Anna Wintour lascia Vogue

Con l’addio dell’ultima imperatrice della moda finisce un’era

L’icona della moda lascia la direzione dopo 37 anni, ma rimane ai vertici di Condé Nast

Matteo Persivale

È uscita dal suo ufficio al 25esimo piano della grande torre del nuovo World Trade Center, alzandosi dalla scrivania senza cassetti — esemplare unico, non poteva essere altro, un Alan Buchsbaum — per incontrare la redazione, ieri mattina, e spiegare da dietro le lenti scure più famose del mondo che ci sarà un cambiamento, a breve. Cambiamento che lei è troppo bon ton per definire la fine di un’era, per giornalismo e moda insieme, ma senza dubbio lo è.

Uno che conosce benissimo Anna Wintour, cioè Graydon Carter direttore di Vanity Fair per un quarto di secolo, dice che con lei non si sa mai bene se ti tratterà come il suo migliore amico o come il parcheggiatore: ed è per questo che un pensiero di solidarietà va alla persona che verrà scelta, adesso che lei dopo 37 anni lascia la carica di direttore di Vogue, non a sostituirla ma a diventare «responsabile dei contenuti editoriali» della rivista. Mentre Wintour manterrà il ruolo di responsabile dei contenuti globali di Condé Nast e di direttrice editoriale globale di Vogue, supervisionando tutti i marchi internazionali.

È un dato di fatto che la sua carica finisce con lei, ultima direttrice di Vogue dopo Edna Woolman Chase, Jessica Daves, Diana Vreeland, Grace Mirabella. Un’inglese a New York, ultima imperatrice di un’epoca strana, cominciata negli anni Ottanta delle spallone imbottite (che lei utilizzò con parsimonia per non esserne inghiottita, esile com’è) e dei capelli gonfi (giammai, noblesse oblige della frangia più famosa del mondo) e che finisce adesso, con l’industria del lusso in cerca di identità e, letteralmente, di autori tra i valzer delle poltrone di direttori creativi trasformati in bond dalla finanziarizzazione spietata del sistema.

Wintour non è mai stata un bond, è un direttore, ultimo esemplare di timoniere dal potere temporale indiscusso, la giornalista più famosa del mondo sulla quale hanno fatto un film (e solo Meryl Streep poteva osare, e ha intelligentemente evitato di imitarla).

Ora qualcuno si occuperà della fattura del giornale al quale lei ha dato nuove identità attraverso i decenni, capace di governare la transizione digitale, osservando l’ascesa e la caduta di direttori, direttrici, fashion editor, stilisti, marchi, sempre dal suo scranno.

Lei arrivata sulla vetta quando alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan e Mosca era in Urss, conservatrice solo agli occhi di chi non ha visto o non ha capito la sua rivoluzione permanente, la prima copertina (novembre 1988) con la modella in jeans da 50 dollari (prima apparizione del denim appariva sulla copertina di Vogue) ma il maglione Lacroix da 10mila davanti all’obiettivo di uno dei suoi preferiti (e di Franca SozzaniPeter Lindbergh che, come la sua amica Franca, non c’è piu.

Ecco, le copertine: da lei gestite con piglio da generale Patton in abitino floreale Marni, termometro del presente ma senza veti (a parte quello per l’attuale first lady), le top model ma anche le sorelle Williams e Beyoncé, disponibile a cambiare idea su Kim Kardashian, per esempio, perché il mondo cambia e la moda morirebbe se non cambiasse con lui.

Wintour stakanovista che comincia le giornate prima dell’alba per giocare a tennis, l’autista che dalla casetta nel village la porta al suo club sulla 27esima strada («Lavora più duramente di chiunque altro io conosca. Ed è bravissima a convincere gli altri, soprattutto gli uomini, ad accettare il suo punto di vista. La maggior parte di noi è creta nelle sue mani», sempre Carter, in una intervista a 7 il mese scorso).

Wintour figlia d’arte, cioè d’un altro direttore, e sorella del capo del politico del Guardian, di politica capisce moltissimo e parla molto più volentieri che di moda: in una delle rare interviste, inorridì per la Brexit anche se da quando vive e lavora in America ha scelto di non votare più in patria — questione di sportsmanship e di forma che per lei omnia vincit, ovviamente.

Wintour regina del Met cioé del Met Gala che è una chiassata (lo vede anche lei) ma che in trent’anni le ha fatto raccogliere quasi mezzo miliardo di dollari per il Costume Institute del museo e consegnato un potere difficile da quantificare, quello che adesso perderà, ma non del tutto, non subito, perché il tempo non ha pietà ma l’unico al mondo capace di intimidirla è il suo amico Roger Federer, e non ha mai fatto il direttore, o lo stilista.