
Una pioggia di missili su Kyiv, mentre tutto il territorio dell’Ucraina si colorava del rosso dell’allarme aereo. Poche ore dopo le accuse di Donald Trump al presidente ucraino di «ostacolare la pace», è arrivata la risposta di Vladimir Putin: 70 missili di ogni genere e tipo e 145 droni lanciati sulle città ucraine, in una delle notti più infernali dell’ultimo anno: Kharkiv è stata sotto attacco 24 volte, a Zaporizhzhia è stato colpito un palazzo residenziale, a Zhitomir un secondo missile russo ha colpito dei soccorritori arrivato sul luogo dove ne era già esploso uno, nella ormai classica tattica del “double tap”, doppio colpo. Ma il bersaglio più martoriato da questo raid è stata la capitale ucraina, dove dalle macerie di un’abitazione sono stati estratti 12 corpi, tra cui quelli di un fratello e una sorella di 20 e 22 anni, e di un ragazzo di 17 anni, i cui compagni di liceo per ore sono rimasti sul luogo della strage, piangendo e sperando in un miracolo.
I kyiviani feriti sono più di 90, nell’attacco aereo più violento scagliato dai russi da luglio scorso, quando era stato colpito l’ospedale pediatrico Okhmatdyt. E secondo Volodymyr Zelensky, il missile che ha distrutto il palazzo residenziale nel distretto Svyatoshynsky di Kyiv era un KN-23 di produzione nordcoreana, con una carica esplosiva più potente delle armi analoghe di produzione russa. «E la pazienza degli ucraini che sta per finire», ha risposto il presidente ucraino – che ha accorciato la sua visita in Sudafrica per rientrare d’urgenza in patria – alla domanda dei giornalisti sulla scadenza di due settimane che Trump ha posto prima di lavarsi le mani dal negoziato di pace. La first lady ucraina Olena Zelenska ha scritto invece sui suoi social che «parlare di pace è una bella idea, ma perché la proponete a chi è sotto le macerie… e a chi piange sopra il corpo di un bambino disteso sull’asfalto, invece di proporla a chi ci sta uccidendo?».
Il dittatore russo (che non sarà a Roma per i funerali di Papa Francesco per il mandato di cattura internazionale che pende sulla sua testa) continua a mantenere il silenzio ma la sua risposta alle esternazioni di Trump e alle proteste di Zelensky contro il presunto piano americano di riconoscere la Crimea come territorio russo è stata fragorosa. L’attacco della notte di mercoledì è stato ordinato dopo che il Cremlino aveva già confermato di aspettare l’arrivo dell’inviato americano Steve Witkoff, che dovrebbe oggi incontrare Putin. Le bombe russe sull’Ucraina sembrano in queste circostanze una sfida alla diplomazia, oppure al contrario un segno di complicità con Trump, che vuole imporre a Zelensky di cedere i territori occupati dalle truppe russe e accogliere sostanzialmente le condizioni di resa del Cremlino. Una situazione che perfino il presidente americano riconosce come imbarazzante, come si vede anche dalle maiuscole del suo post, «VLADIMIR, STOP!», che però difficilmente aiuterà a fermare Putin, nonostante Trump ieri si fosse detto convinto che gli avrebbe prestato ascolto.
Del resto, se Putin si fermasse mostrerebbe ai russi di obbedire agli ordini dell’America, condizione che ovviamente non può accettare. Vista da Mosca, la situazione appare quella di una grande opportunità: la leadership di Washington appare priva di una linea coerente che non sia basata soltanto sui desideri di Trump, convinto che i russi facciano una grande concessione a «non occupare l’intera Ucraina». Se gli Usa riconoscessero unilateralmente l’annessione della Crimea – Trump lo aveva promesso già nella campagna elettorale del 2016 – la conseguenza sarebbe una violazione del diritto internazionale, con una spaccatura potenzialmente insanabile tra europei e americani, all’interno della Nato. Se si riuscisse invece a convincere Trump che regalare la penisola ucraina a Putin sia una follia quanto i super dazi, la guerra continuerebbe come prima, cosa che non sembra spaventare il presidente russo. Ieri il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergey Shoigu ha accusato l’Europa dei preparativi «per attaccarci già nel 2030», minacciando il ricorso alle atomiche.
L’ex ministro della Difesa russo ha dato un colpo anche a un altro pilastro del potenziale accordo di pace sponsorizzato dalla Casa Bianca: l’idea di portare in Ucraina un contingente di peacekeeper europei nasconderebbe «l’occupazione di territori storicamente russi» e rischierebbe di «portare alla Terza guerra mondiale». Non è chiaro che cosa proporrà Witkoff oggi a Putin, visto che l’agenzia Bloomberg cita indiscrezioni secondo le quali gli Usa rinunciano ad assecondare un’altra condizione russa, quella sulla smilitarizzazione dell’Ucraina.
Zelensky ieri ha provato a riportare la Casa Bianca alla realtà, ricordando che Mosca vuole «distruggere gli Usa ancora dai tempi dell’Urss» e invocando «pressioni su Putin» per una tregua incondizionata.

E TANTI SALUTI A ZELENSKY E NETANYAHU – DONALD TRUMP RILASCIA UN’INTERVISTA AL “TIME” PER SFANCULARE DEFINITIVAMENTE L’UCRAINA: “LA CRIMEA RIMARRÀ ALLA RUSSIA. LA PACE CON PUTIN È POSSIBILE, LA GUERRA È SCOPPIATA PERCHÉ KIEV HA PARLATO DI ADESIONE ALLA NATO” – “IL PREMIER ISRAELIANO NON MI TRASCINERÀ IN UNA GUERRA CONTRO L’IRAN. SONO PRONTO A INCONTRARE KHAMENEI” – “LA CINA? XI JINPING MI HA GIÀ CHIAMATO, NON È UN SEGNO DI DEBOLEZZA. MA NON LO RICHIAMERÒ” – “SUL CANADA COME 51ESIMO STATO NON SCHERZO…”
Ucraina: Trump al “Time”, Zelensky sa che la Crimea “rimarra’ alla Russia”
(Agenzia_Nova) – La Crimea “rimarra’ alla Russia”, e anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ne e’ consapevole. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in un’intervista concessa alla rivista “Time” in occasione del centesimo giorno del suo secondo mandato.
Il capo della Casa Bianca ha affermato che “tutti sanno” che Mosca manterra’ il controllo della penisola, aggiungendo che la Crimea era russa “da molto prima dell’arrivo di Trump” e che “la popolazione parla in gran parte russo”. Interrogato su un’eventuale legittimazione da parte degli Stati Uniti dell’annessione alla Russia non solo della Crimea, ma anche delle altre quattro regioni ucraine occupate, Trump ha evitato una risposta diretta: “Di queste si parla poco, e’ la Crimea quella che viene sempre menzionata. E la Crimea restera’ alla Russia”.
Nel colloquio con il settimanale statunitense, Trump ha definito nuovamente il conflitto in Ucraina “la guerra di (Joe) Biden”, ribadendo che “non sarebbe mai iniziato” se fosse stato lui alla guida del Paese. “E’ una guerra che non ha nulla a che fare con me, e’ iniziata perche’ si e’ parlato di adesione dell’Ucraina alla Nato. Se non fosse stato per quello, probabilmente non sarebbe mai cominciata”, ha detto.
Il presidente Usa ha anche escluso un futuro ingresso di Kiev nell’Alleanza atlantica: “Non credo che potranno mai entrare nella Nato. E’ stato un errore parlarne fin dall’inizio”. Sulla possibilita’ di una pace con il presidente Vladimir Putin ancora al potere in Russia, Trump ha affermato che “con me presidente e’ molto probabile, con qualcun altro non c’e’ alcuna possibilita’”
Ha poi sostenuto di essere gia’ in contatto con entrambe le parti: “Abbiamo avuto ottimi colloqui, siamo molto vicini a un accordo. Credo che nessun altro sarebbe in grado di raggiungerlo”. Rispondendo a una domanda sulla durata del conflitto, Trump ha spiegato che la sua promessa di porre fine alla guerra “nel primo giorno” era una “esagerazione per rafforzare un concetto”. “Sono arrivato adesso, tre mesi fa. Questa guerra va avanti da tre anni”, ha affermato. “Putin non l’avrebbe mai iniziata se ci fossi stato io. E anche quello che e’ successo il 7 ottobre (l’attacco di Hamas in Israele) non sarebbe mai successo”.
IRAN: TRUMP, ‘NETANYAHU NON MI TRASCINERA’ IN GUERRA’
(Adnkronos) – Donald Trump non si farà trascinare in una guerra contro l’Iran dal premier israeliano. In un’intervista concessa a Time in vista dei primi cento giorni del suo mandato – fatta il 22 aprile, ma diffusa oggi – il presidente americano risponde alla domanda se sia preoccupato che Benjamin Netanyahu possa trascinarlo in una guerra contro Teheran. “No”, replica secco Trump.
UCRAINA: TRUMP, GUERRA SCOPPIATA PERCHÉ KIEV HA PARLATO DI ADESIONE A NATO
(LaPresse) – Cio che ha causato lo scoppio della guerra di Ucraina “è stato quando” a Kiev “hanno iniziato a parlare di adesione alla Nato. Se non si fosse parlato di questo, ci sarebbero state molte più probabilità che non sarebbe iniziata”. Lo ha affermato il presidente americano, Donald Trump, in un’intervista al Time. Secondo Trump l’Ucraina “non credo che riuscirà mai ad entrare nella Nato”.
Usa: Trump al “Time”, non scherzo quando parlo del Canada come 51mo Stato
(Agenzia_Nova) – Il presidente degli Stati Uniti “non scherza” quando parla del Canada come 51mo Stato Usa. Lo ha ribadito in un’intervista concessa al “Time” in occasione dei cento giorni del suo secondo mandato. Secondo l’inquilino della Casa Bianca, l’annessione del Canada rappresenterebbe “l’unico modo per far funzionare davvero le cose”.
Il presidente Usa ha accusato Ottawa di pesare economicamente su Washington: “Mantenerli ci costa tra i 200 e i 250 miliardi di dollari l’anno. Stiamo pagando per il loro esercito, per ogni aspetto della loro vita”. Secondo Trump, gli Stati Uniti non avrebbero bisogno dei prodotti canadesi:
“Vogliamo fare le nostre auto, non abbiamo bisogno del loro legname, della loro energia, di nulla. Per questo dico che la sola soluzione e’ che il Canada diventi uno Stato”. Nel corso dell’intervista, Trump ha anche rilanciato l’interesse per l’acquisizione della Groenlandia, gia’ manifestato piu’ volte nelle scorse settimane. “La vedo come una questione di sicurezza nazionale e internazionale. Sarebbe un vantaggio per tutti”, ha dichiarato. Alla domanda se desideri essere ricordato come l’ultimo presidente ad avere esteso il territorio degli Stati Uniti, Trump ha risposto: “Non mi dispiacerebbe”.
Iran: Trump, pronto a incontrare presidente o Guida suprema Teheran Roma, 25 apr. (LaPresse) – Nel corso di un’intervista al Time il presidente americano Donald Trump si è detto disposto a incontrare sia il presidente iraniano Masoud Pezeshkian sia la Guida suprema Ali Khamenei. “Sicuro”, ha affermato Trump rispondendo a una domanda in merito.
DAZI: TRUMP, ‘XI? MI HA GIA’ CHIAMATO, NON E’ SEGNO DEBOLEZZA’
(Adnkronos) – Xi Jinping ha “già” chiamato Donald TRUMP. Lo rivela lo stesso presidente americano in un’intervista a Time, senza tuttavia precisare quando sia avvenuto questo colloquio telefonico. “Le ha già telefonato?”, chiedono i giornalisti del settimanale americano. “Sì”, risponde TRUMP. “Quando?”. “Ha chiamato – taglia corto il presidente – E non penso che sia un segno di debolezza da parte sua”.
UCRAINA: TRUMP, ‘PENSO CHE PACE CON PUTIN SIA POSSIBILE’
(Adnkronos) – “Io penso che sia possibile la pace” in Ucraina con Vladimir Putin. Lo ribadisce Donald TRUMP in un’intervista a Time, nella quale ripete che “con me presidente è possibile, molto probabile…con qualcun altro presidente, nessuna possibilità” invece.
“Penso che possa fare la pace”, insiste TRUMP, ammettendo che il presidente russo “preferirebbe fare le cose in un altro modo, penso che preferirebbe andare a prendersi tutto. E credo che a causa mia, credo di essere l’unico in grado di far negoziare questa cosa”. Secondo il presidente, che ha rilasciato l’intervista tre giorni fa, “abbiamo avuto ottimi colloqui e ci stiamo avvicinando a un accordo. E non credo che nessun altro avrebbe potuto fare questo accordo”. TRUMP è convinto che si possa fare la pace anche con Volodymyr Zelensky: “Il presidente è lui, faremo un accordo”.

INVIATO USA WITKOFF ATTESO OGGI A MOSCA
(ANSA) – L’inviato per la pace degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è atteso oggi a Mosca per ulteriori colloqui con la Russia, inclusi incontri con il presidente Vladimir Putin, sul piano di pace per l’Ucraina proposto da Donald Trump.
Lo scrive il Guardian. Con l’obiettivo di ottenere dei risultati prima dei 100 giorni di Trump alla Casa Bianca, la prossima settimana, Witkoff dovrà trovare un modo per trasmettere il senso della frustrazione del presidente per l’attacco russo a Kiev di giovedì, pur cercando di fare progressi significativi mentre Washington cerca di esercitare pressioni su Kiev affinché accetti la sua proposta.

Il negoziatore Usa Witkoff in affari con l’oligarca Blavatnik (che è sotto sanzioni ucraine)
Il conflitto d’interessi di Witkoff e il doppio volto di Blavatnik che si è arricchito in Russia (e controlla, tra le altre cose, il servizio di streaming Dazn)
Donald Trump ha escluso Keith Kellogg dai negoziati, benché sia l’inviato ufficiale della Casa Bianca sulla guerra in Ucraina, perché il generale americano ha quello che per Mosca è un conflitto d’interessi: la stampa russa, riprendendo un’operazione dei servizi segreti, ha scritto che sua figlia lavora per un’agenzia che dona farmaci a Kiev. Basta questo a tagliarlo fuori.
Invece Steve Witkoff, immobiliarista newyorkese e collaboratore di Trump, non pone problemi. Sembra avere carta bianca nelle trattative. Poco importa che sia privo di esperienza diplomatica o dell’area, oltre che privo di legittimità istituzionale nel soppiantare il dipartimento di Stato e del National Security Council grazie al suo rapporto personale con Trump. Poco importa, anche, che la famiglia di Witkoff sia di origine russa. Ma poco importa, soprattutto, che l’uomo di fiducia di Trump per i rapporti con il Cremlino sia in affari con un tycoon venuto dalla Russia e oggi sotto sanzioni dell’Ucraina in quanto considerato «minaccia alla sicurezza nazionale».
Il socio di Witkoff si chiama Leonard (ex Leonid) Blavatnik, di 68 anni. È il trentanovesimo uomo più ricco al mondo secondo Bloomberg, con un patrimonio di 37,3 miliardi di dollari; è nato a Odessa quando era parte dell’Unione sovietica, è cresciuto a Jaroslavl vicino a Mosca, è emigrato negli Stati Uniti a poco più di vent’anni ma nei suoi ambienti di origine viene considerato il più abile fra tutti gli oligarchi. Blavatnik è cittadino americano e britannico e ha una storia di donazioni alle campagne elettorali tanto di leader democratici come Barack Obama o Joe Biden che repubblicani come Mitt Romney o lo stesso Trump, oltre che alle università fra cui Oxford e Harvard (da cui ha un master in gestione aziendale).
Blavatnik è socio di Witkoff in operazioni immobiliari a New York, a Palm Beach e a North Beach in Florida per affari da oltre un miliardo. E ha un curriculum perfetto per il mondo anglosassone. A Londra è stato nominato «Sir» per la sua attività filantropica. Ha investito in Metro-Goldwyn-Mayer, in Warner Music, nel Grand Hotel di Cap Ferrat e controlla il servizio di streaming sportivo Dazn (che in Italia trasmette la Serie A). Ha definito la guerra in Ucraina «inimmaginabile», dopo mesi di silenzio e senza mai nominare Vladimir Putin o indicare Mosca come responsabile.
In questo la sua reazione è simile a quella di oligarchi russi vicini al Cremlino e oggi sotto sanzioni internazionali: il signore dell’acciaio russo Alexey Mordashov ha definito la guerra «una tragedia», il suo collega Oleg Deripaska ha parlato di «follia» ed entrambi si arricchiscono ancora con le forniture militari. Quanto a Blavatnik, ha accumulato la sua prima decina di miliardi di dollari nella Russia selvaggia delle privatizzazioni post sovietiche e degli anni di Putin. Con gli oligarchi Mikhail Fridman e Viktor Vekselberg, suo amico e compagno di studi a Mosca, entrano nella cessione della compagnia petrolifera di Stato Tnk e poi concludono un’alleanza con British Petroleum nel 2003.
Dieci anni dopo, in piena dittatura putiniana, rivenderanno il gruppo per 56 miliardi all’altro colosso di Stato russo Rosneft: un’operazione impensabile senza gradimento politico (oggi sia Vekselberg che Fridman sono sotto sanzioni internazionali). È poi strategica per Mosca anche quella che sembra essere l’ultima partecipazione russa di Blavatnik, venduta a guerra in corso nell’estate del 2022: l’8% del colosso dell’alluminio Rusal, controllato da Deripaska (anche lui sotto sanzioni).
Certo i rapporti di Blavatnik con il potere russo non sono sempre splendidi: una fondazione da lui finanziata è stata dichiarata «indesiderabile» nel 2022. Ma la stampa rosa mostra le sue foto in serate mondane a Mosca fino al 2021, mentre due anni prima Vekselberg dichiara a Forbes che il suo amico con passaporto americano «è molto attivo in Russia e ha i suoi contatti»: abbastanza estesi da far scattare le sanzioni di Kiev contro di lui. Questo è il socio in affari di Witkoff, con un ultimo investimento immobiliare congiunto (da 85 milioni di dollari) nel febbraio di quest’anno. Per Trump non c’è conflitto d’interessi. O forse sì, ma allora magari è anche meglio.
TRUMP E PUTIN APPARECCHIANO LA PACE, MA A MOSCA CONTINUANO A SALTARE IN ARIA GENERALI – IAROSLAV MOSKALIK, COMANDANTE AGGIUNTO DELLA DIREZIONE GENERALE OPERATIVA DELLO STATO MAGGIORE DELLE FORZE ARMATE, È MORTO NELL’ESPLOSIONE DI UN’AUTO NELLA LOCALITÀ DI BALACJIKHA – MOSKALIK ERA UN PEZZO GROSSO DEL DIRETTORATO OPERATIVO CHE PIANIFCA LE OPERAZIONI MILITARI, UNA DIREZIONE PESANTEMENTE COINVOLTA NELLA GUERRA IN UCRAINA. NON È CHE C’È LA MANINA DEI SERVIZI DI KIEV, CHE VOGLIONO MANDARE UN MESSAGGIO A PUTIN (TU VUOI LA CRIMEA? NOI VI VENIAMO A PRENDERE UNO PER UNO A CASA…)
(Adnkronos) – Il generale russo Iaroslav Moskalik, comandante aggiunto della direzione generale operativa dello stato maggiore delle forze armate, è morto nell’esplosione di un’auto vicino a MOSCA, nella località di Balacjikha a pochi chilometri dalla capitale, ha reso noto il Comitato inquirente che ha aperto una inchiesta per omicidio. A detonare è stato un ordigno esplosivo rudimentale.
L’ordigno era pieno di schegge, hanno precisato gli inquirenti. I video delle telecamere di sicurezza diffusi dai canali Telegram considerati vicini alle forze di sicurezza mostrano una potente esplosione accanto a una strada pedonale che costeggia abitazioni private. Moskalik, che aveva 59 anni, era numero due del direttorato operativo dello stato maggiore a cui spetta la pianificazione delle operazioni militari e il controllo della prontezza militare, quindi una direzione pesantemente coinvolta nella guerra in Ucraina.

DAZI: CINA, CON USA NESSUNA CONSULTAZIONE O NEGOZIATO
(LaPresse) – Gli Stati Uniti e la Cina “non hanno condotto consultazioni o negoziati sulla questione dei dazi, né tantomeno hanno raggiunto un accordo”. Lo ha affermato in un briefing con la stampa il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun smentendo quanto dichiarato da Donald Trump. Lo riportano i media di Pechino.
DAZI: POLITBURO CINA, ‘AUMENTA IMPATTO CHOC ESTERNI, PREPARARSI PER SCENARI PEGGIORI’
(Adnkronos/Xinhua) – Il Politburo del Partito comunista cinese che oggi si è riunito, presieduto dal Presidente Xi Jinping, ha ammesso che se è vero che quest’anno l’economia è migliorata, con la fiducia in continuo aumento e uno sviluppo improntato a solidi progressi, le fondamenta per una ripresa economica sostenuta hanno bisogno di essere ulteriormente consolidate e il Paese si trova ad “affrontare un crescente impatto da choc esterni”.
Dalla riunione è emersa la necessità di “prepararsi per gli SCENARI peggiori con una pianificazione sufficiente e adottando passi concreti per un lavoro positivo in economia”.
In una nota, il ministero del Commercio di Pechino ha poi affermato: “Dobbiamo aumentare il livello di consapevolezza politica, continuare ad adottare un approccio sistemico, rafforzare la riflessione sulle linee rosse e sugli scenari estremi, ponendo l’accento sulla prevenzione e sulla risoluzione dei rischi commerciali”.
CHINA BETS TRUMP WILL BACK DOWN ON TARIFFS
Traduzione di un estratto dell’articolo di Brian Spegele e Jason Douglas

Il recente apparente ammorbidimento del presidente Trump sui dazi contro la Cina ha rincuorato i mercati e alimentato le speranze di una distensione tra le due più grandi economie del mondo. Per i leader cinesi, ciò non fa che rafforzare la convinzione che Trump alla fine cederà, se sapranno attendere con pazienza.
Dopo settimane di ostilità in continua escalation, ora Trump afferma di essere disposto a ridurre i dazi sui beni cinesi. La sua amministrazione sta valutando la possibilità di tagliare le imposte in alcuni casi di oltre la metà, nel tentativo di allentare le tensioni con Pechino, ha riferito mercoledì il Wall Street Journal.
Sebbene un simile allentamento allevierebbe l’ansia per un’ulteriore escalation, non eviterebbe comunque una dolorosa frattura tra le due principali economie mondiali. Né sarebbe probabilmente sufficiente a soddisfare Pechino.
Alla domanda posta mercoledì se l’amministrazione stesse effettivamente trattando con Pechino sul commercio, Trump ha risposto: “Attivamente. Tutto è attivo.” Un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha liquidato ogni ipotesi di negoziati in corso come “fake news”.
Giovedì, Trump ha affermato che la sua amministrazione sta parlando di commercio con Pechino, senza fornire dettagli.
“Questa guerra dei dazi è stata lanciata dagli Stati Uniti, e la posizione della parte cinese è sempre stata chiara e coerente,” ha dichiarato giovedì il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun. “Se dobbiamo combattere, combatteremo fino alla fine; se dobbiamo parlare, la porta è spalancata. Qualsiasi dialogo o negoziato deve basarsi su uguaglianza, rispetto e mutuo beneficio.”
Un portavoce del Ministero del Commercio, nel frattempo, ha chiesto che Trump elimini completamente i dazi unilaterali contro la Cina se è davvero intenzionato a risolvere le dispute commerciali attraverso il dialogo.
Per settimane, il leader Xi Jinping ha inviato un messaggio forte al popolo cinese: Pechino è pronta a scambiarsi colpi con Washington sui dazi, e i cittadini devono essere preparati a una lunga e dolorosa lotta contro gli Stati Uniti.
In quel calcolo sono incastonati i ricordi della prima guerra commerciale con Trump, quando i tentativi di soddisfare le richieste della Casa Bianca non riuscirono ad attenuare le tensioni commerciali. Anzi, negli anni successivi, sostiene Xi, gli Stati Uniti sono diventati ancora più aggressivi nei loro sforzi per reprimere la Cina.
Oggi, la Cina afferma di essere meglio preparata a resistere ai dazi statunitensi rispetto al primo mandato di Trump, con un’economia meno dipendente dalla tecnologia americana e con rapporti commerciali più diversificati.
[…] Anche se Trump dovesse tagliare i dazi a un livello compreso tra circa il 50% e il 65% — una delle possibilità attualmente in esame alla Casa Bianca — ciò potrebbe comunque escludere molti prodotti cinesi dal mercato statunitense.
«È comunque molto proibitivo», ha detto Louise Loo, economista capo per la Cina presso Oxford Economics a Singapore. «A quei livelli, la maggior parte dei flussi commerciali verrebbe probabilmente deviata comunque.»
Anche per l’economia cinese, la differenza sarebbe trascurabile.



Quando Trump propose un dazio del 60% su tutti i beni cinesi durante la sua campagna presidenziale, Oxford Economics stimò che un’imposta così elevata avrebbe ridotto il prodotto interno lordo cinese di circa il 2%, rispetto a uno scenario in cui i dazi fossero rimasti invariati.
Con dazi al 145%, l’impatto sarebbe solo leggermente maggiore, al 2,2%, a dimostrazione del fatto che la maggior parte del danno è stata causata dalle azioni tariffarie iniziali. Dazi del 100% o superiori sui beni strategici «costituirebbero un embargo commerciale su quei prodotti», ha detto Loo.
Un’opzione potenzialmente più allettante per Pechino sarebbe che entrambe le parti ritirassero temporaneamente gli aumenti tariffari recenti mentre si impegnano in colloqui per una soluzione a lungo termine.
[…]
Parte della strategia di Xi di aspettare Trump riflette l’enorme potere politico che ha accumulato in patria e la macchina governativa capace di reprimere qualsiasi dissenso. Per contro, Trump dovrà affrontare le elezioni di medio termine tra 18 mesi.
Ben consapevoli delle divisioni interne agli Stati Uniti, i media statali cinesi nelle ultime settimane hanno descritto Trump come fuori dal contatto con molti elettori americani, sottolineando come le sue politiche abbiano alimentato timori inflazionistici e accresciuto l’incertezza, ostacolando gli investimenti aziendali e le assunzioni. Giovedì, hanno evidenziato la notizia secondo cui 12 stati hanno fatto causa all’amministrazione Trump per via dei dazi.
Allo stesso tempo, Xi non è immune dalle critiche interne riguardo alla situazione dell’economia cinese, che era già indebolita prima dei dazi di Trump a causa dello scoppio della bolla immobiliare, dell’aumento del debito e della fiacca fiducia dei consumatori.
Secondo le stime di Goldman Sachs, fino a 20 milioni di persone lavorano in fabbriche cinesi orientate all’export verso gli Stati Uniti, e una chiusura del commercio metterebbe a rischio quei posti di lavoro.
Nonostante queste difficoltà, Xi ritiene che l’economia cinese possa resistere a un crollo del commercio con gli Stati Uniti. I funzionari stanno varando misure di stimolo mirate a sostenere l’economia incentivando i consumi e gli investimenti nelle infrastrutture, che secondo gli economisti dovrebbero almeno in parte compensare eventuali colpi al commercio nel breve termine.
Pechino sta anche scommettendo sul fatto che gli esportatori cinesi riusciranno a trovare nuovi acquirenti per eventuali prodotti esclusi dal mercato statunitense, anche se molti governi sono diffidenti nei confronti di ulteriori importazioni cinesi.
Anche se le due parti riuscissero ad accordarsi per ridurre i dazi, gli analisti sono pessimisti riguardo alle prospettive di un accordo globale per porre fine alle ostilità commerciali. Washington sta segnalando di volere una riforma radicale dell’economia cinese e non una ripetizione delle precedenti promesse di acquistare più beni americani. Pechino difficilmente vorrà dare l’impressione che Washington stia dettando le sue priorità interne, ha affermato Julian Evans-Pritchard, responsabile per l’economia cinese presso Capital Economics.
Le tensioni potrebbero facilmente riesplodere se i colloqui non porteranno a nulla, ha detto, con il rischio che il conflitto si estenda ad altri ambiti, come gli investimenti transfrontalieri e la finanza. “Ci sono ancora molte aree in cui potremmo assistere a un ulteriore disaccoppiamento,” ha dichiarato Evans-Pritchard.
Traduzione di un estratto dell’articolo di Allison Prang

Steve Bannon, ex capo stratega del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha dichiarato mercoledì che prima che Elon Musk si ritiri dal suo lavoro con il Dipartimento per l’Efficienza del Governo (Department of Government Efficiency, DOGE), deve chiarire quali frodi e sprechi siano stati scoperti all’interno del governo federale.
“Abbiamo bisogno di un resoconto molto specifico di ciò che ha trovato, in termini di frodi e sprechi, e intendo nei dettagli,” ha detto Bannon. “Nulla di tutto questo ha senso.”
Bannon ha anche detto di voler una lettera di certificazione che attesti che nessuno ha preso dati dall’amministrazione Trump o dal governo, al che il caporedattore di Semafor, Ben Smith, ha chiesto: “Sembra che tu non ti fidi [di Musk] che non prenda dati?”
“Fidarsi, ma verificare,” ha risposto Bannon.
Sebbene Bannon abbia sostenuto gli sforzi del DOGE, ha definito Musk “malvagio”, in uno scontro crescente con il miliardario tecnologico. Bannon ha detto mercoledì che il DOGE era “uno strumento a forza bruta” necessario per eliminare gli sprechi del governo, ma che i tagli apportati finora al governo federale sono solo “programmatici”, osservando che il DOGE non ha scoperto granché al Pentagono.
È proprio al Pentagono e ad altre aree della spesa discrezionale del governo federale che Bannon vuole vedere applicati i tagli di bilancio per finanziare i tagli fiscali.
“A meno che non si faccia questo, i conti non tornano,” ha detto Bannon, osservando che gli Stati Uniti hanno aggiunto 1,3 trilioni di dollari al deficit federale solo quest’anno. “Il sistema attuale che abbiamo non è sostenibile. Semplicemente non lo è.”
Bannon, un convinto sostenitore dell’aumento delle tasse sui milionari, ha anche esortato l’amministrazione Trump “a fare quello di cui parlano”, riferendosi a recenti indiscrezioni secondo cui l’entourage del presidente starebbe considerando tale misura.
[…] “Qui si tratta di persone che mettono i propri interessi al primo posto, come Elon,” ha detto Bannon. […] Bannon ha espresso fiducia che gli Stati Uniti usciranno vincitori dalla crescente guerra commerciale con la Cina: “È una battaglia tra due sistemi. Se pensi che il loro sistema vincerà, ti stai prendendo in giro. Vinceremo noi.”
Commentando i populisti nazionalisti, Bannon ha messo in guardia sull’alternativa, rappresentata da qualcuno come Luigi Mangione, l’uomo accusato dell’omicidio del CEO di United Healthcare, Brian Thompson, lo scorso anno.
“È trattato come Robin Hood,” ha detto Bannon. “Questo dovrebbe farti tremare fino al midollo delle ossa, perché questa è l’alternativa se il sistema continua come sta andando. I populisti nazionalisti offrono qualcosa che forse non ti piacerà, ma con cui potrai convivere.”

“IL PIANO AMERICANO ALTRO NON È CHE IL PIANO RUSSO” – ETTORE SEQUI: “CI SONO SOLO DUE VINCITORI: TRUMP, CHE POTRÀ RIVENDICARE DI AVER OTTENUTO LA PACE IN UCRAINA NEI PRIMI CENTO GIORNI DELLA SUA PRESIDENZA, E PUTIN CHE IL 9 MAGGIO, GIORNO DELLA VITTORIA SUL NAZISMO, POTRÀ DIRE DI AVER CONSEGUITO I SUOI OBIETTIVI” – “ZELENSKY SI TROVA DI FRONTE A UN DILEMMA ‘CORNUTO’: O ACCETTA IL PIANO, MA DEVE RICONOSCERE FORMALMENTE LA CRIMEA COME RUSSA, OPPURE SCEGLIE DI SMARCARSI. COSÌ FACENDO, CONSENTE AI RUSSI DI DIMOSTRARE A TRUMP CHE A VOLER PROSEGUIRE LA GUERRA È L’UCRAINA, E AGLI AMERICANI…”

Estratto dell’articolo di Marco Ventura

«Il piano americano altro non è che il piano russo, che gli americani hanno fatto proprio. E questo piano prevede solo due vincitori: Trump, che potrà rivendicare di aver ottenuto la pace in Ucraina nei primi cento giorni della sua presidenza, e Putin che il 9 maggio, giorno della vittoria sul nazismo, potrà dire di aver conseguito i suoi obiettivi».
Così la vede Ettore Sequi, già segretario generale del Ministero degli Esteri ed ex ambasciatore in Cina. «Il sospetto che la proposta Usa sia concordata coi russi mi è venuto […] leggendo le indiscrezioni del Financial Times su una bozza russa che oggi scopriamo essere di fatto la stessa di Trump.
Inoltre, Zelensky ha accettato il cessate il fuoco immediato e senza condizioni, mentre Putin lo lega a questioni che di solito si affrontano dopo, nel negoziato di pace: la divisione dei territori e la rimozione delle sanzioni».
Russi e americani si sono coordinati?
«Mi pare chiaro. Putin può far vedere di essere a favore del piano di pace, ma in realtà è il suo. E Zelensky si trova di fronte a un dilemma “cornuto”: o accetta il piano, ma deve riconoscere formalmente la Crimea come russa e di base le acquisizioni territoriali della campagna militare, e già ha detto di non poterlo fare, oppure scegliere di smarcarsi».
Se rifiuta che cosa succede?
«Consente ai russi di dimostrare a Trump che a voler proseguire la guerra è l’Ucraina, e agli americani di smarcarsi e permettere ai russi di continuare la campagna militare, isolando Kiev e facendo sì che non abbia più l’aiuto americano».
A cascata, che cosa accadrebbe dell’Europa?
«Sarebbe doppiamente esposta: dovrebbe farsi carico del sostegno a Kiev, della ricostruzione, e anche delle garanzie di sicurezza future. L’ombrello Usa non sarebbe più scontato».
Qual è l’obiettivo di Trump?
«Dopo essersi esposto in modo temerario sui tempi della pace, deve poter scaricare la colpa del mancato accordo su Zelensky. Se il piano funziona, Trump può dichiarare la pace il primo maggio. Altrimenti, deve poter dire che la responsabilità non è sua».
L’alternativa di Putin sarebbe vincere ora o vincere tra qualche anno?
«Putin vuole vincere ora e dopo, e in entrambi i casi tenere agganciati gli americani. Per i russi e gli americani l’Ucraina […] rientra in un quadro più ampio nel quale Mosca e Washington dialogano di altro: economia, sanzioni, Iran e Medio Oriente […]

‘Usa offriranno pacchetto di armi da 100 miliardi a Riad’
(ANSA) – Gli Stati Uniti sono pronti a offrire all’Arabia Saudita un pacchetto di armi del valore di ben oltre 100 miliardi di dollari: lo riferisce la Reuters sul proprio sito citando sei fonti a conoscenza diretta della questione e aggiungendo che la proposta dovrebbe essere annunciata durante la visita di Donald Trump nel regno a maggio. Il pacchetto offerto arriva dopo che l’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden ha tentato senza successo di finalizzare un patto di difesa con Riad nell’ambito di un accordo più ampio che prevedeva la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele.
Medioriente: Trump, Arabia Saudita aderirà agli Accordi di Abramo
(LaPresse) – “Penso che l’Arabia Saudita aderirà agli Accordi di Abramo”. Lo ha affermato il presidente americano, Donald Trump, nel corso di un’intervista al Time.

“HANNO CERCATO DI SALVARE LE LORO AZIENDE, ORA DEVONO SALVARE LA LORO DIGNITÀ” – IL “DAILY BEAST” RACCONTA LA PARABOLA DEI VARI MUSK, ZUCKERBERG, COOK, CHE HANNO CIUCCIATO L’ALLUCE A TRUMP PER POI SCOPRIRE CHE NON È SERVITO A UN CAZZO: “IL PRODUTTORE TELEVISIVO DI DONALD TRUMP GLI AVREBBE DETTO CHE ERA ORA DI LICENZIARE QUALCUNO. MA QUESTA SETTIMANA, LE TURBOLENZE SUI MERCATI MONETARI HANNO BLOCCATO I PROGRESSI E I SONDAGGI SI SONO RIVOLTATI CONTRO DI LUI NELL’UNICA MISURA A CUI TENEVA DI PIÙ: L’ECONOMIA…”

Traduzione di un estratto dell’articolo di David Gardner
Il produttore televisivo di Donald Trump gli avrebbe detto che era ora di licenziare qualcuno. Ma questa settimana, dopo un inizio mozzafiato della sua presidenza, le turbolenze sui mercati monetari hanno bloccato i progressi e i sondaggi si sono rivoltati contro di lui nell’unica misura a cui teneva di più: l’economia.
Non può – proprio ora – licenziare il Segretario al Tesoro Scott Bessent, il suo sussurratore di Wall Street che ha calmato gli investitori nervosi.
L’eliminazione di Marco Rubio per il suo atteggiamento tiepido nei confronti del DOGE o di Pete Hegseth per lo scandalo Signal potrebbe riflettersi negativamente su Trump. Dopotutto, sono stati scelti da lui.
Un altro candidato da cacciare, Howard Lutnick, è un miliardario della vecchia scuola che adora Trump, e i due si conoscono da molto tempo. La sicofanzia fa questo effetto.
Ma i titani della tecnologia che si sono schierati al fianco del Presidente all’inaugurazione del 20 gennaio sono nuovi arrivati nel partito. E questa settimana hanno scoperto nel modo più duro cosa significa.
Quando gli ascolti iniziano a calare, ogni veterano dei reality show sa cosa succede dopo. Le teste devono cadere. La loro.
Elon Musk e i suoi amici della Silicon Valley sono stati un buon affare per il Presidente, ma è arrivato il momento di pagarne il prezzo.
L’uomo più ricco del mondo aveva già un piede fuori dalla porta dopo aver goduto di un accesso senza precedenti alla Casa Bianca – e all’intero sistema federale – con il suo marchio Tesla che ha sofferto sia finanziariamente che in termini di popolarità a causa del suo controverso lavoro con il Dipartimento per l’efficienza del governo e del suo stretto rapporto con il presidente.
I disastrosi risultati trimestrali di Tesla di questa settimana sono stati un chiaro segnale che la nave a razzo di Musk non stava più salendo e che forse non c’erano bacchette giganti per prenderla.
Musk non era molto popolare nemmeno nel mondo MAGA, scontrandosi con personaggi del calibro del conservatore Steve Bannon e presumibilmente discutendo con Rubio e Bessent alla Casa Bianca.
Musk è stato lentamente allontanato dai riflettori dopo essere stato sempre presente alla Casa Bianca; mercoledì Trump si è riferito a lui al passato. “È stato di enorme aiuto, sia in campagna elettorale che in quello che ha fatto con DOGE”, ha detto Trump dal Resolute Desk. “Ha davvero aiutato il Paese. Ci ha fatto risparmiare un sacco di soldi”. Musk, tuttavia, non ha risparmiato denaro; secondo i calcoli di Bloomberg, il suo patrimonio netto è passato da 450 miliardi di dollari a circa 300 miliardi.
L’approccio di Mark Zuckerberg a Trump sembrava più chiaro. Era abbastanza preoccupato per il futuro della sua azienda Meta da avvicinarsi a Trump per cercare di evitare che si sciogliesse sotto la pressione di una causa federale antitrust. Sperava che Trump intervenisse e respingesse le accuse secondo cui l’accumulo di Instagram e WhatsApp faceva parte di una presa di potere monopolistica.
Trump è stato felice di accettare un milione di dollari da Zuckerberg per il suo fondo di inaugurazione. Ma ha lasciato il fondatore di Facebook a cavarsela da solo in tribunale.
Il destino di Meta è ancora in bilico, e Zuckerberg potrebbe ancora sconfiggere le accuse, ma non sarà certo grazie a Trump.
Nello stesso Palazzo di Giustizia degli Stati Uniti E. Barrett Prettyman di Washington, D.C., anche Google di Sundar Pichar è impantanato in una lunga battaglia antitrust con il Dipartimento di Giustizia. Pichar era presente all’inaugurazione e Google ha contribuito con un altro milione di dollari all’evento. Si prevede che la battaglia giudiziaria durerà più a lungo di quella di Trump.
Per quanto riguarda Jeff Bezos, ha rovinato la reputazione indipendente del Washington Post negando ai suoi redattori l’antica tradizione di appoggiare un candidato alla presidenza e modificando le pagine di opinione del giornale per escludere i punti di vista opposti.
Ha anche pagato un milione di dollari per l’inaugurazione di Trump e ha visitato Mar-a-Lago.
Si dice che sia stato rubato dalla porta d’ingresso della villa di Palm Beach. È certo che da quando Trump si è messo al lavoro è stato in gran parte assente dalla scena di Washington. Un vicino ha dichiarato a Politico che nell’ultimo anno trascorre solo quattro o cinque giorni all’anno nella sua casa-museo da 23 milioni di dollari nel sobborgo più importante di Washington.
Il capo della Apple, Tim Cook, è accreditato per aver interpretato Trump nel modo più efficace. Ma ha dovuto promettere un investimento di 500 miliardi di dollari nel settore manifatturiero e le azioni di Apple sono crollate insieme a quelle di tutti gli altri nel caos del mercato azionario.
Non c’è più una processione di uomini seri in dolcevita o t-shirt che si dirigono verso la Casa Bianca o Mar-a-Lago.
Hanno cercato di salvare le loro aziende. Ora devono salvare la loro dignità.
Tuttavia, a Trump non mancheranno gli amici che gli diranno ciò che vuole sentire.
Questo show è finito. Ma la nuova stagione andrà avanti a oltranza.

Quanto ha perso Elon Musk da quando è alla guida del Doge? 140 miliardi. Ecco perché ora torna a Tesla
Per Musk aver deciso di sostenere Donald Trump ed entrare nel suo governo è stato fallimentare (almeno per il suo patrimonio). Così, il patron di Tesla ha deciso di fare un passo indietro e tornare a occuparsi di più delle sue auto
Il 20 gennaio 2025 Elon Musk assumeva l’incarico di capo del Dipartimento dell’Efficienza governativa (Doge), con il mandato trumpiano di tagliare la spesa federale, consolidare il numero dei dipartimenti ed eliminare il Consumer Financial Protection Bureau. Nell’arco dei tre mesi da quando il plurimiliardario patron di Tesla è «dipendente governativo speciale», secondo le stime di Bloomberg, il suo patrimonio si è ridotto di circa 140 miliardi di dollari, passando da 449 a 310 miliardi di dollari.
Il crollo delle azioni di Tesla
Nel dicembre scorso, l’amministratore delegato di Tesla e SpaceX era diventato la prima persona al mondo a valere più di 400 miliardi di dollari. Cifra schizzata, sempre quello stesso mese, a 486 miliardi, in vista dell’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, che Musk ha platealmente appoggiato. Da quel momento, tutto è precipitato. Sempre secondo Bloomberg, da inizio anno il patrimonio dell’imprenditore di origine sudafricana è crollato del 28%. E tutto a causa della caduta delle azioni di Tesla, l’unica azienda di Musk quotata in Borsa, che quest’anno ha perso il 34% a Wall Street, bruciando oltre 500 miliardi di capitalizzazione.
Lo schiaffo
Un bello schiaffo per l’imprenditore multimilionario che per anni ha visto affiancare al suo nome l’aggettivo «visionario». La visione politica di Musk non ha però sinora portato fortuna alla sua azienda principale, Tesla, che ha sofferto la distrazione del suo ceo e la sua eccessiva esposizione mediatica. Musk, perciò, ha annunciato di voler fare un passo indietro (dal governo) e tornare a occuparsi della sua Tesla, il cui utile netto è crollato da 1,39 miliardi a 409 milioni di dollari nel periodo tra gennaio e marzo, ben al di sotto delle stime degli analisti, a fronte di un fatturato in calo da 21,3 miliardi a 19,3 miliardi di dollari.
I rischi rappresentati dai nuovi dazi
Dopo il tracollo di Tesla, la maggior parte del patrimonio netto di Musk deriva oggi dalla sua partecipazione in SpaceX. La sua ricchezza potrebbe tuttavia ricevere nuovi colpi dai dazi annunciati da Trump il 2 aprile scorso (ora, però, il presidente Usa sembra stia tornando, almeno parzialmente, sui suoi passi). Musk, che è stato finora un fedele di Trump, non ha mancato di esprimersi contro i balzelli, chiedendo tariffe «zero» e una «zona di libero scambio» tra Stati Uniti ed Europa. Davanti a un impero economico che scricchiola, non c’è ideologia politica che tenga.

Ft, Apple vuole dall’India tutti gli iPhone per gli Usa
(ANSA) – Apple punta spostare in India l’assemblaggio di tutti gli iPhone venduti negli Usa già a partire dall’anno prossimo, allontanandosi dalla Cina sulle crescenti ostilità commerciali tra Pechino e Washington.
Lo riporta il Financial Times che, citando fonti a conoscenza del dossier, aggiunge che la spinta sarà probabilmente più profonda e rapida di quanto atteso dagli investitori, allo scopo di reperire dall’India, con il raddoppio della produzione in poco più di un anno, la totalità degli oltre 60 milioni di iPhone venduti annualmente negli Usa entro la fine del 2026.
L’obiettivo di cambio della produzione in poco più di un anno è pari a una frazione del tempo impiegato da Apple per sviluppare la linea dell’assemblaggio degli iPhone in Cina, un’operazione che ha richiesto quasi due decenni di investimenti ingenti.
La società di Cupertino allo stato dipende fortemente dal Dragone in quanto potenza manifatturiera, dove l’azienda realizza molti dei suoi prodotti tramite terze parti come Foxconn, il colosso taiwanese che è il più grande assemblatore di prodotti di elettronica al mondo.
La dipendenza, tuttavia, espone l’azienda alle pesanti tariffe commerciali imposte dal presidente americano Donald Trump contro la seconda economia più grande del mondo.
Apple è stata vista accelerare le spedizioni di iPhone dall’India all’inizio di aprile, dopo che il tycoon ha dato il via a una nuova guerra commerciale contro Pechino, esentando poi le importazioni di prodotti elettronici dalla Cina e chiarendo che si trattava di una misura temporanea.
Trump ha imposto alla Cina tariffe del 145%, a cui Pechino ha risposto a stretto giro con un’imposta del 125%. Le preoccupazioni relative all’esposizione di Apple hanno fatto perdere cica 700 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato al gruppo californiano.
Apple ha costantemente incrementato la propria capacità produttiva in India tramite i produttori a contratto Tata Electronics e Foxconn, con gli sforzi che si sono intensificati negli ultimi anni, soprattutto dopo che l’azienda ha dovuto affrontare alcune interruzioni della produzione in Cina a causa delle proteste ai siti di assemblaggio nel mezzo della crisi del Covid-19. Il gruppo è sottoposto a un controllo più rigoroso da parte delle autorità cinesi, mentre i rapporti con gli Usa sono ai punti più bassi degli ultimi decenni, pur continuando a produrre la maggior parte degli iPhone sempre nel Dragone.

TRUMP SERVE L’UCRAINA A PUTIN – IL PIANO DI PACE PER L’UCRAINA PROPOSTO DAGLI USA PREVEDE IL RICONOSCIMENTO DE JURE AMERICANO DELLA CRIMEA COME TERRITORIO RUSSO E IL RICONOSCIMENTO DE FACTO DEL CONTROLLO RUSSO SULLE AREE ATTUALMENTE OCCUPATE DA MOSCA – LI USA PROPONGONO INOLTRE LA REVOCA DELLE SANZIONI ADOTTATE CONTRO LA RUSSIA FIN DAL 2014 – MA KIEV E L’EUROPA NON CI STANNO: VOGLIONO RIMANDARE LE TRATTATIVE SUGLI ASPETTI TERRITORIALI A DOPO UN CESSATE IL FUOCO E…
REUTERS, ‘ECCO LE PROPOSTE USA E QUELLE DI KIEV E EUROPEI’
(ANSA) – Il piano di pace per l’Ucraina proposto dagli Usa prevede il riconoscimento de jure americano della Crimea come territorio russo e il riconoscimento de facto del controllo russo sulle aree attualmente occupate da Mosca. Lo scrive sul suo sito la Reuters, che ha visionato il documento. Gli Usa propongono inoltre la revoca delle sanzioni adottate contro la Russia fin dal 2014. La controproposta di Kiev e degli europei è invece di rimandare le trattative sugli aspetti territoriali a dopo un cessate il fuoco e “un graduale allentamento delle sanzioni dopo che sarà raggiunta una pace sostenibile”.
LA CRIMEA COME MONETA DI SCAMBIO
Crimea, così la penisola ucraina fu occupata dai russi: i «piccoli omini verdi», le rivolte e lo stratagemma di Zelensky
La penisola che Putin (con Trump) considera ormai indiscutibilmente russa fu occupata il 27 febbraio 2014. Per non perderla, secondo gli esperti, lo «zar» sarebbe disposto a tutto: persino a sganciare le atomiche tattiche
Furono poche migliaia coloro che passarono alla storia come i «piccoli omini verdi» e che trasformarono la penisola di Crimea da regione ucraina a provincia russa. Tutti molto bene armati e in divisa militare, ma senza alcun simbolo o insegna che potesse caratterizzare formalmente la loro appartenenza, all’alba del 27 febbraio 2014 sfondarono le porte del parlamento regionale nel capoluogo di Simferopol e ammainarono la bandiera ucraina per sostituirla con quella della Federazione Russa.
Erano il fiore all’occhiello delle forze speciali di Putin e avevano l’ordine di garantire manu militari il passaggio della sovranità della regione nel modo più rapido e meno visibile possibile. Fu un colpo di mano quasi indolore, con una resistenza minima da parte delle forze ucraine.
In quel momento il governo centrale a Kiev era nella piena confusione della Rivoluzione di Maidan, con il presidente filo-Putin, Viktor Yanukovich, appena fuggito a Mosca incalzato dalle masse di manifestanti favorevoli all’Unione Europea. Nel contempo, le allora ancora molto limitate forze armate nazionali si erano trovate impreparate a fronteggiare le rivolte nel Donbass dei separatisti pagati ed equipaggati dalla Russia.
Da allora, Putin ha sempre considerato la Crimea come un’acquisizione assolutamente assodata. Secondo gli esperti americani, sarebbe anche disposto ad ricorrere alle atomiche tattiche pur di non abbandonarla.
Volodymyr Zelensky negli ultimi giorni è tornato a ribadire che il suo governo è del tutto contrario a riconoscere de jure qualsisi acquisizione di territorio ucraino con la forza militare e mette sullo stesso piano la Crimea e le quattro regioni occupate parzialmente dai russi (Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia). Se però il dialogo con Mosca dovesse sbloccarsi, il presidente ucraino potrebbe rispolverare la sua proposta avanzata già nel 2021 di «congelare per 15 anni» lo status finale della Crimea, ed eventualmente di altri territori occupati, accettando de facto la presenza russa in cambio di un accordo di pace, che però dovrebbe essere seriamente garantito dalla comunità internazionale e dalla Nato.
Ad oggi gli ucraini si considerano i successori del Kahanato indipendente fondato in Crimea del 1441. I russi si rifanno invece al retaggio dell’annessione al loro impero voluto con un decreto imperiale da Caterina la Grande nel 1783.
Dopo il breve perido di indipendenza, seguito allo sfascio russo nella Prima Guerra Mondiale, i sovietici nel 1921 ne assunsero il controllo. Nel 1944 Stalin ne fece deportare la popolazione islamica dei Tatari, che si era dimostrata troppo filo-tedesca in chiave anti-russa.
Ma nel 1954 Mosca decideva di annettere la Crimea alla Repubblica Ucraina, che tuttavia era allora legata a filo doppio alle «madre Russia».
Al referendum del 1991 una seppur esigua maggioranza della popolazione locale scelse di stare con il nuovo Stato indipendente ucraino. Ma dall’invasione russa, 11 anni fa, la grave repressione seguita e i trasferimenti forzati dalla popolazione fanno ritenere che ormai la maggiorzanza sia favorevole a restare con Putin.

Gli influencer di destra che hanno criticato Elon Musk sono diventati «invisibili» per i propri follower su X
Colpita anche Laura Loomer, l’attivista di estrema destra vicina a Donald Trump: «Come puoi definirti un “assolutista della libertà di parola” e poi punire qualcuno limitandola?».
Quando lo scorso dicembre Laura Loomer aveva criticato la nomina di Sriram Krishnan — che era stato appena scelto come Senior Policy Advisor per l’intelligenza artificiale nell’amministrazione Trump — forse non immaginava che si sarebbe messa contro Elon Musk, il proprietario della piattaforma dove stava esprimendo le proprie rimostranze. Per l’influencer di estrema destra, nomine come quella di Krishnan erano in netta opposizione rispetto alle politiche anti-immigrazione del presidente. Ma il miliardario di origine sudafricana (naturalizzato statunitense) è sempre stato un sostenitore dell’H-1B, il visto dedicato ai lavoratori stranieri specializzati.
Da un giorno all’altro, sul profilo di Loomer diminuito vertiginosamente l’engagement, cioè la misura dell’interazione degli utenti con un profilo social. Come se non si trattasse di un’utente da 1,7 milioni di follower bensì un profilo qualsiasi. Sembrava quasi che qualcuno avesse schiacciato un pulsante, spegnendo i riflettori puntati su un account che aveva fatto del tono divisivo (se non proprio complottista) una cifra stilistica e una fonte di guadagno.
Il controllo di Musk sull’algoritmo
Subito dopo le polemiche sui visti H-1B, online ha cominciato a girare la voce che Musk avesse volutamente «spento» l’algoritmo dei suoi critici, rendendoli così «invisibili» agli utenti. Musk si è difeso sostenendo che in realtà è l’algoritmo a scegliere come «massimizzare» la portata di quei profili che generano interazioni di qualità. «Se un numero molto maggiore di abbonati credibili e verificati (non bot) disattiva o blocca il vostro account rispetto a coloro che mettono solo “mi piace” ai vostri post, la vostra reach diminuirà in modo significativo», rispondeva così alle accuse Musk su X.
«Come puoi definirti un “assolutista della libertà di parola” e poi punire qualcuno limitandola?», aveva scritto Loomer. Ma ormai il danno era stato fatto. Oltre a perdere visibilità, l’influencer di destra — nonché grande sostenitrice di Trump — era stata spogliata anche dei privilegi concessi agli account Premium. Cioè, fra le altre cose, la possibilità di monetizzare sulla base delle interazioni. Una cifra sfumata che si aggirerebbe intorno ai 50 mila dollari, come riporta il New York Times.

Loomer non è l’unica a sostenere di essere stata penalizzata da Musk. Anastasia Maria Loupis — anche lei influencer di destra con tendenze al complottismo — ha visto le interazioni scendere vertiginosamente dopo le prime critiche al capo di X. A differenza di Loomer, che poco tempo dopo ha ottenuto di nuovo i privilegio dell’account Premium e che ha visto le interazioni ai propri post crescere di nuovo, Loupis è stata costretta ad aprire un nuovo account, passando così da 1,3 milioni di follower con il vecchio profilo ai 100 mila attuali.
La differenza di engagement fra il periodo prima delle critiche e quello dopo è evidente, come mostra lei stessa in un post sul nuovo account.
«Ecco cosa è successo al mio account principale @DrLoupis il 30 dicembre. Il reato? Avere discusso di visti indiani. Questo non dovrebbe accadere su una piattaforma dedicata alla libertà di parola», ha scritto su X. Sul grafico è evidente che il crollo verticale avvenuto da un giorno all’altro.
«La mia teoria è che qualcuno stia manipolando la portata in base a pregiudizi personali, politici o legati a un problema», ha dichiarato al New York Times Owen Shroyer, anche lui attivista di estrema destra e presentatore di uno show su Infowars, che a dicembre ha subito la stessa sorte delle altre due influencer proprio per critiche legate alla questione dei visti.

La censura su X
Non è la prima volta che Musk viene accusato di piegare le regole del suo social a proprio piacimento, per mettere a tacere chi propone posizioni a lui contrarie. Uno dei primi casi era capitato poco tempo dopo l’acquisizione di Twitter nel 2022. In quella occasione gli account di alcuni giornalisti americani erano stati sospesi senza nessuna apparente ragione se non quella di essersi occupati dello stesso Musk (lo avevamo raccontato qui). Allora il miliardario aveva giustificato l’azione sostenendo che avessero pubblicato informazioni delicate sul suo conto: «Hanno pubblicato la mia posizione esatta in tempo reale, in pratica le coordinate dell’assassinio, in (ovvia) violazione diretta dei termini di servizio di Twitter». In meno di 24 ore, così come sono spariti, gli account sono stati ammessi di nuovo.
Ma non sembra trattarsi solo di reazioni nei confronti di chi critica il suo operato. In un’esclusiva del Wall Street Journal, l’influencer di criptovalute Tiffany Fong ha raccontato che, quando ha iniziato a pubblicare su X più contenuti pro-Trump, Musk ha cominciato a interagire con i suoi post. Un «rapporto digitale» che, considerati i 219 milioni di follower del miliardario, ha portato a un’insolita visibilità per i post di Fong. Tanto che, proprio in quel periodo, è riuscita a guadagnare 21 mila dollari in appena due settimane.
Luna di miele virtuale finita ben presto, quando la giovane ha rifiutato di fare un figlio con Musk e si è confidata con altri in merito a questa richiesta. A quel punto il capo di X ha tolto il follow, contribuendo così alla distruzione dell’engagement (e dei guadagni) appena ottenuto dall’influencer.











